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CECI N’EST PAS UN PAYS. IL BELGIO VERSO UNO STATO FEDERALE MINIMO
Furio Ferraresi- 06/ 2010
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È persino troppo facile, dopo le elezioni del 13 giugno, ironizzare sul motto “L’unione fa la forza” che compare sullo stemma del Belgio. Analogo senso di straniamento suscitano le parole dello scrittore fiammingo Geert van Istendael, secondo il quale “l’Europa o sarà belga o non sarà”; si tratta di una profezia – il Belgio come laboratorio dell’Europa – che a forza di essere ripetuta e creduta si sta autoavverando, ma con segno opposto rispetto a quello auspicato dall’autore, visti i processi di rinazionalizzazione in corso a livello europeo. Che il Belgio sia un Paese surreale, tanto bizzarro quanto evanescente, nel quale realtà e finzione si mescolano sino a diventare indistinguibili, non è imputabile solo al fatto che è la patria di René Magritte né è da considerare una scoperta recente. Non esiste Paese al mondo, infatti, nel quale i treni si scontrano perché i macchinisti non comprendono la lingua dei capistazione. È evidente che il Belgio è un Paese con tre comunità etno-linguistiche – esistono anche i germanofoni – ma non è un paese trilingue, e nemmeno bilingue, ed è anche la testimonianza del fallimento di un multilinguismo inteso come patchwork di comunità non comunicanti. Van Istendael questa volta coglie nel segno scrivendo che “ciò che tiene insieme il Belgio è il fatto che ai valloni il francese piace meno di quanto piaccia ai fiamminghi e ai fiamminghi l’olandese piace meno di quanto piaccia ai valloni”. Le elezioni hanno fatto cadere il velo della finzione belga, conducendo la divisione geografica, politica e sociale del Paese a un punto di non ritorno. Nelle Fiandre, infatti, ha vinto il partito nazionalista della Nuova alleanza fiamminga (N.Va) di Bart De Wever (28,3%), che durante la campagna elettorale ha evocato l’“evaporazione” del Belgio come esito obbligato di un nuovo, eventuale, fallimento della riforma dello Stato; mentre nella Vallonia francofona ha vinto il Partito socialista (Ps) di Di Rupo (36,6%), che ha condotto una campagna in controtendenza rispetto alla retorica dell’austerità, promettendo il mantenimento degli attuali livelli di spesa pubblica e nuovi investimenti nello Stato sociale, all’insegna di un messaggio rassicurante sia sul piano socio-economico sia su quello istituzionale. De Wever sottrae elettori a tutti i partiti, eccetto i Verdi, ridimensionando sia il Vlaams Belang, il partito dell’estrema destra xenofoba e separatista, sia la Lista populista di Jean-Marie Dedecker, che ottiene un solo seggio alla Camera. I perdenti di queste elezioni sono molti. In primo luogo, i cristiano-democratici fiamminghi (Cd&V) di Marianne Thyssen e dell’ex premier Yves Leterme, che ottengono il peggiore risultato della propria storia; in secondo luogo, i liberali, sia quelli francofoni (Mr) di Didier Reynders, sia soprattutto quelli fiamminghi (Open Vld), il cui presidente Alexandre De Croo è anche responsabile della caduta del governo in aprile. Evidentemente, gli elettori fiamminghi hanno ritenuto De Wever più credibile di De Croo per imporre una riforma dello Stato ai francofoni. Quale governo potrà nascere da questi risultati? Prima di ogni altra considerazione è utile ricordare che il governo dovrà disporre sia della maggioranza semplice alla Camera (76 deputati su 150) sia della maggioranza in ciascuno dei due gruppi linguistici (45 deputati fiamminghi su 88 e 32 deputati francofoni su 62). Inoltre, per riformare lo Stato il governo dovrà mettere mano alla Costituzione e per approvare leggi di revisione costituzionale è necessaria la maggioranza dei due terzi della Camera (100 deputati su 150). Dati questi vincoli, l’unica formula in grado di disporre, sulla carta, di un’ampia maggioranza è la cosiddetta coalition calque, che ricalca a livello federale le maggioranze regionali, ossia l’Olivier vallone-brussellese (Cdh, Ps, Ecolo) e la coalizione fiamminga (Cd&V, Sp.a, N.Va), ossia un’alleanza tra cristiano-democratici, sia fiamminghi sia valloni, socialisti, sia fiamminghi sia valloni, Verdi valloni ed eventualmente fiamminghi, e nazionalisti fiamminghi. La prassi costituzionale vuole che il premier incaricato sia il vincitore delle elezioni, ma anche da questo punto di vista le cose non appaiono scontate. Infatti, se per “vincitore” si intende il partito che ha preso più voti, la scelta dovrebbe cadere sulla N.Va, che ha ottenuto 27 seggi alla Camera, uno in più del Partito socialista vallone; se, invece, per “vincitore” si intende la famiglia politica più votata, sarebbero avvantaggiati i socialisti che, sommando quelli ottenuti dal Ps a quelli ottenuti dall’omologo fiammingo Sp.a, totalizzano 39 seggi. De Wever ha già fatto sapere di non avere preclusioni nei confronti di Di Rupo, che potrebbe quindi diventare il primo premier francofono del Belgio dagli anni Settanta. Di Rupo sa bene che il prezzo da pagare per la guida del governo sarà alto e sembra intenzionato a porre egli stesso le proprie condizioni. Tutto dipenderà dalla reale volontà di De Wever di perseguire un accordo con i francofoni, partendo comunque da una posizione di forza; nelle prime dichiarazioni ha parlato di “mano tesa” e della necessità di un “consenso generale” sulla riforma dello Stato. In un’intervista alla Libre Belgique ha dichiarato di non mirare alla divisione del Paese e di essere disposto a negoziare un accordo vero abbandonando le pulsioni separatiste. Resta il fatto che il Paese è spaccato in due, sia territorialmente sia politicamente, con la destra nazionalista e separatista che, sommando i voti della N.Va, del Vlaams Belang e della Lista Dedecker, raggiunge nelle Fiandre il 44% e con la Vallonia in mano ai socialisti. Il ragionamento dei nazionalisti è semplice: per mantenere la prosperità attuale le Fiandre devono disporre di competenze rafforzate, in materia di politiche fiscali e sociali, che le mettano nella condizione di gestire direttamente i propri interessi, che differiscono da quelli della Vallonia e di Bruxelles. I costi del federalismo belga, infatti, sono troppo elevati rispetto ai benefici che le Fiandre possono trarne. Inoltre, il valore aggiunto rappresentato da un Belgio unito è troppo basso, considerata la piccola taglia del Paese e l’elevato debito pubblico, il terzo più alto a livello europeo. Al centro del dibattito vi sono quindi due temi: i trasferimenti di risorse dal Nord al Sud (la solidarietà) e la riforma dello Stato. Il tutto aggravato dalla spada di Damocle dei mercati, pronti a colpire un Belgio politicamente ed economicamente fuori controllo. Ma vi sono almeno altre due questioni scottanti: quella della circoscrizione bilingue di Bruxelles-Hal-Vilvorde, che i nazionalisti vorrebbero smembrare, in base a un rigido criterio di “territorialità”, e i francofoni invece mantenere per tutelare i diritti “individuali” dei residenti francofoni, e quella della regione di Bruxelles, che i nazionalisti fiamminghi vorrebbero declassare a una sorta di “distretto federale”, contro la volontà dei francofoni. È probabile che almeno la risoluzione del primo problema, per l’incapacità di risolvere il quale è caduto il governo Leterme, sia imposta da De Wever come precondizione per avviare i negoziati sulla riforma. Anche nell’Europa di Lisbona le rivendicazioni regionali sono competenza degli Stati, ci ricorda Mario Telò su Le Soir, in polemica con l’articolo pubblicato da Le Monde in cui si rimproverava all’Europa il disinteresse nei confronti delle dispute belghe che, secondo il quotidiano francese, metterebbero in discussione i grandi principi europei: il multilinguismo, la coabitazione pacifica tra le comunità e il trasferimento di risorse dalle regioni più ricche a quelle più povere. L’Ue potrebbe intervenire nella disputa belgo-belga solo nel caso in cui fossero messi in discussione i diritti umani o quelli delle minoranze; ma non è un caso che la N.Va abbia lasciato al Vlaams Belang la propaganda xenofoba e si sia invece concentrata sulle rivendicazioni autonomiste. Indicativo è anche l’atteggiamento dei nazionalisti fiamminghi nei confronti dell’Ue. A differenza della maggior parte dei partiti populisti europei, infatti, essi sono dichiaratamente filoeuropei, immaginando una doppia “evoluzione” del Belgio, cui corrisponderebbe una doppia “devoluzione” di poteri: verso le Fiandre indipendenti, con il trasferimento di competenze federali dall’alto al basso e dal centro alla periferia, e verso l’Ue, con il trasferimento di competenze dal basso all’alto, dallo Stato federale all’Ue. Immaginano, cioè, un’Europa delle regioni, in cui il Belgio come Stato federale unitario sarebbe destinato a “estinguersi”. La differenza rispetto, per esempio, alle rivendicazioni di indipendenza della Padania da parte della Lega Nord in Italia, è che, nel caso fiammingo, la regione coincide con una “nazione” dotata di una propria omogeneità etnico-linguistica e di memorie storiche condivise, più simile al Québec francofono che alla Padania nostrana. È vero che si tratta, comunque, di identità artificiali, perché l’identità fiamminga è, al pari di quella vallone, un sottoprodotto di quella belga, il risultato della reazione alle modalità con cui il Belgio moderno si è edificato sin dalla sua indipendenza nel 1830, ma di identità non completamente “immaginate”, che prefigurano, come esito intermedio, precedente l’“evaporazione”, un assetto confederale, o uno Stato federale “minimo” (Jean-Yves Camus). Il paradosso, messo in luce su Le Soir da Gaëtane Ricard-Nihoul di Notre Europe, è che se le Fiandre saranno un giorno indipendenti continueranno ad aiutare la Vallonia attraverso i fondi strutturali europei. Resta inoltre il dubbio fondamentale sollevato dall’Economist: ma se il Belgio sta facendo fatica a mantenere la propria unità fiscale, quali speranze avrà mai l’Europa di crearne una da zero, o quasi?

Furio Ferraresi