Focus internazionale
Loris Zanatta - 12/2011Argentina docet?

A dieci anni dal default argentino e in pieno rischio di default europeo, fioccano lezioni su quel precedente e docenti pronti a impartirle. Di qua e di là dall’Atlantico. L’Europa, si suole sentire oggi da numerose cattedre, dovrebbe andare a scuola dall’Argentina. Non fu la sua crisi dovuta all’allegra finanza liberista che ne aveva fatto un modello? Non ne è uscita a suon di robuste dosi di statalismo e spesa pubblica, protezionismo e keynesismo? Di peronismo, insomma? Non ha da allora spiccato il balzo crescendo a tassi cinesi? Con virtuosi effetti su consumi e occupazione, equità e aspettative? Eppure no, ci insegnano cotanti maestri: cieca e sorda, l’Europa tira dritto per la sua strada. Protegge banche e liberalizza mercati, taglia spese e insegue il mito del bilancio in pareggio. Arrogante e ottusa, cadrà così nel baratro: sparirà l’euro e impazzerà la recessione, finché oppresso da ingiustizia e miseria, si solleverà il popolo al liberatorio grido di se vayan todos. Chissà che allora non giunga un Kirchner nostrano a insegnarci come va il mondo. Sarà. O forse no. Chi avrebbe immaginato un decennio fa che saremmo giunti a questo punto? Chi può dire oggi che tra dieci anni non saremo tornati a quello di allora? Davvero è questo il momento di dare pagelle all’Argentina e all’Europa? E in tal caso, siamo sicuri che quella argentina sia così colma di bei voti come si dice per indicare agli europei la retta via? Chiunque ha po’ di familiarità con l’Argentina e la sua storia, coi meandri della sua politica e le storture dei suoi abiti economici, tenderà a dubitare dell’opportunità di farne il nuovo totem. Troppi bruschi sbalzi ne hanno scosso il cammino per darle davvero credito. Chi assicura che le virtù odierne non siano i difetti di domani? La premessa stessa di tali insegnamenti non sta in piedi. L’Argentina cresce, si dice. E molto. Su questo non ci piove. Ma è davvero merito del suo modello economico? In realtà, l’intera America Latina cresce da un decennio a ritmi vorticosi. Crescono i paesi che come l’Argentina e il Venezuela hanno scelto vie neo stataliste e crescono quelli che di statalista hanno introdotto appena qualche correttivo: il Brasile, per esempio. Ma crescono altrettanto se non di più quelle che dalla via liberale non si sono mai distaccate: Cile e Perù, per citarne un paio. Non sarà che il modello economico sia in questo momento indifferente? Almeno per quanto riguarda la crescita, che è generale perché perlopiù dovuta a fattori esterni. Alla domanda cinese, in particolare, che fa lievitare commercio e investimenti e spinge al rialzo i corsi delle materie prime prodotte dall’America Latina. E a quella brasiliana, nello specifico caso argentino. Tutto ciò vale per liberali e nazionalisti, monetaristi e keynesiani, conservatori e peronisti. Stando così le cose, è davvero oro ciò che pare così brillare nell’economia argentina? Taluni fattori paiono in proposito sfuggire a chi ne segnala l’esemplarità. L’aumento della spesa e la facilità del credito, per esempio, così come i costosi sussidi a energia e trasporti per tenerne bassi i prezzi, che tanto hanno stimolato i consumi e portato consensi al governo peronista, nutrono da tempo una spirale inflazionistica di cui un giorno qualcuno chiederà conto. A tenerla sotto controllo contribuisce per ora l’arbitrio con cui il governo manipola i suoi dati. Ma se il ciclo economico volgesse al brutto? Quanti sarebbero ancora disposti a tollerare il segreto di Pulcinella dell’inflazione truccata? Qualcosa di analogo vale per i salari, cresciuti in vari settori ben oltre l’aumento della produttività. E per i rigidi controlli imposti dal governo in campo agricolo e monetario pur di accaparrarsi il surplus garantito dalla congiuntura eccezionale. Tutto ciò non ha giovato a innovazione e ricerca, né a risparmio e investimenti di lungo periodo. Basti dire che la compressione dei prezzi dovuta ai massicci sussidi governativi ai consumi, sta tenendo lontano dall’Argentina i potenziali investitori in settori strategici come quello energetico. Tanto che Buenos Aires continua in proposito a pagare una salata bolletta. Ora, poi, che tale modello sta portando la valuta, della cui drastica svalutazione i Kirchner hanno tanto beneficiato, a recuperare valore, ecco l’economia argentina palesare le sue difficoltà a competere sul mercato internazionale: il graduale peggioramento della bilancia commerciale è lì a dimostrarlo. Se a tutto ciò si aggiunge che il dogma nazionalista ha indotto l’Argentina ad attingere senza tentennare dalle proprie riserve, calpestando anche l’autonomia della Banca Centrale pur di uscire dal debito con il Fondo Monetario, ma non ha titubato a indebitarsi col Venezuela nonostante le ricadute politiche e la precarietà di una soluzione simile, il panorama parrà forse meno virtuoso di quanto si crede e dice. Specie se si considera che Buenos Aires non ha per nulla finito di pagare i costi del suo default, né ha riconquistato la fiducia persa in quel modo, non avendo ancora raggiunto alcun accordo con una parte per nulla trascurabile dei suoi creditori. La domanda da porre, dunque, allorché si tratta di valutarne gli insegnamenti per l’Europa, è se il modello argentino non serva in realtà a spremere il massimo dalla crescita, ma inibisca gli sforzi di profittarne per attuare le riforme che meglio sarebbe fare in tempi di vacche grasse. Non quando delle vacche si vedrà lo scheletro. Almeno, si dirà, tanta crescita condita da dosi equine di pubblica assistenza avrà giovato alla coesione sociale riducendo marginalità e disuguaglianza. Peccato che ciò sia vero solo in minima parte, per nulla proporzionata ai rapidi tassi di crescita, e che in proposito abbiano ottenuto risultati assai migliori paesi dal modello liberale come il Cile o dallo statalismo tenue come il Brasile. Messa così, la lezione argentina non va valutata ora che ha il vento in coda, ma alla luce della sua sostenibilità quando il ciclo cambierà e i nodi verranno al pettine. Si vedrà allora se non sarà stata cicala quando avrebbe fatto meglio ad essere formica. Detto altrimenti: se non avrà perso il momento buono per gettare le fondamenta di uno sviluppo solido e duraturo introducendo riforme coraggiose e spesso impopolari. Quali riforme? E se fossero proprio le stesse che tanti paesi europei sull’orlo del baratro si stanno decidendo oggi a realizzare? E’ d’altra parte così scontato che tra dieci anni non saranno una volta ancora gli argentini, oggi improbabili maestri, a lamentare di non essere stati buoni allievi? Di non avere riformato il mercato del lavoro né liberalizzato l’economia per renderla più competitiva; di avere coltivato i vizi e le inefficienze della burocrazia pubblica, senza badare a modificarne gli insostenibili costumi; di avere solleticato gli istinti demagogici nel sistema educativo senza preoccuparsi di favorirvi la ricerca, l’innovazione, la meritocrazia; di avere compiaciuto le tante corporazioni che al mulino peronista portano acqua imbrigliando così la forza che un paese come l’Argentina potrebbe dispiegare in quantità assai maggiore. Ammesso che all’Europa servano modelli, sarà forse bene li cerchi altrove.
Loris Zanatta
(Università di Bologna)
Loris Zanatta
(Università di Bologna)
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