Focus Economia
Umberto Marengo- 12/ 2011
La crisi del debito pubblico nell’opinione pubblica europea

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La crisi del debito pubblico nell’opinione pubblica europea Se per oltre quindici anni le riforme dei trattati europei sono spesso apparse come poco più che un dibattito accademico, la crisi del debito sovrano ha duramente posto l’Europa di fronte alle decennali contraddizioni del suo processo di integrazione. Entro fine anno l’Europa dovrà ridefinire il proprio modello di integrazione economica e sociale o affrontare il rischio di un crollo economico catastrofico. Non sorprende quindi che l’opinione pubblica europea sia sotto shock. Un sondaggio svolto dall’agenzia internazionale YouGov in Regno Unito, Germania, Francia e Danimarca per l’Università di Cambridge a metà novembre mostra che secondo la stragrande maggioranza degli europei il crollo della moneta comune rappresenterebbe un grave danno per le economie nazionali. È interessante notare come i più allarmati siano i danesi (58%), paese che solo nel 2000 respinse con un referendum l’adozione dell’euro (53% di no). Le opinioni sono più divise invece sui piani di salvataggio dei paesi in di difficoltà, i cosiddetti bail-outs. Più della metà dei francesi e dei danesi danno il loro via libera al piano di salvataggio (lo European Stability Mechanism) messo punto a dall’asse Merkel-Sarkozy, mentre per il 42% degli inglesi e il 57% dei tedeschi spendere soldi pubblici per salvare paesi indebitati è semplicemente irricevibile. Circa un 20% preferisce non esprimersi. Se l’attenzione di sposta poi su paesi a rischio fallimento, come la Grecia, i giudizi diventano più netti. Solo il 30% degli intervistati nei quattro paesi pensa che paesi a rischio di default debbano rimanere all’interno dell’euro, percentuale che crolla al 20% in Gran Bretagna ed in Germania. Infine, l’idea discussa ma subito accantonata di un referendum greco sul piano di salvataggio viene bocciata senza appello da britannici, tedeschi e danesi. Solo in Francia il 42% si dice in principio a favore di un voto popolare, mentre il 40% é contrario. A riprova del senso di ansia e incertezza gli intervistati in tutti i paesi affermano che se fossero in Grecia voterebbero a favore. Per oltre l’80% degli intervistati in tutti e quattro i paesi la soluzione della crisi dell’Euro è una priorità assoluta. E tuttavia, per quanto gli europei cerchino soluzioni immediate, sembra che l’ingrato compito dei governi sia dir loro che una via d’uscita semplice non esiste. L’amputazione della Grecia sembra raccogliere sempre maggiori consensi tra gli europei ma il precedente potrebbe essere disastroso, specialmente ora che la crisi del debito ha raggiunto il cuore dell’eurozona: l’Italia e, in forma minore, la Francia. Una caduta libera della Grecia riporterebbe l’economia mondiale ai giorni del crollo di Lehman Brothers e aprirebbe le porte ad una nuova recessione. In altre parole, rischia di essere molto più costoso abbandonare la Grecia al proprio fallimento piuttosto che tenerla all’interno dell’Euro. Per i capi di governo europei, purtroppo, questa è un’opzione difficile da vendere, e in particolare per la cancelliera tedesca. In tutti e quattro i paesi coperti dal sondaggio è Angela Merkel il “leader forte” che sembra raccogliere la maggior fiducia per la sua gestione della crisi. Il 54% degli inglesi, il 56% dei tedeschi, il 63% del francesi e ben il 81% dei danesi le concede a propria fiducia. Il primo ministro inglese David Cameron raccoglie la fiducia del 63% dei danesi ma solo del 42% degli inglesi. Ancora più bassa la fiducia nel primo ministro inglese nei due paesi dell’eurozona: più della metà di tedeschi e francesi esprime infatti un giudizio negativo. Guardando al resto dell’Europa non stupisce che l’ex premier greco George Papandreou avvia ricevuto giudizi positivi da meno del 10% degli intervistati, seguito soltanto ad un altro ex primo ministro, Silvio Berlusconi, che si ferma su un secco 8%. I tedeschi, a cui viene richiesto il maggior contributo finanziario, si sentono indignati. Il Deutsche Mark era stato il simbolo della ricostruzione economica dopo la seconda guerra mondiale grazie ad una stretta politica di bassa inflazione, alti risparmi privati e investimenti. Durante il governo del Socialdemocratico Gerald Schroeder nel 2001 i sindacati accettarono una politica di bassi aumenti salariali e scommisero sulla produttività. Smaltita la bolla inflazionistica della riunificazione i tedeschi hanno accumulato trade surplus mentre altri pesi hanno accumulato debiti approfittando dei bassi tassi d’interessi garantiti dall’Euro. Allo stesso tempo non va dimenticato che la Germania stessa ha beneficiato enormemente dal mercato unico che ha impedito alle economie europee più deboli potessero competere con l’export manifatturiero tedesco svalutando la propria moneta. Al di là dello scetticismo diffuso è interessante notare che sia Inglesi che Danesi sono estremamente preoccupati da un eventuale collasso dell’Euro, sebbene non ne facciano parte. La Danimarca, in particolare, sembra essere il paese maggiormente a favore dei piani di bail-out probabilmente perché, in quanto piccola economia, è particolarmente esposta alle instabilità dei mercati continentali. Anche l’opposizione inglese al bail-out dell’Euro non stupisce. Un recentissimo sondaggio svolto da YouGov il 10-11 dicembre mostra che per il 58% degli inglesi David Cameron ha fatto bene a cercare riportare a Londra alcune aree di competenza comunitaria (la regolamentazione dei mercati finanziari) e supporta la scelta del veto inglese ( 58%). Il giudizio positivo degli inglesi non si estende però ad un giudizio positivo sul risultato prodotto dal veto, appena il 15% degli intervistati (e solo il 25% dei conservatori) ritiene che il risultato del vertice di Bruxelles sia positivo per l’economia nazionale, mentre oltre il doppio (34%) teme conseguenze negative. I francesi, da parte loro, sembrano supportare i bail-outs e l’interventismo governativo. La crisi ha inoltre offerto a Sarkozy l’opportunità unica di ridurre il ruolo della Commissione Europea (e dei piccoli paesi) attraverso un nuovo trattato intergovernativo dominato dall’asse franco-tedesco. Eppure è stato proprio l’indecisione dell’asse franco-tedesco nella crisi greca a causare l’escalation della pressione finanziaria sui debiti sovrani europei. La debole gestione della crisi greca può aiutare a capire le ragioni per cui la stragrande maggioranza degli intervistati in Germania, Regno Unito, Danimarca e Francia vedrebbe con favore il ritorno della Grecia alla Dracma. Questo rimane, tuttavia, uno scenario improbabile. La decisione presa dal Consiglio Europeo del 9 Dicembre ha aperto la via ad un nuovo trattato firmato dai 17 paesi dell’eurozona, e aperto a tutti i paesi interessati, che stabilisce una più stretta politica fiscale comune, sanzioni automatiche per i paesi in deficit eccessivo e nuove regolamentazioni finanziarie. Se il cosiddetto “pacchetto 17+” verrà approvato è probabile che la Banca Centrale Europea sarà maggiormente disponibile a fornire liquidità ai paesi dell’Euro in difficoltà ma solventi. Se da una parte questi sviluppi allontaneranno il Regno Unito sempre di più dal resto dell’Unione Europea, le economie continentali dovranno necessariamente fare i conti con se stesse anche se con scarso entusiasmo. I tedeschi dovranno incominciare a spendere di più, i greci dovranno abbattere il loro debito e gli italiani dovranno disperatamente ricominciare a crescere dopo dieci anni di stagnazione. La domanda più importante è quindi se Angela Merkel, ed i suoi colleghi, saranno capaci di far accettare questo pacchetto ai rispettivi parlamenti e, più difficile, alle rispettive opinioni pubbliche. Non c’è dubbio che tutti i sondaggi in Europa riflettono un diffuso senso di frustrazione. Tuttavia, quando governanti dubbiosi si affidano ai sondaggi per determinare le loro scelte scoprono molto presto che in un sondaggio il modo in cui la domanda è formulata è spesso molto più importante della risposta. Di fronte alla crisi la vera domanda non sembra essere tanto l’attivismo della Banca Centrale o il default controllato della Grecia, quanto piuttosto quale modello economico e sociale gli europei vogliono per se stessi e come sono disposti a condividere i costi del mercato unico, dopo averne goduti i benefici per oltre mezzo secolo.

Umberto Marengo
(laureato all’Università di Bologna, attualmente dottorando in Politics and International Studies presso l’Università di Cambridge)

I risultati dei due sondaggi possono essere scaricati qui:
http://cdn.yougov.com/cumulus_uploads/document/2011-11-09/YG-Archives-YG-EUGreekBailout-091111.pdf

http://cdn.yougov.com/cumulus_uploads/document/70sguf5mbt/YG-Archives-Pol-Sun-EurozoneVeto-131211.pdf