Focus internazionale
Mario Del Pero - 12/ 2011
Gli Stati Uniti, “Potenza Pacifica”

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Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno dispiegato un crescente attivismo nel sud-est asiatico e nel teatro del Pacifico. Hanno intensificato i rapporti diplomatici con Singapore, Tailandia e Vietnam, venduto ben 24 F-16 all’aeronautica indonesiana, aperto – con la visita di Hillary Clinton – al regime birmano e ratificato la dichiarazione di Manila, con la quale ci s’impegna a intensificare la collaborazione militare con le Filippine. Questo attivismo è culminato con il viaggio di Obama in Australia e Indonesia, e la decisione di inviare 250 marines nella base di Darwin, nel nord dell’Australia. Un primo passo, questo, destinato a crescere e a fare di Darwin un importante punto di appoggio delle forze armate statunitensi. Questo attivismo poggia su un assunto, peraltro apertamente esplicitato da Obama e dal segretario di Stato Hillary Clinton: che il Pacifico e l’Estremo Oriente siano tornati a occupare una centralità, se una preminenza, geopolitica per gli Stati Uniti e che sia necessario quindi ripensare il sistema di sicurezza regionale e la sua architettura. Come si spiega la rinnovata attenzione di Washington per quest’area e quali possono essere le conseguenze per il quadro internazionale e la cruciale, oggi, relazione tra Usa e Cina? Almeno cinque fattori sottostanno a tale attivismo. Il primo, sottolineato quasi ossessivamente dai media, è legato (e in un certo modo reattivo) all’azione di una Cina che negli ultimi anni non è solo cresciuta economicamente, ma ha intensificato le relazioni con gran parte dei paesi dell’area (oggi è il principale partner commerciale sia del Giappone sia dell’Australia), e si è fatta più assertiva, in particolare nell’esercizio del controllo di uno dei commons più importanti: lo spazio marino. I paesi dell’area guardano con ovvia preoccupazione a ciò e si rivolgono a quello che rimane il più importante fornitore di sicurezza nella regione: il garante degli equilibri regionali, ossia gli Stati Uniti medesimi. L’attivismo statunitense – e questo è il secondo fattore – risponde non solo alla sfida cinese, ma anche all’invito di molti soggetti locali, alleati vecchi (Giappone) e nuovi (Vietnam), che sollecitano Washington a un maggiore impegno per contenere e bilanciare l’ascesa cinese. L’azione statunitense consegue però anche alla chiusura della fase apertasi con l’11 settembre, che aveva temporaneamente dirottato risorse e attenzioni verso il Medio Oriente e che si è conclusa con l’eclatante fallimento del disegno di Bush e dei neoconservatori. Già prima del 2001 molti esperti ed osservatori prevedevano (e talora sollecitavano) una ridefinizione delle priorità strategiche statunitensi, dall’Eurasia al Pacifico e all’Estremo Oriente. L’11 settembre e quel che ne è conseguito hanno congelato, ma non fermato questa ridefinizione. Che ora è finalmente possibile sia per l’insuccesso dell’intervento in Iraq sia per la decrescente dipendenza statunitense dalle risorse mediorientali. Per quanto assai pericolosa in termini d’impatto ambientale, come si è ben visto nel Golfo del Messico, la crescita della produzione petrolifera in Nord America (Alaska, Canada, Golfo del Messico appunto, ma anche Montana, Nord Dakota e Texas) e l’impegno a un utilizzo più intenso di gas naturale e fonti alternative ha ridotto (e, presumibilmente, ridurrà) l’importanza del petrolio mediorientale per l’economia statunitense. Il quarto fattore è legato alle trasformazioni politiche ed economiche di molti paesi dell’area. Per gli Usa è vitale intensificare i processi d’integrazione economica e, nel caso di Myanmar, facilitare transizioni politiche verso la democrazia. Processi, questi, che aprono opportunità nuove, ma che rischiano di rendere ancor più stretto l’abbraccio economico tra la Cina e tali paesi, con tutte le conseguenze del caso. Quello che gli Usa vogliono a tutti i costi evitare è una Cina in grado simultaneamente di esercitare pressioni economiche sui vicini e di controllare sempre più i commons. Quei commons che, se dominati dagli Stati Uniti, possono offrir loro una straordinaria leva di pressione nei confronti di Pechino, che di rotte aperte abbisogna disperatamente, visto il suo crescente fabbisogno di petrolio, soddisfatto primariamente per via marina e solo in piccola parte con oleodotti (attraverso il Kazakistan e la Russia). Pesano – e questo è il quinto e ultimo fattore – infine dinamiche interne agli Stati Uniti stessi. A una politica estera che privilegia il Pacifico sull’Atlantico concorrono processi economici, demografici e politici di lungo periodo. E, nel caso specifico, concorrono dinamiche interne alle stesse forze armate, dove la debacle irachena ha indebolito ancor più l’esercito a favore di Marina e Aeronautica, decisamente più “Pacifiche” nei loro interessi e orientamenti strategici. Se questi sono le principali motivazioni dietro l’attivismo degli Usa nel Pacifico, quali sono le implicazioni e i possibili rischi di questa scelta? Il primo, ovviamente, è il rischio di un’escalation delle tensioni con la Cina: una seconda guerra fredda, come da più parti viene impropriamente definita. Uno scenario in sé irragionevole, viste le strettissime interdipendenze commerciali e finanziarie tra i due paesi, ma verso la quale spingono in modo irresponsabile settori importanti di una e dell’altra parte. Nelle primarie repubblicane, si sono levate voci aspri e finanche sprezzanti nei confronti della Cina (Mitt Romney, ad esempio, ha duramente criticato la politica commerciale e valutaria di Pechino). L’attivismo statunitense nel Pacifico ha a sua volta generato reazioni severe in Cina, in particolare tra quei settori delle forze armate che meno sono interessati a mantenere buoni rapporti con gli Usa. Infine, le scelte e le dichiarazioni di Obama ripropongono un antico problema con il quale la politica estera degli Stati Uniti è da tempo chiamata a confrontarsi: il possibile scarto tra impegni e risultati, dichiarazioni e possibilità, obiettivi e mezzi. In un momento complesso e difficile come quello attuale, e di fronte alla possibilità concreta di tagli significativi al bilancio della Difesa, alzare la soglia dell’impegno nel Pacifico vuol dire inevitabilmente sottrarre risorse ad altri teatri. Ma vuol dire anche assumere impegni che non si è certi di poter adempiere: mettere in gioco, in altre parole, la propria credibilità. Ecco quindi che un segnale di forza può essere percepito come un atto di debolezza, dagli alleati e, nel caso della Cina, dai potenziali rivali.

Mario Del Pero
(Università di Bologna)