Focus internazionale
Antonio Fiori - 11/ 2011Europa e Cina: tra diffidenza e opportunità. La crisi dell’euro come punto di svolta?

La crisi che ormai da molti mesi sta attanagliando l’Europa ha valicato i confini del Vecchio continente. Associata ai timori di una doppia recessione negli Stati Uniti, la crisi del debito europea sta trascinando l’economia globale in una spirale di recessione economica e di panico generalizzato sui mercati. “Appollaiati su un trespolo” ad osservare il progressivo deterioramento della situazione economica europea, stanno alcuni paesi, i cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), finora ai margini di questo tracollo. Essi non sono al riparo da qualunque pericolo, considerato che i dettami della globalizzazione – ed il conseguente avvicinamento dei mercati finanziari di tutto il mondo – i commerci internazionali, le crisi finanziarie e le contrazioni economiche nelle economie sviluppate (che rappresentano circa il 60 percento del PIL mondiale), finiranno – se la tendenza non dovesse invertirsi – per logorare anche la prosperità delle economie emergenti. Di recente però si è da più parti levata l’invocazione di aiuto nei confronti delle economie emergenti affinché queste facciano leva sulle proprie riserve di valuta estera acquistando il debito dei Paesi travolti dalla crisi, come la Grecia, l’Italia e la Spagna. In quest’ottica il summit tra Unione Europea e Cina che si sarebbe dovuto tenere il 25 ottobre a Tianjin era di grande interesse; esso è invece stato rimandato – dopo una cordiale telefonata fatta dal Presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy al Primo Ministro cinese Wen Jiabao – a causa della fitta agenda dello stesso Van Rompuy e del Presidente della Commissione Europea Barroso al fine di contrastare la crisi. In netto contrasto con la parabola discendente di gran parte dell’Europa, indebolita dall’enorme fardello del debito, dalla crisi bancaria, dalla dilagante disoccupazione e dalla stagnazione, la Cina è in continua ascesa, essendo da poco riuscita perfino a scalzare il Giappone come seconda economia mondiale dietro gli Stati Uniti. Il “paese di mezzo” continua ad avere un PIL pro-capite equivalente a un terzo di quello europeo, ma sta arricchendosi con sorprendente velocità, mentre l’Europa deve fronteggiare questa nuova crisi che probabilmente la priverà di qualunque speranza di crescita per molti anni. E, soprattutto, vista l’insolvenza a cui devono far fronte alcuni grandi paesi europei, la Cina, con la sua riserva di valuta estera ammontante a più di 3 trilioni di dollari statunitensi, viene considerata – paradossalmente, per certi versi – come la scialuppa di salvataggio alla quale le nazioni in difficoltà potrebbero rivolgere la loro invocazione di soccorso. Contrariamente a quanto molti si aspettavano, i cinesi hanno per adesso rinunciato a giocare un ruolo attivo nella soluzione della crisi dell’area euro. Le motivazioni sono semplici da comprendere: da un lato i leader cinesi hanno tradizionalmente tenuto un profilo basso negli affari economici internazionali, e dall’altro, ad un anno circa dall’avvicendamento al vertice, nessuno desidera compiere scelte avventate sul fronte economico. Nondimeno, la Cina ha cercato di volgere la situazione a proprio vantaggio, proponendosi come ancora di salvezza nei confronti di alcuni paesi europei più periferici e dando l’impressione di tenere in grande considerazione le sorti dell’euro. Dopo aver acquistato titoli greci in cambio della acquisizione del porto del Pireo per i successivi 35 anni, i cinesi hanno fatto shopping di titoli spagnoli – ridando fiducia agli investitori – e si sono detti interessati al debito irlandese e portoghese, pur senza specificare tempistiche e cifre. La questione è estremamente complicata perché non c’è maniera di capire i dati reali dietro le acquisizioni di titoli esteri da parte di Pechino, visto che la composizione delle riserve valutarie cinesi è un segreto di stato, e pochi paesi europei rendono pubblici i dati aggregati relativi all’acquisto del debito da parte di altre nazioni. La situazione europea ha anche consentito alla Cina di acquisire proprietà a basso prezzo e di ratificare contratti per la realizzazione di infrastrutture in paesi che devono badare soprattutto a non eccedere nella spesa. Il gigante asiatico, dal canto suo, ha fatto capire di poter essere interessato ad intervenire pesantemente in Europa – e ciò ha incoraggiato i mercati finanziari dando respiro al vecchio continente, che cerca una soluzione di lungo termine per contrastare la sua crisi – ma ha posto ovviamente una condizione di base, e cioè di essere riconosciuta come “economia di mercato” dall’Unione Europea, come sottolineato tra le righe dall’intervento del premier Wen Jiabao in occasione del Forum Economico Mondiale. Tale riconoscimento, di cui in ogni caso la Cina potrà automaticamente beneficiare nel 2016, sarebbe importantissimo per Pechino, dato che renderebbe meno facile l’accusa di dumping sui mercati esteri oggi rivolta spesso alle aziende cinesi. Quando l’obiettivo cinese è diventato chiaro, però, il blocco europeo dei 27 ha incondizionatamente rifiutato l’“offerta”. Malgrado il tentativo di “estorcere” lo status di “economia di mercato” non abbia prodotto risultati positivi, ciò naturalmente non significa che la Cina debba rimanere immobile ad osservare il tracollo europeo: essa deve necessariamente riflettere sui benefici che otterrebbe prestando un limitato ma significativo aiuto all’Europa in questo difficile momento. Una scelta di questo tipo, infatti, potrebbe fare l’interesse della Cina, che assumerebbe un ruolo chiave nella creazione di stabilità economica in Europa. Se si pensa che l’Unione Europea rappresenta il più ampio mercato commerciale per la Cina – ammontante nel 2010 a quasi 400 miliardi di dollari americani – si può ben immaginare che un’eventuale recessione generalizzata in Europa causerebbe un forte rallentamento nel mercato interno cinese, per definizione dipendente dalle esportazioni. L’eventuale collasso economico europeo risultante dall’attuale crisi, peraltro, potrebbe costare moltissimo anche alla Cina, visto che circa 800 miliardi di dollari delle riserve cinesi di valuta estera sono stati investiti in titoli di stato europei. Per questa ragione un eventuale default e la conseguente pressione al ribasso dell’euro causerebbe inevitabilmente la perdita di valore degli investimenti cinesi. La Cina, dunque, potrebbe decidere di adottare alcune misure di intervento nei confronti dell’Europa; perché queste funzionino è necessario che il Vecchio Continente mostri una maggiore fiducia nei confronti dell’interlocutore asiatico. La Cina potrebbe, per esempio, decidere di abbassare le sue barriere commerciali di tipo amministrativo nei confronti dei prodotti provenienti dall’Unione Europea; o potrebbe decidere in questo frangente di partecipare alla ricapitalizzazione delle banche europee. Ma, soprattutto, la Cina potrebbe raccogliere la ghiotta occasione, creata dalla crisi europea, per aumentare i suoi investimenti diretti, venendo incontro alle necessità di governi e gruppi industriali europei a caccia di investitori stranieri. Perché ciò si realizzi, però, è necessario che l’Europa guardi alla Cina da un punto di vista strategico spogliandosi degli istintivi sospetti nei confronti del gigante asiatico: è molto meglio intraprendere una tale strada che guardare inermi il Vecchio Continente scivolare in un baratro finanziario senza ritorno.
Antonio Fiori
(Università di Bologna)
Antonio Fiori
(Università di Bologna)
Ultimi Focus:
Loris Zanatta - 12/2011
Antonio Fiori - 12/ 2011
Mario Del Pero - 12/ 2011
Azzurra Meringlo 12/ 2011
Mario Del Pero - 11/ 2011
Antonio Fiori - 11/ 2011
Loris Zanatta - 10/ 2011
Gian Paolo Calchi Novati - 09/ 2011
Mario Del Pero - 09/ 2011
Azzurra Meringolo - 09/ 2011
Antonio Fiori - 12/ 2011
Mario Del Pero - 12/ 2011
Azzurra Meringlo 12/ 2011
Mario Del Pero - 11/ 2011
Antonio Fiori - 11/ 2011
Loris Zanatta - 10/ 2011
Gian Paolo Calchi Novati - 09/ 2011
Mario Del Pero - 09/ 2011
Azzurra Meringolo - 09/ 2011

