Focus Europa
Massimo Faggioli - 11/ 2011La politica in Germania e l’autunno dell’europeismo tedesco

L’inclusione della Germania nel progetto europeo è stata una garanzia di stabilità del continente, dal punto di vista politico, militare, economico, dei confini. A vent’anni dalla Wende, la fine dei regimi comunisti in Europa orientale e la riunificazione tedesca, l’Europa inizia a vedere e temere la fine di quella spinta propulsiva, proprio dal paese all’origine di gran parte del progetto europeo: la Germania. È generale la percezione dell’infiacchirsi dell’europeismo tedesco. Non si contano le accuse di “egoismo” rivolte alla Germania da altri paesi dell’Unione Europea. Dalle sponde americane si vede una Germania che, come ha sentenziato di recente Foreign Policy, “non è più schiava della contrizione dell’era postbellica”. C’è sicuramente un problema storico-politico di lungo periodo che si riflette sulla “questione tedesca” nell’Europa della crisi finanziaria: una Germania più tutelata dai paesi di confine (la Polonia del rassicurante e appena rieletto Tusk; la Russia del cui petrolio e gas la Germania denuclearizzata avrà sempre più bisogno) e capace di slegarsi dagli impegni internazionali (come sulla guerra in Libia) pagando il prezzo dell’impopolarità e della compagnia imbarazzante, nel voto ONU, di paesi non democratici come Russia e Cina. In una Germania in cui l’europeismo non è più percepito come il passaporto per la presentabilità pubblica, l’accusa – un tempo micidiale – di “antieuropeismo” sta diventando politicamente accettabile all’interno di una vita politica che ha visto, nell’ultimo anno, una serie di sconfitte alle elezioni regionali da parte dei partiti che formano il governo federale e l’emergere di nuovi partiti anti-sistema (come i “Pirati” nelle elezioni di metà settembre a Berlino). Ci sono sviluppi interni alla politica tedesca che aiutano a comprendere meglio le incertezze di Berlino nel guidare l’Unione Europea fuori dalla crisi della moneta. I mesi peggiori sembrano essere passati. Il governo CDU/CSU-Liberali guidato da Angela Merkel dall’ottobre 2009 è reduce dalla sospirata sentenza “europeista” del 7 settembre della Corte costituzionale di Karlsruhe e dall’importante vittoria parlamentare del 23 settembre: la vittoria parlamentare ha dato il via libera al pacchetto di aiuti alla Grecia e la Corte di Karlsruhe ha rigettato il ricorso antieuropeista e ridefinito gli spazi di costituzionalità della politica estera europea tedesca, non escludendo, ma neanche richiedendo, una riforma costituzionale in direzione di un maggiore europeismo del Grundgesetz. Ma il dibattito sull’europeismo della Germania di Merkel è lungi dall’essere sopito. Da un lato sono ricorrenti le schermaglie, finite sulle pagine dei giornali nel corso dell’estate 2011, tra Merkel e i padri dell’europeismo: l’ex cancelliere Kohl, l’ex ministro degli esteri Genscher, e in alcuni casi anche il presente ministro delle finanze Schäuble. Dall’altro lato, la politica europea tedesca degli ultimi anni ha risentito dell’esperienza pressoché disastrosa come ministro degli Esteri dell’ormai ex leader dei liberali, Guido Westerwelle, e dei liberali in generale al governo federale. L’evidente crisi politica e culturale della FDP getta una luce impietosa sul confronto tra i liberali dell’era Genscher e quelli attuali dell’era Westerwelle, che solo pochi anni fa sognavano di arrivare al 18% dei voti a livello federale, e che invece, con l’ultima tornata di elezioni regionali, sono addirittura scomparsi dai Parlamenti di alcuni Länder. La cultura europeista del maggior partito di governo, quello cristiano-democratico, si è spaccata tra una linea di cautela nella fedeltà all’europeismo della CDU e una linea di isolazionismo di tipo leghista della CSU bavarese. L’assise straordinaria del partito cristiano-democratico convocata da Merkel sulla questione europea a fine agosto ha ricondotto le due linee all’unità, ma sul piano politico la tensione non può dirsi risolta. A più riprese nel corso degli ultimi mesi la politica europea del cancelliere è finita nel mirino delle critiche, e non solo dell’ex cancelliere Kohl: del presidente della Repubblica Wulff, del ministro von der Leyen, di parti della maggioranza di governo, oltre che dell’opposizione socialdemocratica e verde. All’interno del partito di maggioranza, in particolare, Angela Merkel ha dovuto navigare tra il populismo antieuropeista della CSU bavarese e l’ala più europeista costituita da Schäuble, von der Leyen e Röttgen. La CSU ha accettato la tregua, ma le sensibilità rimangono diverse. Di fronte alla spaccatura interna alla CDU/CSU, la maggiore coesione della SPD sulla questione europea è evidente. La SPD ha tenuto a fine luglio una conferenza stampa in cui si è liberata di ogni ambivalenza circa il progetto europeo e ha impegnato il partito per l’integrazione della Ue, offrendo a Merkel un sostegno alla soluzione della crisi dell’Euro – quasi l’offerta di riedizione della grande coalizione, anche se i sondaggi attualmente sembrerebbero premiare una coalizione rosso-verde. Piuttosto che l'ideologia, sono la geografia e la cultura politica nazionale a definire le linee di faglia politica nella Ue: il Nord contrapposto al Sud decadente, e i conservatori in lotta con l’euroscetticismo populista. In nessun luogo questo è più evidente che in Germania. Anche se la stampa ha criticato pesantemente Merkel per la lentezza della sua risposta alla crisi della zona Euro, i suoi partner di coalizione – i cristiano-sociali bavaresi e anche il tradizionalmente filo-europeo Partito liberale – flirtano con il gioco populista contro gli Stati “dissoluti” dell'Europa meridionale. L’era di Angela Merkel si trova di fronte non solo ad una coalizione CDU/CSU-Liberali impoverita di potere politico, ma anche di fronte alla questione di quale eredità lasciare all’Europa. Adenauer lasciò alla Germania l’allineamento all’Occidente, Brandt la Ostpolitik, e Kohl la riunificazione e l’euro. Angela Merkel sembra invece contare su spinte esterne al fine di plasmare una politica europea della Germania, di cui tutti nel mondo denunciano la mancanza. Uno di questi agenti esterni è la Corte di Karlsruhe: è dal 2009 almeno che la politica tedesca e il cancelliere Merkel si sentono sotto tutela dei giudici costituzionali e attendono dalla Corte di sapere i confini di tollerabilità della politica europea della Germania da parte di un Grundgesetz plasmato nel 1949 come Costituzione provvisoria. Un altro di questi agenti esterni è la Francia di Sarkozy, con cui da anni i rapporti con Merkel sono altalenanti: di recente gli show di coesione tra Parigi e Berlino non hanno impressionato i mercati, e hanno impressionato negativamente gli altri partner europei. Un terzo fattore è l’alto livello di integrazione del sistema economico e finanziario tedesco con la Ue e con i paesi della zona Euro ad est di Berlino specialmente: un fattore che la propaganda populista e antieuropeista tende a sottacere. L’ultimo degli agenti esterni è l’umore europeista dei tedeschi, dato da tutti gli indicatori in caduta libera, di fronte ai timori di contagio proveniente dai paesi superindebitati del sud della Ue. Di fronte al compito che attende Merkel e la CDU, ovvero in primo luogo salvare l’euro, il parallelogramma delle forze tra questi agenti esterni non è sufficiente a creare una politica europea coerente. Non pochi osservatori in Germania vedono in questa crisi dell’europeismo di Merkel una crisi di cultura della CDU, in cui guida del governo e guida del partito sono venute a sovrapporsi per troppo tempo, a scapito della vitalità del partito. A partire dalla grande coalizione con la SPD del 2005-2009 e poi con i liberali dal 2009, Merkel ha sviluppato alcune caratteristiche della cultura cristiano-democratica, senza riuscire a diventare l’architetto di un progetto per una nuova era. Nonostante quel che dicono i vescovi tedeschi, la crisi di identità della CDU/CSU va ben oltre il significato da dare alla lettera C.
Massimo Faggioli
(University of St. Thomas – USA)
Massimo Faggioli
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