Focus Europa
Serena Giusti - 10/ 2011
La Polonia guarda avanti

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Il partito liberale di centro, Piattaforma civica (Po) dell’attuale Primo ministro Donald Tusk e del Presidente della Repubblica Bronislaw Komorowski, come le previsioni indicavano nonostante i tremori degli ultimi giorni dovuti all’alto numero degli indecisi, si aggiudica le elezioni legislative in Polonia con il 39,1% dei voti. Tusk è diventato così il primo leader polacco di governo nella storia ad essere democraticamente per un mandato consecutivo. Il Po tuttavia ha perso due punti percentuali rispetto alle elezioni parlamentari del 2007. Il Partito di Tusk non è infatti riuscito a cementare il proprio elettorato e a fidelizzarlo: alcuni dei sostenitori avrebbero preferito l’avvio di un processo riformistico più radicale mentre altri lo hanno sostenuto non per convinzione ma per non tornare indietro alla Polonia dei Kaczynski. Il partito conservatore, Diritto e Giustizia (PiS), guidato dal leader dell’opposizione Jaroslaw Kaczynski, ha raggiunto il 29,8% dei voti, circa l’2% in meno rispetto al 2007. Il Partito dei contadini (Psl, alleato al governo con il Po) si è aggiudicato l'8,3%, circa mezzo punto in meno rispetto al 2007. L’alleanza tra il Po ed il Psl dovrebbe quindi continuare a governare il paese con un margine tuttavia non cospicuo di 239 seggi su 460. L’Alleanza della sinistra democratica (Sld) del giovane Grzegorz Napieralski, che aveva ridato lustro al partito dopo gli scandali che lo avevano travolto negli ultimi anni ed aveva registrato una buona performance alle presidenziali del 2010 (era arrivato terzo al primo turno, raccogliendo il 13,7% delle preferenze; Komorowski ne aveva ricevute il 41,2% e Kaczynski il 36,7%), perde quasi cinque punti e si attesta all’8,2%. Non hanno invece oltrepassato lo sbarramento del 5% la formazione Pjn (La Polonia è la cosa più importante) e il Partito del lavoro. Tutte le formazioni politiche dell’attuale schieramento partitico polacco hanno perciò registrato un calo di consensi che sono confluiti nel nuovo Movimento Palikot (MO), una formazione guidata dal ricco imprenditore Janusz Palikot, parlamentare che era stato eletto nelle liste del Po da cui ha poi preso le distanze, al quale è andato il 10,1% dei consensi. Il voto dei giovani che era stato determinante per la vittoria del Po nel 2007 si è spostato perciò rapidamente a favore del MO. Il programma di Palikot è stato incentrato sulla importanza di un netto cambiamento valoriale del paese attraverso la laicizzazione dello Stato con la netta separazione fra sfera religiosa e sfera pubblica, la rimozione dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, una legislazione più permissiva per quanto riguarda l’aborto, il riconoscimento del diritto al matrimonio per gli omosessuali e la liberalizzazione delle droghe leggere, temi non lontani da quelli cari anche dal leader di Sld. L’affermazione di Palikot è dipesa ampiamente dalla sua immagine: un imprenditore di successo, ritenuto per questo motivo, refrattario a fenomeni di corruzione e a possibili commistioni di interessi pubblici e privati. Dal risultato di queste ultime elezioni emerge quindi una generazione post-comunista, emancipata dalla tradizione e dal peso del passato, desiderosa di guardare avanti in maniera autonoma ed assertiva. Il voto però, come in passato, rivela anche un Polonia divisa non solo generazionalmente ma anche geograficamente. Persiste anche in questa tornata elettorale il clevage fra città e campagna che ha nuovamente in gran parte sostenuto Kaczynski, il quale, nonostante non abbia rinunciato a cavalcare l’ondata emozionale (forse ormai troppo lunga e consunta) di Smolensk, ha cercato di convogliare una immagine meno stantia. Kaczynski ha tentato infatti in extremis un restyling del partito coinvolgendo nella campagna elettorale gruppi punk, rock e rap e contornandosi di uno stuolo di giovani candidate al fine di catturare il sostegno di quei giovani non urbanizzati che non sono riusciti, nonostante la crescita economica sostenuta del paese, a guadagnarsi una posizione stabile e soddisfacente nella società. Se dunque è stato scongiurato un ritorno al grigiore della gestione dei Kaczynski ed evitato una forse rischiosa personalizzazione della politica nel caso il Movimento di Palitok fosse riuscito a scardinare l’alleanza del Po con il Psl, rimane comunque il dato negativo della bassa affluenza alle urne, solo il 48,3% (nel 2005 era stato solo il 40,6% cresciuto però nel 2007 a quasi il 54%). La stabilità e continuità politica dovrebbero consentire a Tusk di far accettare le riforme strutturali ancora necessarie – i cosiddetti leftovers della trasformazione dei primi anni Novanta – alla modernizzazione del paese ed al suo definitivo salto in avanti. La crescita economica che già nel corso dell’anno è tornata al 4%, sebbene in flessione rispetto ai ritmi antecedenti al 2008, ma ben superiore a quella della media europea (1,7%), dovrebbe permettere di procedere anche con misure drastiche incluse la riforma delle pensioni e della sanità. Inoltre con la ripresa delle liberalizzazioni e privatizzazioni sono attesi nuovi flussi di capitale che si aggiungono ai fondi europei e alle positive ricadute connesse agli Europei di calcio del 2012 che la Polonia ospiterà in condominio con l’Ucraina. Alcuni sondaggi antecedenti le elezioni evidenziavano come la visione dei cittadini polacchi fosse più positiva di quella dei governanti nonostante gli ottimi dati economici ed è questo nuovo entusiasmo che il prossimo governo dovrà mettere a frutto per dare un ulteriore slancio al paese. Tusk non potrà ignorare le istanze emerse a favore della secolarizzazione ed una netta distinzione fra religione e cosa pubblica. Tornano alla mente le parole dell’arcivescovo e primate polacco Stefan Wyszyński, che ai tempi del comunismo si oppose ad ogni accordo tra Stato e Chiesa, affermando che il garante della Chiesa non sono gli accordi cartacei ma i fedeli con la loro fede e l’attività religiosa. In ambito europeo, il risultato polacco fa tirare un sospiro di sollievo all'Europa dopo i buoni segnali provenienti dal vertice franco-tedesco: la Polonia, la locomotiva dell'Est, non abbandonerà il percorso europeista, liberale, tollerante e riformatore. A preoccupare i governi dell’area euro erano anche i costi delle riforme che il PiS aveva promesso di introdurre (sanità, settore militare, sussidi per le pensioni) che avrebbero pesato sul deficit di bilancio con un probabile declassamento del rating europeo. Varsavia rappresenta anche la speranza che altri paesi dell’Europa centrale già membri della UE possano superare nazionalismi e polarizzazioni per guardare avanti. La Polonia può ora aspirare a diventare uno dei “grandi” paesi grazie alla credibilità della sua leadership, all’attivismo politico, alla abilità diplomatica e alla sua crescita economica. Un esercizio finora impeccabile della presidenza, nonostante l’impegno elettorale interno, che non sembra aver troppo distratto la leadership (soprattutto se si pensa alle precedenti infauste gestioni dei nuovi paesi membri, Repubblica ceca e Ungheria in particolare) consolida l’immagine esterna del paese. Con l’arrivo di Tusk al governo nel 2007 la Polonia ha dimostrato di essere un membro integrazionista, che ha fatto pressione per l’avanzamento di alcune politiche ritenute “sensibili” come quella della difesa. La Polonia ha contribuito al rilancio della Ostpolitik europea e sotto la sua presidenza, a fine settembre, si è svolto a Varsavia il summit del Partenariato orientale per mettere a punto una strategia consona a paesi ancora instabili come Ucraina o Belarus. Infine, il duplice riavvicinamento – a Washington e Mosca – condotto da Tusk continuerà a essere benefico sia per il paese che per l’Europa. Le buone relazioni con Mosca sono importanti anche per la situazione economica della UE: la Russia dovrebbe infatti partecipare all'acquisto delle obbligazioni del Fondo europeo di stabilità finanziaria nonché concedere al Fondo monetario internazionale delle risorse supplementari per sostenere i paesi della zona euro.

Serena Giusti
(Università Cattolica di Milano)