Focus internazionale
Loris Zanatta - 10/ 2011
How times have changed - La mano tesa del Brasile all’Europa in crisi

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“How times have changed”, era il commento del Wall Street Journal alla notizia che il Brasile tendeva la mano all’Europa in ambasce. Al punto di proporre ai soci BRICS, Cina e Russia in primis, di aiutarla ad uscire in fretta e nel miglior modo dall’abisso in cui è caduta per la crisi del debito sovrano. Non è passato molto, in fondo, una ventina d’anni appena, da quando Brasilia boccheggiava in preda all’iperinflazione. E ancor meno dall’ultimo grande e gravoso salvataggio delle sue disastrate finanze, che il Fondo Monetario fece col sostegno della comunità finanziaria mondiale. Tempo qualche lustro e tanta acqua sotto i ponti, e i ruoli paiono invertiti: il Brasile ha fatto i compiti e li ha fatti bene; e con lui non poca parte dell’America Latina, cosa che non si può dire di molti paesi europei il cui profilo economico e la cui quotidianità politica ricorda da presso il clima latinoamericano di un ventennio fa. Il Brasile ha dunque buon gioco a presentarsi oggi al mondo nei panni del bravo allievo pronto a raccogliere i frutti dei tanti sacrifici compiuti. Ed è credibile quando vanta le sue riserve di oltre 350 miliardi di dollari e la sua rigida disciplina fiscale, ma anche la rapidità con cui ha appena abbassato i tassi di interesse per contrastare gli effetti della crisi europea sulla sua attività produttiva. Ciò consente a Dilma Rousseff, appena sbarcata a Bruxelles per incontrare i vertici europei, di criticarne in modo neppur troppo velato la lenta reazione al dramma in corso e gli effetti recessivi delle misure finora adottate. E di farlo forte della consultazione appena avuta con Barack Obama e coi vertici di Cina, Russia, India e Sud Africa. Ben inteso: per quanto vero sia che i tempi sono molto cambiati, non è che il Brasile sia d’un tratto assurto a potenza in grado di arginare le falle finanziarie europee. Ci vuole ben altro. Né ad indurne la clamorosa mossa è mero altruismo, e men che meno un improvviso accesso di filantropia. Com’è lecito e legittimo, la sua mano tesa all’Europa risponde a precisi calcoli e bisogni e soddisfa talune sue ambizioni e priorità. E al di là degli effetti pratici che infine avrà, probabilmente nulli o minori, si unirà ad altre e numerose mosse che costellano il convulso mondo contemporaneo nel ridefinire la mappa dei poteri mondiali. Finché da quel grande rimescolamento di carte in corso c’è chi, come il Brasile, uscirà più potente, solido e prestigioso e chi, come l’Europa o parte di essa, Italia in testa, uscirà con le ossa incrinate, il prestigio a pezzi e il peso internazionale ridotto. Molto ridotto. Non c’è dubbio, per esempio, che nel porsi a capo dei BRICS e nel proporre il sostegno al debito sovrano europeo finito nel mirino della speculazione finanziaria, il governo di Brasilia aspiri a dare ancor più risalto al suo recente ruolo di global player della politica e dell’economia mondiali. E che aspiri a farlo erigendosi a ponte politico e culturale tra le potenze asiatiche in ascesa e l’Europa di cui esso stesso è figlio, all’apparenza avviata lungo una pericolosa china. Così come non v’è dubbio che la sua proposta di accrescere la propria e l’altrui partecipazione finanziaria al FMI con l’idea di renderlo più attivo ed efficace nel sostegno delle finanze europee, il Brasile cerchi di ottenere maggior voce in capitolo nel governo dell’economia mondiale. Ottenendo almeno in parte per questa via quel che non riesce a raggiungere con la sua annosa insistenza sulla riforma delle Nazioni Unite, da cui si aspetta invano un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza. Parimenti, si capisce che il Brasile aspiri a vedere l’economia europea puntellata prima e avviata poi verso una crescita sostenuta. Non è in fondo l’area dell’euro il suo principale partner commerciale, con cui scambia circa il 21% dei propri beni? E non è dall’Europa che proviene la maggior fetta degli ingenti investimenti diretti che da un decennio in qua ne sospingono l’economia? Proprio la crisi europea, non a caso, ha indotto le autorità economiche di Brasilia a ridurre le stime della crescita per l’anno in corso dal 4,5% al 3,7% del prodotto nazionale. E ne ha spinto la Banca Centrale, vero e proprio cancerbero della ormai mitica disciplina macroeconomica brasiliana, a tagliare il tasso di interesse. La stabilità economica europea, insomma, è questione vitale per il Brasile. E l’eventuale ruolo che il suo governo dovesse svolgere per conseguirla, gioverebbe ai suoi interessi di lungo periodo. Quali che siano le ragioni a breve o lungo termine, materiali o simboliche, razionali o sentimentali che inducono il Brasile a dire la sua sulla crisi europea, ciò che più colpisce e più col tempo rimarrà impresso, è per l’appunto “how times have changed”. E soprattutto “how world has changed”. Chi, in Europa, avrebbe prima d’ora immaginato di dover prendere molto sul serio e di provare sollievo alle sagge parole d’una donna che fu un tempo militante marxista, divenne poi solida economista e governa oggi con sicumera e consenso una delle maggiori economie di mercato al mondo? Eppure è a quest’Europa dilaniata dalla crisi greca, appesa di giorno in giorno all’andamento dei listini di borsa, malata d’una drammatica crisi di leadership da cui non si vede uscita, che Dilma Rousseff ricorda il lungo cammino percorso dal suo Brasile negli ultimi vent’anni. Dagli anni ’80, quando “gli aggiustamenti fiscali recessivi non fecero che aggravare la stagnazione e la disoccupazione”, al successivo decollo, a suo dire prova di quanto sia “difficile uscire dalla crisi senza accrescere i consumi, gli investimenti e il tasso di crescita economica”. Alla fine, è probabile che quel che il Brasile avrà fatto per alleviare la crisi europea sarà in termini concreti ben poco. Tanto più che le sue previdenti regole finanziarie e la gelosa autonomia della sua Banca Centrale gli impongono l’impiego delle ingenti riserve accumulate per acquistare titoli di alta qualità, ossia sicuri. Diverso sarebbe il caso e ben altri scenari si spalancherebbero qualora la Cina si decidesse a spalleggiarlo, cosa che però non pare per ora imminente. Eppure i gesti, le parole, le intenzioni, lasceranno il segno. Lo lasceranno gli espliciti propositi e l’attivismo dispiegato in loro nome dalle autorità politiche di Brasilia. Così come le tante notizie fatte filtrare ad hoc dal ministero delle finanze, che lungi dallo smentire l’acquisto di titoli dell’eurozona per sostenerne i corsi, li hanno poco credibilmente giustificati col desiderio di diversificare il proprio portafoglio. Per non dire delle rivelazioni, che chissà non interessino anche l’Italia, sui paesi europei dove più le acque sono agitate, andati a Brasilia col cappello n mano chiedendole di comprare parte del loro debito sovrano in via di rapida svalutazione. Tali segni si aggiungeranno a loro volta a quelli che già sono sotto gli occhi di tutti: al fatto, per esempio, ben noto da tempo agli operatori economici, che molte imprese in fuga dall’Europa in crisi investono oggi più che mai in America Latina, e in Brasile più che in ogni altro paese. E non, come con auto indulgenza s’ode spesso sostenere da noi, perché il costo del lavoro vi sia talmente basso e il mercato del lavoro così anarchico da garantire facili e lauti profitti. Bensì per la competitività raggiunta da quel sistema, oltre che dalla crescente portata di quel mercato. Manca d’altronde poco, ormai, qualche anno appena, perché non solo il Brasile scalzi l’Italia dal settimo gradino dei paesi col maggiore prodotto nazionale al mondo, ma anche Francia e Gran Bretagna dal quinto e dal sesto. I tempi, a ben vedere, sono già cambiati.

Loris Zanatta
(Università di Bologna)