Focus internazionale
Gian Paolo Calchi Novati - 09/ 2011
La guerra in Libia oltre la Libia

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Piccolo o medio per le sue dimensioni, il conflitto in Libia è stato a suo modo un evento epocale: un sigillo più che una svolta. Nel sistema mondiale – dalla fine della guerra e soprattutto dal 2001 – è in atto un processo abbastanza definito e Sarkozy ha sfruttato il trend per mettere a segno un match point a favore dell’Europa, sia nella partita su scala mondiale fra Nord e Sud che nella concorrenza, non dichiarata ma evidente almeno nel Mediterraneo, fra Europa e Stati Uniti. Ancora prima degli esiti della guerra, è l’atto in sé a fare la differenza. Cinquant’anni dopo Suez, i governi di Parigi e di Londra hanno ripreso l’iniziativa, mettendo in mora il grande alleato d’oltreatlantico per recuperare la posizione. Nel 1956 il presidente Eisenhower disse di no e l’operazione contro l’Egitto finì in un flop. Nel 2011 Obama ha riluttato perché la Libia non figurava fra le priorità della Casa Bianca ma poi ha dato il suo benestare e, pur lasciando a Parigi gli onori della leadership, ha contribuito in modo decisivo. La sofisticazione delle forze armate americane è un atout indispensabile nelle guerre tecnologiche a zero vittime fra gli attaccanti (in questo caso la Nato). La crisi del regime di Muammar Gheddafi è esplosa dopo il cambio di regime in Tunisia e in Egitto. Una correlazione esiste ovviamente fra le diverse fattispecie, anche se ciascuna di esse ha le proprie specificità storiche e geopolitiche. In Libia non c’era uno Stato nazionale solido né un esercito compatto. La scossa in Libia è partita da Derna, Tobruk e Bengasi e non dal centro politico e metaforico in cui risiede il potere e questo è bastato a fare della rivolta un fatto anzitutto cirenaico (approdato nella capitale solo in un secondo tempo e per altre vie). Tradizionalmente la Cirenaica si colloca in una posizione defilata e virtualmente separatista da Tripoli e dalla Tripolitania. Sempre a differenza di Tunisia ed Egitto, dove la protesta è stata eminentemente pacifica anche se massiccia e sempre sul punto di sfociare in tumulti, i ribelli in Libia si sono subito muniti di armi: ufficialmente per aver assaltato una caserma, probabilmente perché agitatori di fuori erano stati pronti a distribuirle. La violenza ha chiamato violenza. Si è parlato di mediazioni o interposizioni, ma in Libia si è fatta sentire la mancanza di un’autorità in grado di convincere Gheddafi a venire a patti con la realtà come accaduto a Tunisi e al Cairo. Qui sta la prova della debolezza relativa dell’Italia, incapace di mettere a frutto i “rapporti speciali” confermati dal controverso accordo del 2008. A cosa servono simili trattati se non per impedire che l’emergenza in un paese considerato strategicamente vitale per gli interessi e la sicurezza della “potenza” di riferimento degeneri in una rottura irreparabile? Fra Italia e Libia ha pesato fin troppo la sindrome coloniale. Anche il docile Idris osò a suo tempo chiedere le scuse ufficiali dell’Italia e un risarcimento economico per i danni delle guerre coloniali e dell’occupazione. Se si astrae dal riconoscimento dei diritti acquisiti degli italiani in Libia, distinguendo fra proprietà pubblica e proprietà privata (ma erano altri tempi), l’accordo del 2008 non è molto diverso dall’accordo firmato con il re Senusso nel 1956. Gheddafi ha fatto dell’ammissione esplicita da parte dell’Italia delle colpe commesse durante il colonialismo una pregiudiziale non per rompere con Roma, o screditarla, ma al contrario per poter stabilire un rapporto paritario senza alienarsi il consenso di un popolo che del colonialismo italiano conserva una memoria funesta. L’espulsione nel 1970 degli ultimi 20 mila ex-coloni italiani rimasti in Libia doveva essere il sacrificio necessario affinché l’Italia potesse diventare un partner accettabile della nuova Libia sovrana e postcoloniale. L’aspetto finanziario del gesto era rilevante, ma non era quello fondamentale. È paradossale che un non-Stato e una non-nazione come la Libia abbia vissuto il colonialismo come una vergogna da riscattare. La Libia non ha certo alle spalle la storia e la storicità di un’Etiopia. Non aveva la stele di Axum da rivendicare. Per Gheddafi quella riparazione era necessaria appunto per dare inizio alla creazione della Libia che sognava nei suoi momenti di solitudine nel deserto: un protagonista della politica araba e africana dopo tante umiliazioni, un piccolo Stato risoluto a far valere le sue risorse (il petrolio) e la sua posizione geostrategica al centro del Mediterraneo. L’esiguità della popolazione, unita all’immensità del territorio, era un vantaggio perché rendeva più libero e spregiudicato il regime dall’alto di una rendita petrolifera da trasformare in welfare e, se necessario, in un’arma politica e perché metteva a disposizione di altri (l’Egitto in primis) quel grande spazio. Ciò che non è mai stato perdonato a Gheddafi era la sua pretesa di non lasciare alle grandi potenze la facoltà di decidere, esse solo, il grado di violenza accettabile nella gestione delle relazioni internazionali. Per questo, la Libia di Gheddafi non è mai stata completamente assorbita nei parametri della Guerra Fredda. Un fattore di disturbo persino più di Cuba, che quanto meno era schierata con uno dei blocchi a confronto della “terzietà” sempre ribadita da Gheddafi, malgrado gli acquisti periodici di armi più o meno utili a Mosca. Quando Reagan spedì l’aviazione americana a bombardare Bengasi e Tripoli nel 1986 per farla finita con il “cane pazzo”, la Libia si trovò del tutto scoperta. E così è avvenuto anche nel 2011, quando la Nato ha scelto la Libia come bersaglio facile – perché isolatissima, non comparabile in ciò alla Siria o all’Iran – per ricordare a tutti, anche a chi aveva celebrato da poco l’autunno dei patriarchi e la primavera dei popoli nello stesso Nord Africa, che l’Occidente vigila sulla transizione quando la crisi dei regimi autoritari fin lì tollerati e assistiti entrano nella fase terminale. Il bipolarismo non esiste più; il sistema si articola oggi in sistemi di sicurezza regionale. Nessuno di essi, tuttavia, ha reagito in modo efficace: né una Lega araba impaziente di regolare i conti con l’invadenza eterodossa della Guida della rivoluzione libica e neanche un’Unione africana grata a Gheddafi ma priva di mezzi e in ultima analisi impotente nei riguardi di un Occidente che ha impugnato il big stick avendo in mente proprio l’Africa. Gheddafi era scomodo e indifeso, ma la guerra ha un significato che va oltre la Libia. La profezia di Samuel Hungtington sul “clash of civilizations” alludeva alla riscossa dei popoli e dei progetti nazionali “altri” per sfidare l’Occidente uscito trionfante dalla confrontazione Est-Ovest. Le identità al posto della classe o dell’ideologia. Lo schema immaginato fu sintetizzato nella formula “Rest vs West”. Qualcosa del genere potrebbe essersi verificato con gli attentati di al-Qaeda dell’11 settembre 2001. Ormai però la prospettiva si è rovesciata. È l’Occidente che espande la sua civilizzazione, senza paura di rievocare le ombre del colonialismo, ricorrendo di continuo alla guerra. Dal Grande Medio Oriente e dall’Asia, la guerra ha guadagnato anche il Mediterraneo. È come se l’Europa abbia preso atto del fallimento della cooperazione neocoloniale con il Maghreb e la sponda mediterranea dell’Africa e si sia concentrata sul linguaggio della forza. Sul punto di subire, se non una sconfitta fatale, certo una pesante battuta d’arresto, il Sud globale ha fatto sentire la sua voce dall’isola cinese di Hainan attraverso la riunione dei Bric (divenuti per l’occasione Brics con l’ingresso nel club del Sudafrica), condannando la guerra occidentale contro la Libia e più in generale l’uso della forza per risolvere le crisi, reali e destinate a ripetersi, che stanno scotendo la “periferia”. Le parole come “libertà” e “liberazione” in queste condizioni suonano un po’ stonate ma, si sa, l’universalismo eurocentrico ha contagiato anche le élite arabe e africane, salvo fare i conti prima o poi con i diritti e le aspettative vere dei loro popoli.

Gian Paolo Calchi Novati (Università di Pavia)