Focus Economia
Gianpaolo Rossini - 09/ 2011
Europa evanescente in un globo incandescente

focus
 
Le cronache europee dell’estate 2011 rimarranno negli annali di storia per due eventi. L’evoluzione della guerra contro la Libia di Gheddafi verso una sconfitta del colonnello e l’aggravarsi della crisi dei debiti sovrani in eurolandia. Due tappe che segnano l’evoluzione dell’integrazione europea purtroppo in senso negativo, ponendo complesse ipoteche sul futuro. La guerra alla Libia è una brutta copia di quella all’Iraq iniziata dieci anni fa, che ha provocato oltre un milione di vittime, alterato gli equilibri nel Golfo persico e in Medio Oriente in senso negativo, nonché indebolito gli Stati Uniti sul piano militare ed economico. La Libia di Gheddafi stabilisce un legame economico privilegiato con l’Italia dei governi Prodi e Berlusconi, i quali si fanno carico dei danni prodotti dalla colonizzazione italiana raggiungendo accordi su cospicue compensazioni. Forse è questo l’aspetto della politica italiana nei confronti della Libia che risulta meno gradito alle vecchie potenze coloniali, che temono un effetto contagio alla miriade di ex-colonie che hanno subito il peso della dominazione francese o inglese. La campagna libica è infatti promossa da Francia e Inghilterra con il duplice scopo di cancellare il colonnello, leader carismatico per molti paesi centroafricani, e di riguadagnare zone di influenza perdute in aree cruciali del Nord Africa. Le motivazioni vedono insomma il prevalere di interessi nazionali, senza considerazione alcuna per quelli dell’intera UE. Si tratta quindi dell’ennesima vicenda che mette a nudo una evanescente politica estera dell’Unione Europea. La ricomposizione degli interessi economici in Libia a favore di Francia e Gran Bretagna cancella quanto è stabilito nel trattato di Lisbona del 2009 che istituisce l’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, carica ricoperta da Catherine Ashton, persona peraltro priva di esperienza politica di rilievo e del tutto sconosciuta perfino nel suo paese d’origine. Il segnale che viene dalle vicende libiche va oltre le questioni militari e di politica estera per evidenziare che in Europa c’è scarsa coesione e che, di fronte a gravi eventi internazionali, economici, militari, finanziari, le nostre istituzioni comunitarie non sembrano in grado di reggere anche la più piccola onda d’urto, gettando una lunga ombra sul futuro del nostro continente. Se la guerra libica sancisce l’assenza dell’Europa nelle relazioni internazionali diplomatiche e militari, un passo indietro ancora più drammatico viene dal modo in cui, a partire dal 2010, si sta affrontando la crisi greca e dalle conseguenze disastrose che questo sta avendo sull’economia dell’intero globo. L’impasse ellenica nasce da debito estero e debito pubblico, che nel 2010 sono a livelli considerevoli ma non inaffrontabili. Il debito pubblico non è tanto lontano da quello effettivo di paesi come gli USA. Supera quello dell’Italia ma è meno di quello del Giappone. Il debito estero supera quello americano ma è inferiore a quello irlandese e spagnolo. La piccola dimensione dell’Ellade (2.2% del Pil dell’area euro) consentirebbe, nel maggio 2010, un salvataggio ad un costo irrisorio per gli altri paesi dell’area euro. Basterebbe una politica tempestiva analoga, ma su scala ridotta, a quella condotta da FED e Banca d’Inghilterra dal 2008 con l’acquisto sul mercato aperto (in asta sul mercato primario e sul mercato secondario) di titoli pubblici. Questa operazione, dal costo realmente trascurabile, eviterebbe il dramma della Grecia e la successiva crisi, per contagio, dei debiti sovrani e del sistema bancario di gran parte di eurolandia. La BCE non procede come FED e Banca d’Inghilterra perché, al pari di altre istituzioni europee, è preda di un dottrinarismo miope e rigido che le impone la lotta contro l’inflazione anche quando di questa non v’è traccia. La BCE alla fine si muove. Ma tarda quasi un anno a intervenire. E lo fa con troppa timidezza e senza la determinazione sufficiente. Copia male e con poca convinzione ciò che le due banche centrali anglosassoni e quella del Giappone non hanno mai esitato a compiere negli ultime tre anni, acquistando non solo titoli di Stato dei loro paesi ma anche attività finanziarie di gran parte degli operatori in difficoltà. FED, Banca d’Inghilterra, Banca del Giappone si muovono tuttora in modo intelligente, lungimirante e pragmatico, abbandonando dottrinarismi e provvedendo liquidità ai mercati e ai governi attraverso una politica di tassi d’interesse vicini allo zero (0.50%). Ovvero fanno tutto il contrario della BCE. La quale segue le altre grandi banche centrali solo quando queste, e in particolare la FED, la costringono con una potente moral suasion. Il che avviene nell’ultima parte del 2008 e nella seconda settimana di settembre 2011. Non appena la BCE sfugge alle strette della FED, ritorna al suo letargo dottrinale e commette errori madornali. Come nella primavera ed estate 2011 quando, noncurante delle difficoltà greche, aumenta progressivamente i tassi d’interesse (in aprile e luglio) portandoli all’1.50%, accompagnando le sue mosse con l’annuncio di un progressivo rialzo dei tassi e del prosciugamento della liquidità per impedire il riaccendersi dell’inflazione. Tutto questo mentre oltreatlantico si continua con la moneta facile per impedire il collasso. La BCE somiglia sempre più ad un capitano pazzo che, in mezzo ad una tempesta che sta affondando la nave, pretende che l’equipaggio lucidi il ponte e i boccaporti. È da oltre dieci anni che la nostra banca centrale tuona e fa politiche restrittive per preservarci dall’inflazione. E questo non fa altro che spingere il cambio a livelli insostenibili (prima della crisi greca siamo arrivati a sfiorare la quotazione di 1.60 dollari per euro), deindustrializzando il tessuto economico di eurolandia. Oggi questa politica inasprisce il problema della competitività e dei conti pubblici dei paesi di eurolandia impegnati in onerose operazioni di stimolo e salvataggio, concordate con gli Stati Uniti dopo il crack Lehman del 2008. Il dramma greco è insomma una cronoscopia di errori seriali delle istituzioni di eurolandia e dei due paesi leader, Francia e Germania, che detengono la gestione in duopolio del continente. Avere escluso la via più semplice e meno costosa, ovvero interventi della BCE sul mercato dei titoli pubblici, ha significato perdere mesi in lunghi negoziati per poi dare luogo ad un fondo salva stati, ahimè anemico già sul nascere. Ma intanto il tempo sprecato impone alla sfortunata Grecia di fare i conti con tassi d’interesse che salgono vertiginosamente, rendendo l’eventuale salvataggio ogni giorno più costoso e la sostenibilità politica della crisi sempre più problematica. Quando poi si arriva ad un primo piano di intervento finanziario vengono richieste risorse anche a paesi come Italia e Spagna, che non sono in buone condizioni finanziarie. L’Italia è per questo costretta ad appesantire fortemente la prima manovra fiscale del 2011 per reperire liquidità dai contribuenti. Tutto questo perché la BCE seguita a specchiarsi compiaciuta nella sua “diversità”. Il ritardo e la modestia degli interventi fa si che alla fine si rivelino sempre insufficienti. I mercati usano la cavalleria veloce e sparano sulla Grecia con armi pesanti. L’Europa va con la fanteria e fucili leggeri e non si rende conto che la Grecia è l’anello debole di una catena di edifici europei fragili che potrebbero esplodere uno dopo l’altro lasciando cumuli di macerie. Molti media europei galleggiano su questa incoscienza affondando il coltello in impietose analisi di vizi nazionali che spesso nulla hanno a che vedere con le questioni finanziarie. E purtroppo dimenticano che solo un’Europa coesa può uscire dalla grave crisi di questa fine 2011. La campagna di denigrazione della Grecia e di altri paesi del Sud Europa ha echi remoti. Tant’è che la Finlandia finisce per chiedere garanzie alla Grecia che ricordano riparazioni di guerra di triste memoria. Tra aiuti tardivi e minacce dei paesi solidi sul patrimonio pubblico greco, non abbastanza depredato negli ultimi due secoli da inglesi, francesi e tedeschi, nel settembre 2011 i tassi d’interesse sui titoli greci a 10 anni vanno oltre il 50% sul mercato secondario e ben oltre il 20% sul mercato primario. Va peggio che in Argentina del 2001 e il livello è quattro volte il limite che le leggi antiusura italiane ammettono. Con questi tassi d’interesse anche il debito pubblico della fredda e virtuosa Finlandia sarebbe insostenibile. Le errate politiche restrittive, nonché i tiepidi e tardivi interventi della BCE causano contagio che dalla Grecia tocca nel 2010 Spagna, Portogallo e Irlanda e nell’estate 2011 anche l’Italia e le grandi banche francesi. Intanto Germania, Olanda e Finlandia si godono tassi d’interesse inferiori a quelli che avrebbero se gli altri partner non fossero in difficoltà, in quando diventano porto sicuro e ricevono molti più capitali di quelli che arriverebbero in situazioni normali. L’autunno che ci attende ci regala una grande incertezza sul futuro dell’euro, per molti paesi diventato una soffocante camicia di forza. Le politiche di aggiustamento finanziario in diversi paesi dell’area euro appaiono sempre meno sostenibili da maggioranze di governo elette democraticamente. Come è possibile chiedere alla Grecia di licenziare 150.000 dipendenti pubblici come fa la Germania? Solo un governo militare può fare questo. Il paradosso è che a tutto ciò si giunge perché la nostra BCE si rifiuta di fare una coraggiosa politica di moneta facile, temendo che l’inflazione salga dal 2% al 4%, ovvero che succeda quanto avviene senza drammi in Gran Bretagna e Stati Uniti. Perché tutto questo? Forse a Bruxelles e Francoforte nel 2010 qualcuno pensava che immolare ai mercati la Grecia come vittima sacrificale, avrebbe rinforzato la disciplina del “branco euro”. Purtroppo lasciare gli eredi degli Achei in balia della speculazione ha significato mostrare ai mercati che l’Europa non solo non ha alcuna politica fiscale comune ma non ha neppure una politica monetaria adatta alle situazioni di crisi e, ancora peggio, manca della solidarietà o della pazienza che ha la Cina nei confronti degli USA dai quali continua ad acquistare montagne di titoli pubblici. Il maggiore successo della BCE e delle pressioni tedesche è di aver fatto inserire nelle legislazioni nazionali di Italia, Spagna e Portogallo la regola del bilancio in pareggio. Si tratta di una norma insostenibile e senza senso degna dei Tea party americani, che ingessa le politiche economiche e che priva un paese delle capacità di intervento pubblico in condizioni di crisi. Sapevamo che con l’euro avremmo devoluto la sovranità monetaria, ma ora scopriamo che anche quella fiscale se ne va. E questo forse è un po’ troppo. Oltretutto, la crisi di oggi scaturisce da troppo debito privato, da chi ha operato male nei mercati ed è poi stato salvato dai bilanci pubblici. Porre limiti rigidissimi all’indebitamento negandolo completamente non per chi ha esagerato ma per chi ha salvato chi ha abusato ricorda certi processi di stupro di un po’ di anni fa. Spesso chi finiva sotto accusa non era chi aveva commesso violenza ma la donna che l’aveva subita, perché si riteneva avesse provocato gli istinti beluini del violentatore.

Gianpaolo Rossini
(Università di Bologna)