Focus internazionale
Mario Del Pero - 09/ 2011
Obama e il declino americano

focus
 
Per certi aspetti la discussione sul (e la paura del) presunto declino del paese inizia al momento della stessa nascita degli Stati Uniti. Stato fragile, debole e diviso all’interno – quello statunitense - circondato da paesi ostili e, una volta venuta meno la protezione della Royal Navy britannica, umiliato sui mari. Ma stato che da subito rivendica la propria grandezza e unicità: il proprio destino imperiale. Da un lato si teme una sorte simile a quella della Polonia, che le potenze europee smembrarono e si spartirono; dall’altro si sogna la riproduzione cellulare infinita, finanche globale, del modello di libertà repubblicana e federale che si va edificando nei neonati Stati Uniti d’America. Questa schizofrenia – questo oscillare tra ambizioni quasi velleitarie e fobie ai limiti dell’Apocalisse – accompagna gran parte della storia della politica estera statunitense, almeno fino all’ascesa imperiale di fine Ottocento e al successivo consolidamento degli Usa come principale, se non unica, potenza mondiale. E però, proprio la definitiva affermazione degli Stati Uniti sulla scena mondiale, il compimento e realizzazione di quei sogni a lungo vagheggiati, riporta sulla scena il tema del possibile declino del paese: normalizzato nella sua ascesa imperiale; trasfigurato nella sua configurazione interna, con un apparato statuale sempre più forte e pervasivo; destinato, quindi, all’inevitabile sorte che prima o poi tocca tutte le grandi potenze imperiali nella storia. Negli anni Settanta, e ancor più negli anni Ottanta del Novecento, il tema del declino – possibile, probabile, per alcuni certo – degli Stati Uniti tornò a occupare lo spazio del dibattito politico e intellettuale. Lo fecero proprio intellettuali e politici liberal e conservatori, di destra e di sinistra. Una parte denunciava la “sovraestensione imperiale” del paese, che ne assorbiva ed esauriva le risorse, ovvero la decrescente competitività dell’economia statunitense, sfidata e vinta da modelli alternativi, fossero essi quello tedesco, giapponese o delle nuove tigri asiatiche. Un’altra parte leggeva il declino in chiave sì economica – soffermandosi sulla inefficienza di un sistema iper-regolamentato e drogato dai sussidi federali – ma vi aggiungeva una dimensione morale e spirituale, denunciando la perdita di valori e lo sgretolamento della coesione nazionale provocato dalla svolta relativista e multi-culturalista in atto. Questo dibattito, con tutte le sue semplificazioni, è tornato con forza negli ultimi anni, in concomitanza con gli eclatanti fallimenti della politica estera di Bush, la crisi economica post-2007 e la crescente volatilità politica. Nel confrontarsi con il tema del declino degli Stati Uniti è opportuno porsi due domande: quali indicatori utilizzare per misurare questo supposto declino e se abbia ancora un senso usare la categoria di declino in un sistema internazionale caratterizzato dalla crescente interdipendenza dei suoi soggetti e da un evidente indebolimento della sua unità di riferimento classico, lo stato-nazione. Gli indicatori, innanzitutto. Dalla crisi, quella sì reale, degli anni Settanta gli Usa uscirono ripensando la propria leadership ed egemonia. Lo fecero per il tramite del loro mercato interno, vero volano – nella sua vorace bulimia – della crescita economica mondiale; grazie alla riaffermazione del loro primato militare; e rilanciando con forza e radicalità l’idea che gli Usa fossero qualcosa di diverso speciale e unico: riaffermando, senza remore e pudori, un discorso fortemente nazionalista ed eccezionalista. Se oggi riprendiamo queste determinanti dell’egemonia statunitense notiamo che alcune hanno esaurito le loro risorse, che altre rivelano le loro contraddizioni e che altre, ancora, persistono e offrono agli Stati Uniti una dotazione di potenza di cui nessun altro paese dispone. I consumi hanno logorato gli Stati Uniti. Il livello d’indebitamento familiare è cresciuto costantemente fino a toccare la fatidica soglia dello zero rispetto al reddito. Quello pubblico è aumentato a sua volta esponenzialmente, in conseguenza di deficit, interni ed esterni, cresciuti sempre, fatto salvo per l’ultimo triennio di Clinton, quando si ebbero tre surplus di bilancio (ma la bilancia delle partite correnti rimase sempre in passivo). La trasformazione da paese esportatore di capitali a paese importatore si è a sua volta intensificata e cronicizzata. I conti pubblici non si sono deteriorati solo a causa di alti consumi, bassi risparmi e bilance commerciali sfavorevoli. Hanno pesato in modo decisivo anche la riduzione delle tasse (l’imposta sui redditi più alti è passata dal 70 al 35% in un trentennio) e le altissime spese militari, cresciute esponenzialmente dopo l’11 settembre 2001. Spese militari che pongono gli Usa in una categoria di potenza a sé stante. Ma che offrono un elemento di potenza difficilmente spendibile, quantomeno nella sua interezza, come si è ben visto in Afghanistan, in Iraq e in Iran. Anche perché a queste fragilità economiche e a questa parziale inutilità dell’elemento militare si somma un discorso pubblico scopertamente nazionalista, che tende ad allontanare il resto del mondo dagli Stati Uniti. Che riduce in altre parole il soft power degli Stati Uniti: la loro capacità di estendere indirettamente la propria influenza, grazie alla fascinazione che il loro modello, politico ed economico, è sempre riuscita a esercitare. Si tratta di vulnerabilità effettive, aggravatesi negli ultimi anni. Ma si tratta anche di un lato solo della medaglia, che se osservato dal versante opposto ci rivela una diversa realtà. A fronte di un indebolimento forte del settore manifatturiero, gli Stati Uniti continuano a rappresentare un paese dalla rilevante capacità d’innovazione e dagli alti tassi di produttività. Sta qui la Silicon Valley; stanno soprattutto qui le migliori università e i centri di ricerca all’avanguardia. Pochi giorni dopo la tanto enfatizzata perdita della tripla A di Moody’s, i bonds statunitensi sono stati collocati a tassi bassissimi sui mercati internazionali, dimostrando una volta ancora come gli investitori privilegino gli Usa rispetto alla gran parte del resto del mondo. La sofisticata tecnologia militare statunitense è a sua volta risultata decisiva anche in un intervento, quello in Libia, in cui per la prima volta da decenni gli Usa sono andati al traino dei propri alleati europei. L’attenzione globale per l’anniversario dell’11 settembre, così come l’entusiasmo con cui fu accolta l’elezione di Obama fuori dagli Stati Uniti, rivelano come non tutto il soft power sia stato sperperato: come ancor oggi molti guardino all’America con ammirazione. Rimane la politica, forse la maggiore delle fragilità degli Stati Uniti odierni. Una politica disfunzionale e volatile, pesantemente condizionata da un ciclo elettorale senza tregua e da un discorso mediatico urlato e frettoloso, che premia gli irresponsabili e i demagoghi. Una politica che ha forse toccato il fondo in questi ultimi mesi, con un presidente ondivago e debole e un’opposizione repubblicana spregiudicata e irresponsabile. Sembra esservi una tregua, ora, e si è aperto un flebile dialogo bipartisan sulle ultime proposte di Obama in materia di lavoro. Ma certo è difficile non vedere nella bassa qualità sia del confronto politico sia di come questo viene narrato e discusso una delle manifestazioni di debolezza, abbruttimento e, forse, declino degli Stati Uniti. Il declino, nella politica internazionale, non può però più essere misurato in termini relativi, come un gioco a somma zero: una potenza cresce, l’altra scende, l’equilibrio si ristabilisce. La potenza degli Stati Uniti non è solo proiezione, ma anche relazione. Ed è proprio questa sua natura relazionale a rendere il dibattito sul declino se non sterile quantomeno parziale. Il rapporto con la Cina, la potenza in ascesa che sfida l’egemone nella narrazione odierna dominante, è da questo punto di vista paradigmatica. I due paesi sono legati da una rete strettissima di scambi e interdipendenze. Le relazioni commerciali si sono fatte viepiù strette. La Cina possiede una parte rilevante del debito statunitense (più o meno l’8% di quello complessivo, circa un terzo del debito in mano a investitori esteri); il mercato americano ha trainato la crescita cinese; molte corporation statunitensi hanno trasferito in Cina parte del proprio ciclo produttivo. È, questo, un intreccio strettissimo e da maneggiare con estrema cautela, nel quale nessuna delle due parti può compiere scelte unilaterali senza scatenare riverberi più ampi. Ciò non significa che l’assenza di tensioni e conflitti sia inevitabile. Entrambe le parti perseguono e perseguiranno il proprio interesse. E la politica non è sempre dominio della razionalità: tanto in Cina quanto negli Stati Uniti vi è che spinge per alzare la soglia della tensione. La relazione sino-statunitense ci mostra solo come sia poco utile ragionare con le categorie classiche del declino e dell’ascesa delle potenze. Un declino degli Stati Uniti, come si è visto in questi ultimi tre anni, rende più debole e instabile tutto il mondo, a partire proprio dal suo presunto rivale cinese.

Mario Del Pero
(Università di Bologna)