Focus Europa
Furio Ferraresi - 07/ 2011
Il Belgio, ovvero lo specchio rotto dell’Europa

focus
 
Il 21 luglio il Belgio ha celebrato la festa nazionale in un’atmosfera incupita dalle preoccupazioni per il nuovo blocco del negoziato sulla riforma dello Stato, intervenuto in seguito al “no” espresso dai nazionalisti fiamminghi di Bart De Wever e dai cristiano-democratici fiamminghi di Wouter Beke alla nota presentata dal “formatore” Elio Di Rupo, presidente dei socialisti valloni. Il risultato di questo ennesimo impasse è il ritorno alla casella di partenza, a quel fatidico 13 giugno 2010, data delle ultime elezioni politiche e punto di avvio del finora inconcludente negoziato istituzionale. Il governo di Yves Leterme continua dunque a rimanere in carica per gli “affari correnti”, mentre la crisi economica e i timori per un declassamento del debito belga richiederebbero un governo vero che mettesse mano alla riforma delle pensioni e del mercato del lavoro e approvasse rapidamente una severa legge di bilancio per il 2012. Il drammatico paradosso nel nuovo capitolo della crisi politica belga consiste nel fatto che la nota di Di Rupo giungeva dopo le note istituzionali presentate nei mesi scorsi dallo stesso De Wever e dal socialista fiammingo Johann Vande Lanotte, e dopo il lavoro svolto da Beke; essa, pertanto, recependo i frutti del negoziato già svolto e realizzando la sintesi delle differenti proposte avanzate dai 9 partiti coinvolti nella trattativa, aveva inevitabilmente l’aspetto di un testo molto dettagliato, non solo dal punto di vista politico-istituzionale (questione della circoscrizione bilingue di Bruxelles-Hal-Vilhorde, statuto della regione di Bruxelles capitale, riforma del federalismo, trasferimento di nuove competenze alle entità regionali, ecc.), ma anche da quello socio-economico (rigore di bilancio, solidarietà, riforma fiscale). Non poteva che essere così, date le acquisizioni dei negoziati trascorsi, e infatti quasi tutti gli analisti davano per certo il parere favorevole dei nazionalisti fiamminghi, tutt’al più con qualche riserva che sarebbe potuta diventare oggetto di ulteriori discussioni. Dire “sì, ma”, infatti, avrebbe semplicemente reso possibile l’avvio del negoziato ufficiale su un testo condiviso nelle sue linee-guida; sarebbe stato quindi un via libera alla trattativa, e non certo la sottoscrizione di un patto di governo. Ma i nazionalisti hanno cinicamente sfruttato il fragile equilibrio della nota per rigettarla nella sua interezza, accusandola di essere un’accozzaglia incoerente di proposte – un “bric-à-brac”, secondo De Wever –, ma soprattutto di voler conservare ciò in cui essi sembrano davvero non credere più: l’unità dello Stato federale. La stampa francofona ha bollato come “irresponsabili” i nazionalisti fiamminghi, ma maggiore indignazione ha suscitato il comportamento dei cristiano-democratici, accodatisi alla decisione della N-VA più per il timore di rimanere isolati in un eventuale futuro negoziato senza i nazionalisti, soprattutto dopo il coraggioso “sì” dei liberali fiamminghi di Alexander De Croo, che per reale convinzione. De Wever, che ha definito Di Rupo “perfido e incompetente”, non sta evidentemente giocando a carte scoperte. Dichiara di essere stato costretto a dire “no” dalla mancanza di coraggio dei socialisti à la Di Rupo, ma è ormai a tutti chiaro che la sua disponibilità al compromesso è pari a zero e che egli punta a far saltare il tavolo del negoziato per arrivare all’indipendenza delle Fiandre nei panni di chi ha fatto di tutto per evitarla. Nel frattempo Bart de Wever e Elio Di Rupo sono diventati le icone dello scontro in atto tra fiamminghi e valloni, ma anche tra due differenti filosofie politiche, bene illustrate in due lunghe interviste ai due leader contenute nell’ultimo numero della rivista francese Politique internationale. Il primo si proclama un “patriota fiammingo” e un conservatore di centro-destra (con tanto di endorsement per l’UMP di Sarkozy, un “partito patriottico che crede ancora nell’idea nazionale”); cita Edmund Burke, il padre dello storicismo conservatore (“un Paese che non ha i mezzi per cambiare non ha certamente i mezzi per restare un Paese”), e critica sia l’individualismo di matrice liberale sia lo statalismo socialista (ma ammira Gerhard Schröder, “ingiustamente dimenticato dai tedeschi”), sostenendo le ragioni della “società” e della “comunità”, dei legami radicati nel territorio attraverso la famiglia, le associazioni, la scuola, il quartiere, che non possono essere totalizzati dallo Stato. L’identità – sostiene – è un “processo di identificazione che riposa su un insieme di dati oggettivi: una lingua, un contesto culturale, un territorio, delle abitudini. Ma anche sulla volontà, la scelta di vivere insieme”. Essa non è dunque qualcosa di fisso e immutabile, ma è soggetta all’evoluzione. Il Belgio non esiste più come Paese unitario: esistono due comunità separate che convivono a fatica dentro la finzione di un unico Stato nazionale. La tappa finale dell’evoluzione storica belga è l’indipendenza delle Fiandre, sembra confermare il leader nazionalista, ma le tappe intermedie sono ricche di incognite e nessuno può dire con certezza in che forma si presenteranno. Elio Di Rupo, dal canto suo, cita come propri mentori Mandela, Gandhi e Mitterrand; dichiara di sentirsi innanzitutto belga, quindi vallone ed europeo (e un po’ anche italiano); difende le ragioni della sopravvivenza dello Stato federale belga e la necessità di arrivare a un “compromesso equilibrato” con i fiamminghi. Ma aggiunge che il vero problema è che “per la prima volta nella storia del Belgio il più grande partito fiammingo è un partito nazionalista il cui obiettivo è la creazione delle Fiandre indipendenti, all’interno dell’Ue”. Sottolinea l’urgenza di una riforma istituzionale che rafforzi l’autonomia delle regioni, garantendo nel contempo la solidarietà tra tutti i belgi attraverso la “sécurité sociale” federale. Conclude affermando che “se le Fiandre decideranno di proclamare la propria indipendenza, valloni e brussellesi non dovranno avere paura di prendere in mano il proprio destino”. Se queste sono le “filosofie” che ispirano i due leader a capo dei rispettivi fronti contrapposti, è difficile dire quali siano oggi le soluzioni del rompicapo belga. Sembrano però delinearsi tre possibili scenari: il primo riguarda la ripresa del negoziato. Bisogna ricordare che la riforma istituzionale richiede una maggioranza dei due terzi per essere approvata. Sarà decisiva la posizione dei cristiano-democratici, che hanno chiesto a Di Rupo di “riscrivere” la nota: una richiesta irricevibile dopo un anno di negoziati e un abile saggio di equilibrismo politico. Ciò nonostante, è probabile che Di Rupo finisca con l’apportare alcuni aggiustamenti sui temi caldi della regione di Bruxelles e della circoscrizione BHV, che vadano incontro alle richieste della CD&V. Sicuramente, questo partito trarrebbe maggiori vantaggi dalla partecipazione a un accordo con gli altri 7 partiti che hanno accettato la nota che dal far propria la politica della “terra bruciata” della N-VA, l’unica vera beneficiaria in caso di fallimento definitivo del negoziato. Va anche ricordato che la riforma istituzionale non potrebbe essere approvata senza il consenso della N-VA e del CD&V, poiché alla Camera socialisti, liberali e verdi fiamminghi totalizzano solo 31 seggi fiamminghi su 88, mentre è necessaria la maggioranza assoluta nel gruppo linguistico nederlandese per adottare delle leggi speciali. Dunque, i cristiano-democratici tengono in gioco i nazionalisti della N-VA e rappresentano l’ago della bilancia nella trattativa in corso. La loro strategia li condanna però ad avere successo, perché se il negoziato fallisse sarebbero risucchiati nell’orbita dei nazionalisti, sino a diventare da questi pressoché indistinguibili, mentre il loro obiettivo è di servirsene, in un primo momento, per realizzare una riforma dello Stato favorevole alle Fiandre e di marginalizzarli, in un secondo momento, presentandosi come variante moderata del regionalismo fiammingo. Il secondo scenario è rappresentato da nuove elezioni, che appaiono però assai improbabili, sia perché tutti le temono a causa del discredito in cui è caduta la classe politica belga, sia perché per indirle è necessario che una maggioranza di deputati voti lo scioglimento delle Camere e oggi a favore di questa soluzione vi sono solo la N-VA e l’estrema destra fiamminga. Ciò nondimeno, le elezioni sono vieppiù reclamate anche dalla stampa francofona, che volendo scoprire il bluff di De Wever lo vorrebbe costringere alla sfida di una campagna elettorale a carte scoperte, a sostegno dell’indipendenza delle Fiandre, scommettendo sul fatto che la sua proposta verrebbe bocciata dagli stessi fiamminghi. Il terzo scenario è il rilancio del governo Leterme, che presuppone però la separazione della questione istituzionale da quella del governo e in particolare del governo dell’economia. Una soluzione gradita all’Europa, ai mercati e anche alla CD&V, che vedrebbe confermato il proprio ruolo strategico nella partita per il destino del Paese. Naturalmente, anche in questo caso si dovrebbe superare il veto dei nazionalisti fiamminghi, che hanno sempre fatto dell’accordo istituzionale una precondizione necessaria, sebbene non sufficiente, di qualsiasi ulteriore accordo. Come si può vedere, la sopravvivenza del Belgio dipende dal fatto che l’avvio della sua dissoluzione è al momento più complicato della sua conservazione inerziale. Un’ultima, amara considerazione, in controtendenza rispetto a tutta la retorica mainstream dell’europeismo politically correct: il nazionalismo fiammingo – l’idea di poter resistere su una piccola zattera ai marosi della globalizzazione – presuppone in realtà un’Europa forte, che surroghi l’evaporazione del livello federale belga assorbendone competenze e responsabilità. Il che significa, paradossalmente, che solo un’implosione dell’Europa, il fallimento dell’euro e il riesplodere dell’atomismo nazionalistico potrebbero portare i belgi a riscoprire il plusvalore politico del loro piccolo, ma non piccolissimo, Stato unitario, in assenza dell’ombrello comune europeo. Il che non significa, però, che il gioco valga la candela.

Furio Ferraresi