Focus Economia
Gianpaolo Rossini - 03/ 2011Una Bce ansiosa e il nuovo patto per l’euro
A inizio marzo 2011 il presidente della BCE Trichet annuncia un possibile rialzo dei tassi d'interesse per aprile. Non passa una settimana e l'agenzia di rating americana Moody's declassa il debito pubblico della Grecia di tre livelli e quello della Spagna di un livello. Il 16 marzo è la volta del Portogallo, degradato di due gradi ad A3 con prospettive negative verso la categoria B. Moody's è imprevedibile, come dice il nome. Ma calcola semplicemente l'impatto degli annunciati aumenti dei tassi sulla sostenibilità finanziaria. Eppure solo qualche giorno prima erano giunti i moniti del FMI che consigliava cautela alla BCE. Le prospettive economiche e finanziarie dell'intero occidente, Giappone incluso, non sembrano consentire manovre di restrizione della abbondante liquidità immessa dalle banche centrali. Le ansie della BCE e le "pallottole" di Moody's hanno purtroppo conseguenze sui tassi che Portogallo, Grecia e altri membri sofferenti di eurolandia devono pagare e ne rendono le posizioni debitorie quasi ingovernabili. E se non basta, dopo una settimana spingono l'agenzia di rating Standard and Poor's a declassare il debito sovrano del Portogallo fino alla tripla B. L'ennesima sequenza di reazioni perverse che travolgono valutazioni più misurate e finiscono per autoalimentarsi. È in questo contesto che vengono stilate nuove discipline finanziarie tra i membri di eurolandia, attraverso intese raggiunte il 12 marzo e nell'ultimo fine settimana di marzo 2011.
Un nuovo patto per eurolandia?
Gli accordi del 25 marzo hanno un nome: Patto per l'euro, a fare intendere che il problema al centro dell'attenzione è l'unione monetaria. Il Patto di marzo 2011 prevede nuove regole e una sorta di Fondo Monetario Europeo, dal nome un po' criptico, ESM (European Stability Mechanism). Decade il Patto di stabilità e di sviluppo e si mandano i criteri di Maastricht a riposare nei testi di storia economica. Il Patto e le intese riguardano quattro temi.
Le nuove condizioni per la Grecia
Il primo tocca le condizioni dei prestiti alla Grecia e all'Irlanda. Viene diminuito di 100 punti base (1%) il tasso alla Grecia da parte dell'EFSF (European Financial Stability Fund) il fondo salva debiti sovrani messo in piedi dall'Ecofin nell'estate 2010 e che opererà fino al 2013. Viene esteso il termine di restituzione degli aiuti a sette anni e mezzo. Entrambe le misure, invocate in questo osservatorio, riportano gli interventi europei a condizioni e prezzi in linea con quelli del FMI. Resta una condizionalità che impone la privatizzazione di attività reali e finanziarie dello stato ellenico per circa 50 miliardi di Euro, pari a circa il 45% del Pil. Una clausola più rigida e invasiva di quelle cui ricorre il FMI nelle sue azioni di soccorso finanziario in altre aree. Ma tant'è. L'Europa che fatica ad avere una voce unica sui temi più svariati, quando la esprime è sempre di un tono di troppo. L'Irlanda aveva chiesto migliori condizioni. Si è vista negato qualsiasi sconto per aver rifiutato di elevare l' aliquota di imposta sulle imprese (corporate tax) al 12.5%. Un peccato, perché questo è un nervo scoperto della UE, che ha bisogno di un fisco meno disomogeneo e fonte di minori tensioni. L'aliquota irlandese è da paradiso fiscale e non è sostenibile in una unione. Un graduale aumento non nuocerebbe e la stessa Irlanda guadagnerebbe in stabilità finanziaria e trasparenza, ottenendo sconti e minori sacrifici per i suoi cittadini ora vessati dal peso del salvataggio di un sistema bancario in crisi comatosa. Come l'Olanda ha fatto marcia indietro sulla vendita libera di droghe leggere che avevano reso il paese un hub del narcotraffico, così l'Irlanda meglio farebbe ad alzare gradualmente le imposte sulle società. Se ne gioverebbe la qualità e la stabilità del sistema finanziario irlandese e quella del resto d'Europa. Ma purtroppo siamo in una impasse.
Le regole per la finanza pubblica e per quella privata
Il secondo oggetto, cuore del Patto, sono le finanze pubbliche dei membri di eurolandia. Sorprende che le politiche fiscali rimangano il capro espiatorio delle difficoltà emerse nel 2010 con la crisi di Grecia e Irlanda. Si finge di non vedere che la crisi irlandese non ha alcuna relazione con la finanza pubblica essendo stata causata dal collasso del sistema bancario e da una forte esposizione del paese sull'estero. Ma la flessibilità europea non brilla neppure sotto il profilo della interpretazione degli eventi. Il Patto per l'euro prevede una riduzione annuale dei debiti pubblici. Per la parte eccedente il 60% del Pil occorre tagliare il debito pubblico di 1/20 a partire dal 2012. Per chi non si adegua sono previste sanzioni finanziarie non lievi e automatiche comminate dalla Commissione. Ad esempio, se un paese ha un debito pubblico pari al 100% del Pil e cresce ad un tasso nominale del 4% (2% reale + 2% inflazione) dovrà avere un deficit pubblico inferiore al 2% del Pil. Per un paese come l'Italia con un debito pubblico del 119% il deficit pubblico che si può permettere dal 2012 è di poco superiore all'1%. Per la Grecia sarà necessario un surplus pubblico. C'è però una consolante novità. La commissione UE potrà tener conto anche di altri parametri. Il livello del debito privato e gli squilibri con l'estero saranno i due indicatori principali a completare il quadro della sostenibilità finanziaria di un paese. Queste due variabili, se favorevoli al paese, possono mitigare le sanzioni automatiche che il nuovo Patto prevede per i paesi trasgressori. La decisione verrà presa dalla commissione UE. La multa prevista è un deposito infruttifero dello 0.2% del Pil che va al nuovo fondo ESM. L'aspetto negativo di questo è che abbiamo ancora a che fare con una sanzione internazionale comminata ad un paese da parte dei suoi partner più stretti. Le sanzioni internazionali non sono mai da sottovalutare nella loro gravità. Evocano conflitti, tensioni internazionali e minano alleanze. All'interno di una Unione nata per dire "mai più" a conflitti su suolo europeo appaiono inopportune e rischiose. Sul piano politico erodono il grado di coesione dell'Unione. Sul piano economico, se applicate, mettono in ulteriori difficoltà paesi già vittime di forti tensioni finanziarie. Lo spirito di Maastricht aleggia ancora sulla UE con un refrain triste e inaccettabile. Perché la UE compulsivamente evoca sanzioni mentre il FMI non lo fa mai? A differenza del FMI, l'Europa dispone poi di fondi regionali. Una riduzione per paesi che ripetutamente violano le regole potrebbe essere la strada giusta. Ma anche questa andrebbe percorsa con cautela perché i paesi in difficoltà finanziarie non possono essere bastonati. In una Europa integrata finanziariamente i colpi avrebbero una eco (contagio) anche nei partner "sani". L'aspetto positivo della nuova regola è l'allargamento degli indicatori che servono per definire la solvibilità finanziaria di un paese. Si tratta di un mezzo passo perché non si specifica con esattezza il peso di questi nell'applicazione delle sanzioni a chi viola le linee guida sul rientro del debito pubblico. Si riconosce, seppur tardivamente, che la finanza pubblica è solo una parte del sistema economico di un paese. Lo stato di salute di quella privata è fondamentale tanto o forse più di quella pubblica. I paesi più colpiti dalla crisi di questi tre anni soffrono in primis di una condizione di estrema debolezza della finanza privata, ovvero del sistema bancario e delle famiglie. E' questo il caso di Usa, Gran Bretagna, Islanda, Irlanda, Portogallo e Spagna, tutti paesi virtuosi, fino a 3 anni fa, sul piano fiscale, ma esposti sull'estero a causa di una condizione debitoria del settore privato che non era compensata dalle virtù del settore pubblico. Nel nuovo patto finalmente si tiene conto di tutto questo uscendo dalla trita filosofia di Maastricht che vedeva nel settore pubblico l'unica fonte di instabilità finanziaria. C'è da augurarsi che questa nuova prospettiva trovi una vera applicazione negli uffici della Commissione.
L'ESM
Il terzo tema del Patto riguarda la creazione del ESM, un istituto finanziario simile al FMI, dotato di un capitale sottoscritto dai membri di eurolandia in quote analoghe a quelle del capitale BCE. E' un fondo salva stati che mette quindi una pietra tombale sulle proibizioni di Maastricht al salvataggio dei paesi. Potrà finanziarsi emettendo obbligazioni che avranno il massimo rating, tripla A, e darà quindi soddisfazione indiretta alla proposta Tremonti-Juncker sugli eurobonds. Il fondo, per ora, può acquistare titoli pubblici di paesi membri solo su mercato primario, ovvero alle aste. Non può operare sul mercato secondario. Una limitazione non gradita dalla BCE che lo vorrebbe invece a fianco in operazioni di aiuto ai paesi con improvvise difficoltà sui mercati finanziari. E' probabile che questa limitazione venga spazzata dagli eventi come tante altre macchinose e inutili prescrizioni. L'istituzione del fondo dal 2013 è un notevole passo avanti per la stabilità finanziaria globale. Il dato negativo è che le sue obbligazioni finiranno per marginalizzare i titoli pubblici dei paesi più deboli che si vedranno spiazzati, anche dalla maggiore seniority dei titoli dell'ESM. Questo potrebbe portare tuttavia ad un allargamento delle funzioni del fondo facendogli assolvere in pieno il mandato che Tremonti e Juncker avevano auspicato con la nascita di titoli europei.
Competitività e mercato unico
Il quarto tema riguarda la competitività soprattutto dei paesi a rischio. Un capitolo nuovo e al tempo stesso vecchio, ma che vale la pena aprire con determinazione. È vecchio perché prevede l'ulteriore sviluppo del mercato unico, stabilito nel 1993, ancora latitante in alcuni settori. La completa apertura interna dell'Europa è infatti condizione perché tutti beneficino dell'integrazione. I paesi piccoli sono i primi a soffrire di chiusure anche se lievi dei mercati di quelli grandi. Un paese piccolo è sul piede di parità con uno grande se ha lo stesso accesso al mercato unico. Se questo non avviene la tentazione di darsi al free riding fiscale è forte e questo riduce la stabilità finanziaria dell'intera Europa. La novità riguarda il monitoraggio da parte della commissione delle politiche per la competitività, visto che i paesi deboli hanno persistenti deficit del conto corrente della bilancia dei pagamenti con l'estero, segno di decaduta competitività. La commissione UE terrà sotto osservazione salari, investimenti in ricerca e sviluppo, nelle infrastrutture, processi di liberalizzazione di mercati ancora chiusi e l'operare della pubblica amministrazione. Si tratta di un aspetto positivo del patto anche se in buona parte risultato dei ritardi nel completare il mercato unico, vecchio ormai di quasi vent'anni e indebolito, in queste tre anni di profonda crisi, da politiche e comportamenti poco coerenti con l'integrazione.
Le prospettive
Il Patto prevede nuove regole. Non semplici e gradevoli. Risultato però di una visione meno manichea dei mercati finanziari. Pongono le basi di un salto in avanti dell'Europa. Anche se non sono il massimo che si poteva chiedere alle autorità europee. Solleveranno certamente opposizioni nei paesi più virtuosi, nei quali media e dibattito politico non aiutano quasi mai i cittadini a capire quanto i destini dei paesi europei siano tra loro interdipendenti. Solo quando questo sarà chiaro e si rifletterà nelle regole la cooperazione in Europa sarà immune dagli umori di un elettorato costantemente interrogato da Lisbona a Vilnius e da Roma a Helsinki.
Gianpaolo Rossini (Università di Bologna)
Un nuovo patto per eurolandia?
Gli accordi del 25 marzo hanno un nome: Patto per l'euro, a fare intendere che il problema al centro dell'attenzione è l'unione monetaria. Il Patto di marzo 2011 prevede nuove regole e una sorta di Fondo Monetario Europeo, dal nome un po' criptico, ESM (European Stability Mechanism). Decade il Patto di stabilità e di sviluppo e si mandano i criteri di Maastricht a riposare nei testi di storia economica. Il Patto e le intese riguardano quattro temi.
Le nuove condizioni per la Grecia
Il primo tocca le condizioni dei prestiti alla Grecia e all'Irlanda. Viene diminuito di 100 punti base (1%) il tasso alla Grecia da parte dell'EFSF (European Financial Stability Fund) il fondo salva debiti sovrani messo in piedi dall'Ecofin nell'estate 2010 e che opererà fino al 2013. Viene esteso il termine di restituzione degli aiuti a sette anni e mezzo. Entrambe le misure, invocate in questo osservatorio, riportano gli interventi europei a condizioni e prezzi in linea con quelli del FMI. Resta una condizionalità che impone la privatizzazione di attività reali e finanziarie dello stato ellenico per circa 50 miliardi di Euro, pari a circa il 45% del Pil. Una clausola più rigida e invasiva di quelle cui ricorre il FMI nelle sue azioni di soccorso finanziario in altre aree. Ma tant'è. L'Europa che fatica ad avere una voce unica sui temi più svariati, quando la esprime è sempre di un tono di troppo. L'Irlanda aveva chiesto migliori condizioni. Si è vista negato qualsiasi sconto per aver rifiutato di elevare l' aliquota di imposta sulle imprese (corporate tax) al 12.5%. Un peccato, perché questo è un nervo scoperto della UE, che ha bisogno di un fisco meno disomogeneo e fonte di minori tensioni. L'aliquota irlandese è da paradiso fiscale e non è sostenibile in una unione. Un graduale aumento non nuocerebbe e la stessa Irlanda guadagnerebbe in stabilità finanziaria e trasparenza, ottenendo sconti e minori sacrifici per i suoi cittadini ora vessati dal peso del salvataggio di un sistema bancario in crisi comatosa. Come l'Olanda ha fatto marcia indietro sulla vendita libera di droghe leggere che avevano reso il paese un hub del narcotraffico, così l'Irlanda meglio farebbe ad alzare gradualmente le imposte sulle società. Se ne gioverebbe la qualità e la stabilità del sistema finanziario irlandese e quella del resto d'Europa. Ma purtroppo siamo in una impasse.
Le regole per la finanza pubblica e per quella privata
Il secondo oggetto, cuore del Patto, sono le finanze pubbliche dei membri di eurolandia. Sorprende che le politiche fiscali rimangano il capro espiatorio delle difficoltà emerse nel 2010 con la crisi di Grecia e Irlanda. Si finge di non vedere che la crisi irlandese non ha alcuna relazione con la finanza pubblica essendo stata causata dal collasso del sistema bancario e da una forte esposizione del paese sull'estero. Ma la flessibilità europea non brilla neppure sotto il profilo della interpretazione degli eventi. Il Patto per l'euro prevede una riduzione annuale dei debiti pubblici. Per la parte eccedente il 60% del Pil occorre tagliare il debito pubblico di 1/20 a partire dal 2012. Per chi non si adegua sono previste sanzioni finanziarie non lievi e automatiche comminate dalla Commissione. Ad esempio, se un paese ha un debito pubblico pari al 100% del Pil e cresce ad un tasso nominale del 4% (2% reale + 2% inflazione) dovrà avere un deficit pubblico inferiore al 2% del Pil. Per un paese come l'Italia con un debito pubblico del 119% il deficit pubblico che si può permettere dal 2012 è di poco superiore all'1%. Per la Grecia sarà necessario un surplus pubblico. C'è però una consolante novità. La commissione UE potrà tener conto anche di altri parametri. Il livello del debito privato e gli squilibri con l'estero saranno i due indicatori principali a completare il quadro della sostenibilità finanziaria di un paese. Queste due variabili, se favorevoli al paese, possono mitigare le sanzioni automatiche che il nuovo Patto prevede per i paesi trasgressori. La decisione verrà presa dalla commissione UE. La multa prevista è un deposito infruttifero dello 0.2% del Pil che va al nuovo fondo ESM. L'aspetto negativo di questo è che abbiamo ancora a che fare con una sanzione internazionale comminata ad un paese da parte dei suoi partner più stretti. Le sanzioni internazionali non sono mai da sottovalutare nella loro gravità. Evocano conflitti, tensioni internazionali e minano alleanze. All'interno di una Unione nata per dire "mai più" a conflitti su suolo europeo appaiono inopportune e rischiose. Sul piano politico erodono il grado di coesione dell'Unione. Sul piano economico, se applicate, mettono in ulteriori difficoltà paesi già vittime di forti tensioni finanziarie. Lo spirito di Maastricht aleggia ancora sulla UE con un refrain triste e inaccettabile. Perché la UE compulsivamente evoca sanzioni mentre il FMI non lo fa mai? A differenza del FMI, l'Europa dispone poi di fondi regionali. Una riduzione per paesi che ripetutamente violano le regole potrebbe essere la strada giusta. Ma anche questa andrebbe percorsa con cautela perché i paesi in difficoltà finanziarie non possono essere bastonati. In una Europa integrata finanziariamente i colpi avrebbero una eco (contagio) anche nei partner "sani". L'aspetto positivo della nuova regola è l'allargamento degli indicatori che servono per definire la solvibilità finanziaria di un paese. Si tratta di un mezzo passo perché non si specifica con esattezza il peso di questi nell'applicazione delle sanzioni a chi viola le linee guida sul rientro del debito pubblico. Si riconosce, seppur tardivamente, che la finanza pubblica è solo una parte del sistema economico di un paese. Lo stato di salute di quella privata è fondamentale tanto o forse più di quella pubblica. I paesi più colpiti dalla crisi di questi tre anni soffrono in primis di una condizione di estrema debolezza della finanza privata, ovvero del sistema bancario e delle famiglie. E' questo il caso di Usa, Gran Bretagna, Islanda, Irlanda, Portogallo e Spagna, tutti paesi virtuosi, fino a 3 anni fa, sul piano fiscale, ma esposti sull'estero a causa di una condizione debitoria del settore privato che non era compensata dalle virtù del settore pubblico. Nel nuovo patto finalmente si tiene conto di tutto questo uscendo dalla trita filosofia di Maastricht che vedeva nel settore pubblico l'unica fonte di instabilità finanziaria. C'è da augurarsi che questa nuova prospettiva trovi una vera applicazione negli uffici della Commissione.
L'ESM
Il terzo tema del Patto riguarda la creazione del ESM, un istituto finanziario simile al FMI, dotato di un capitale sottoscritto dai membri di eurolandia in quote analoghe a quelle del capitale BCE. E' un fondo salva stati che mette quindi una pietra tombale sulle proibizioni di Maastricht al salvataggio dei paesi. Potrà finanziarsi emettendo obbligazioni che avranno il massimo rating, tripla A, e darà quindi soddisfazione indiretta alla proposta Tremonti-Juncker sugli eurobonds. Il fondo, per ora, può acquistare titoli pubblici di paesi membri solo su mercato primario, ovvero alle aste. Non può operare sul mercato secondario. Una limitazione non gradita dalla BCE che lo vorrebbe invece a fianco in operazioni di aiuto ai paesi con improvvise difficoltà sui mercati finanziari. E' probabile che questa limitazione venga spazzata dagli eventi come tante altre macchinose e inutili prescrizioni. L'istituzione del fondo dal 2013 è un notevole passo avanti per la stabilità finanziaria globale. Il dato negativo è che le sue obbligazioni finiranno per marginalizzare i titoli pubblici dei paesi più deboli che si vedranno spiazzati, anche dalla maggiore seniority dei titoli dell'ESM. Questo potrebbe portare tuttavia ad un allargamento delle funzioni del fondo facendogli assolvere in pieno il mandato che Tremonti e Juncker avevano auspicato con la nascita di titoli europei.
Competitività e mercato unico
Il quarto tema riguarda la competitività soprattutto dei paesi a rischio. Un capitolo nuovo e al tempo stesso vecchio, ma che vale la pena aprire con determinazione. È vecchio perché prevede l'ulteriore sviluppo del mercato unico, stabilito nel 1993, ancora latitante in alcuni settori. La completa apertura interna dell'Europa è infatti condizione perché tutti beneficino dell'integrazione. I paesi piccoli sono i primi a soffrire di chiusure anche se lievi dei mercati di quelli grandi. Un paese piccolo è sul piede di parità con uno grande se ha lo stesso accesso al mercato unico. Se questo non avviene la tentazione di darsi al free riding fiscale è forte e questo riduce la stabilità finanziaria dell'intera Europa. La novità riguarda il monitoraggio da parte della commissione delle politiche per la competitività, visto che i paesi deboli hanno persistenti deficit del conto corrente della bilancia dei pagamenti con l'estero, segno di decaduta competitività. La commissione UE terrà sotto osservazione salari, investimenti in ricerca e sviluppo, nelle infrastrutture, processi di liberalizzazione di mercati ancora chiusi e l'operare della pubblica amministrazione. Si tratta di un aspetto positivo del patto anche se in buona parte risultato dei ritardi nel completare il mercato unico, vecchio ormai di quasi vent'anni e indebolito, in queste tre anni di profonda crisi, da politiche e comportamenti poco coerenti con l'integrazione.
Le prospettive
Il Patto prevede nuove regole. Non semplici e gradevoli. Risultato però di una visione meno manichea dei mercati finanziari. Pongono le basi di un salto in avanti dell'Europa. Anche se non sono il massimo che si poteva chiedere alle autorità europee. Solleveranno certamente opposizioni nei paesi più virtuosi, nei quali media e dibattito politico non aiutano quasi mai i cittadini a capire quanto i destini dei paesi europei siano tra loro interdipendenti. Solo quando questo sarà chiaro e si rifletterà nelle regole la cooperazione in Europa sarà immune dagli umori di un elettorato costantemente interrogato da Lisbona a Vilnius e da Roma a Helsinki.
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