Focus Economia
Gianpaolo Rossini - 12/ 2010Riuscirà la Banca centrale europea a salvare l’euro e l’Europa?
Il 2 dicembre 2010 la Banca Centrale Europea (BCE) interviene massicciamente sui mercati finanziari acquistando buoni del tesoro di Irlanda e Spagna e immettendo liquidità fresca. La manovra è efficace e riduce le differenze (spread) tra i tassi d'interesse pagati dai paesi in difficoltà (Grecia, Irlanda e Portogallo) e quelli spuntati dai più solidi (Germania, Olanda) e, per effetto indiretto, anche quelli di Italia e Francia. Sfidando le critiche tedesche, la BCE si muove perché i mercati non apprezzano il piano di salvataggio dell'Irlanda elaborato il 28 novembre dall'Ecofin, il consiglio dei ministri finanziari dell'Unione Europea, con 85 miliardi di euro di aiuti: 22.5 dalla Commissione UE, 22.5 dal Fondo Monetario Internazionale, 22.5 dal Fondo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria cui partecipano Danimarca, Svezia e Gran Bretagna, nella UE ma fuori dall'area euro. Anche l'Italia contribuisce, come già per la Grecia a fine primavera 2010. Il piano Irlanda, dopo settimane di turbolenze finanziarie ed incertezze istituzionali, decolla. Ma gli organismi europei appaiono ancora una volta lenti, incapaci di risposte tempestive alla nuova crisi scoppiata in autunno. Numerosi aspetti sconfortanti emergono tra timidi segnali positivi. Saranno questi ultimi sufficienti a far superare all'Europa l'onda lunga dello tsunami iniziato nell'autunno del 2008?
I segnali negativi. Come per la Grecia, la UE agisce per l'Irlanda in cooperazione con il FMI, e questo non depone a favore dell'integrazione del nostro continente. Negli Usa il FMI non interviene nel risanamento delle disastrate finanze della California. Perché l'Europa, che dispone delle risorse finanziarie per sostenere paesi in difficoltà come Grecia e Irlanda, non si muove da sola? Il segnale negativo non è solo per la insufficiente cooperazione intra-UE, fonte di disaffezione tra i cittadini dei paesi deboli, ma anche per il segnale che si dà ai mercati, facendo addirittura credere che, di fronte a crisi di paesi più grandi - come la Spagna - l'Europa non sarebbe in grado di intervenire. Il che è falso. Ma cela inerzia e fatica politica nell'affrontare i problemi finanziari del continente. Se non basta, le condizioni dei prestiti a Grecia e Irlanda da parte degli organismi europei sono più onerose - in termini di tassi d'interesse e clausole di rimborso - più complesse e potenzialmente destabilizzanti di quelle praticate dal FMI. E ancora peggio, si è introdotta una regola distorsiva per i titoli di stato emessi dal 2013 che potranno essere oggetto di consolidamenti, ristrutturazioni e cause collettive (class action) mentre quelli precedenti il 2013 no. Ovvero l'ennesimo criterio impraticabile che ricorda le gelide e inutili discipline di Maastricht, in onore delle quali si seguita a non menzionare mai l'origine della instabilità in Europa, ovvero i forti squilibri nei conti con l'estero. I cronici surplus di Germania e Olanda e i persistenti deficit di Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo dicono di un problema di competitività che rimane sullo sfondo irrisolto e inascoltato nell'unione monetaria.
I paradossi. Agli aspetti negativi, si aggregano paradossi inquietanti, talvolta oltre la soglia del ridicolo. Il primo riguarda la Gran Bretagna che insieme a Svezia e Danimarca partecipa al piano Irlanda. Nessuno di questi paesi però aiuta la Grecia nella primavera del 2010. La Gran Bretagna partecipa al fondo europeo di stabilizzazione finanziaria perché le sue banche sono esposte fortemente con le spregiudicate sorelle irlandesi. È l'ennesimo esempio di opportunismo in una EU à la carte. L'atteggiamento della Gran Bretagna è grave. Perché la Gran Bretagna ha una grande capacità finanziaria, molto più ampia di altri paesi come l'Italia. E perché questa decisione fa sorgere dubbi sulla disponibilità della Gran Bretagna a essere della partita in futuro in altri salvataggi, ad esempio del Portogallo, dove le banche inglesi sono meno esposte. Il secondo paradosso riguarda l'opportunismo (free riding) fiscale dell'Irlanda che ha reso l'isola celtica simile ad un paradiso fiscale. L'imposta del 12.5% sui redditi delle società se la può permettere l'Irlanda, perché gli altri paesi non la seguono. Se Germania, Francia e Italia adottassero la stessa misura sarebbe un disastro non solo per l'Irlanda ma per tutta l'Europa, mandando alle stelle i deficit fiscali dell'intero continente, creando tensioni nella distribuzione del reddito in tutta Europa, non sostenibili politicamente. In più la decantata riduzione del settore pubblico si ritorce contro la stessa Irlanda, non più in grado di salvare banche cresciute a dismisura a fronte di uno stato ridotto. Se Germania e Francia chiedono all' Irlanda un innalzamento dell'imposta sulle imprese non è un ricatto. Peggio è non riconoscere i guai di politiche fiscali dissennate che non hanno tenuto conto del fatto che le imposte non servono solo per pagare la spesa pubblica e per fare politica economica, ma anche per fornire una assicurazione di ultima istanza per l'economia, visto che la spesa pubblica non viene contratta nei periodi di crisi e svolge una essenziale funzione di cuscinetto.Il terzo paradosso tocca l'Italia che soccorre partner UE in crisi e che, simultaneamente, deve subire i castighi del patto di stabilità. Partecipare al fondo per Grecia e Irlanda aumenta il debito pubblico del bel paese. Se in un ufficio di Bruxelles si elucubra su come punire l'Italia per troppo debito pubblico, nella stanza accanto si prega il tricolore di soccorrere Grecia e Irlanda allargando lo stesso debito pubblico. Il ridicolo è dietro l'angolo. Il quarto paradosso tocca l'euro, il cui cambio è a livelli sostenibili solo in presenza di crisi finanziarie in eurolandia. Perché non si rivaluti esageratamente sul dollaro sembra che occorra una cattiva aria nei mercati finanziari europei. Altrimenti si apprezza e mette in ambasce i paesi meno forti generando nuove crisi nei conti con l'estero. La storia è quella degli ultimi due anni. Prima dell'autunno 2008, i mercati non sono assetati di liquidità, i debiti esteri dei membri di eurolandia non destano allarmi anche se celano una cospicua perdita di competitività dei paesi deboli. Alla fine del 2008 la crisi di liquidità fa si che i paesi che dipendono finanziariamente di più dall'estero (con deficit di conto corrente della bilancia dei pagamenti) si vedano lesinare risorse. Questo fa alzare i tassi d'interesse in maniera differenziata tra paesi euro, come mai si era visto in eurolandia. Va in crisi prima il settore privato (soprattutto immobiliare, più sensibile ai costi finanziari) e poi quello pubblico per via di spread che si alzano pericolosamente. Si indebolisce l'euro. Ma dà ossigeno competitivo alle esportazioni dei deboli. Non appena il quadro è più sereno, come dopo la tempesta greca, l'euro riprende la corsa ributtando indietro la competitività dei meno forti. I quali di nuovo ritornano in debito di ossigeno, rimettendo di nuovo in crisi conti esteri e conti pubblici e minacciando la sopravvivenza dell'euro, che torna a svalutarsi. Non è chiaro come eurolandia possa uscire da questo intricato stop and go.
I dati positivi. Abbiamo una BCE con una potenza di fuoco capace di frenare gli eccessivi spread sui titoli pubblici dei paesi in difficoltà. E il recente raddoppio del capitale (16 dicembre 2010) la rende ancora più solida. La BCE copre un'economia di 16 paesi con oltre 350 milioni di abitanti. Può intervenire con iniezioni di liquidità che, per la dimensione di eurolandia, non hanno effetti inflazionistici. Finora l'assalto ai paesi piccoli è riuscito per il ritardo con cui le autorità europee si sono mosse e per un malinteso ruolo della BCE, ahimè legittimata solo in condizioni ipercritiche e, spesso, quando i mercati hanno già imposto costi ingenti ai paesi attaccati dalla speculazione condotta da intermediari "salvati" in altre lande dalle stesse autorità monetarie. L'errore sarebbe persistere in una interpretazione rigida del mandato della BCE di custode della stabilità monetaria e dei prezzi. Stabilità monetaria significa non solo politiche contro l'inflazione ma anche contro la deflazione in cui siamo caduti, ovvero abbondante moneta a mercati affetti da sete di liquidità spasmodica complice la caduta di fiducia verso imprese e governi. La BCE mostra negli ultimi due mesi del 2008 tempestività muovendosi all'unisono con la FED. Dalla primavera del 2010, quando si tratta di venire in soccorso di titoli di stato, si rivela riluttante e tardiva a spingere l'offerta di liquidità. In primis perché erroneamente ritiene che l'economia europea sia già fuori dalla crisi e quindi necessiti di manovre di rientro drenando liquidità (invece che aumentarla). In secondo luogo perché, solo quando la FED lancia l'allarme sulla gravità della crisi Greca, la BCE va in soccorso (tardivo) dei bond greci. Un secondo dato positivo è l'intensificarsi del dibattito sulla creazione di bond europei che raccolgano risorse finanziarie in maniera unificata e alle medesime condizioni per tutta eurolandia, così come avviene negli Usa. Il passaggio graduale verso una finanza federale è forse l'unico modo per affiancare la politica della BCE di sostegno ai paesi deboli. La forte opposizione della Germania a questo progetto è però un ostacolo per ora insormontabile. Si ha l'impressione che per convincere il cancellierato e il popolo tedesco occorra un'altra crisi con un olocausto finanziario. Una strada pericolosa perché la vittima potrebbe essere la stessa integrazione monetaria e la Germania non ci guadagnerebbe proprio nulla. Riuscirà l'atteggiamento positivo della BCE e l'apertura di molti paesi agli eurobonds a rimettere in moto il senso degli europei per l'unità e a salvare l'euro? C'è solo da augurarselo, perché la tendenza a regole penalizzanti, macchinose, la scarsa capacità di diagnosi dei problemi come quello dei conti con l'estero, l'opportunismo di alcuni paesi e infine la lentezza delle decisioni non depongono a favore. Per ora abbiamo solo la BCE. Ma non basta.
Gianpaolo Rossini (Università di Bologna)
I segnali negativi. Come per la Grecia, la UE agisce per l'Irlanda in cooperazione con il FMI, e questo non depone a favore dell'integrazione del nostro continente. Negli Usa il FMI non interviene nel risanamento delle disastrate finanze della California. Perché l'Europa, che dispone delle risorse finanziarie per sostenere paesi in difficoltà come Grecia e Irlanda, non si muove da sola? Il segnale negativo non è solo per la insufficiente cooperazione intra-UE, fonte di disaffezione tra i cittadini dei paesi deboli, ma anche per il segnale che si dà ai mercati, facendo addirittura credere che, di fronte a crisi di paesi più grandi - come la Spagna - l'Europa non sarebbe in grado di intervenire. Il che è falso. Ma cela inerzia e fatica politica nell'affrontare i problemi finanziari del continente. Se non basta, le condizioni dei prestiti a Grecia e Irlanda da parte degli organismi europei sono più onerose - in termini di tassi d'interesse e clausole di rimborso - più complesse e potenzialmente destabilizzanti di quelle praticate dal FMI. E ancora peggio, si è introdotta una regola distorsiva per i titoli di stato emessi dal 2013 che potranno essere oggetto di consolidamenti, ristrutturazioni e cause collettive (class action) mentre quelli precedenti il 2013 no. Ovvero l'ennesimo criterio impraticabile che ricorda le gelide e inutili discipline di Maastricht, in onore delle quali si seguita a non menzionare mai l'origine della instabilità in Europa, ovvero i forti squilibri nei conti con l'estero. I cronici surplus di Germania e Olanda e i persistenti deficit di Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo dicono di un problema di competitività che rimane sullo sfondo irrisolto e inascoltato nell'unione monetaria.
I paradossi. Agli aspetti negativi, si aggregano paradossi inquietanti, talvolta oltre la soglia del ridicolo. Il primo riguarda la Gran Bretagna che insieme a Svezia e Danimarca partecipa al piano Irlanda. Nessuno di questi paesi però aiuta la Grecia nella primavera del 2010. La Gran Bretagna partecipa al fondo europeo di stabilizzazione finanziaria perché le sue banche sono esposte fortemente con le spregiudicate sorelle irlandesi. È l'ennesimo esempio di opportunismo in una EU à la carte. L'atteggiamento della Gran Bretagna è grave. Perché la Gran Bretagna ha una grande capacità finanziaria, molto più ampia di altri paesi come l'Italia. E perché questa decisione fa sorgere dubbi sulla disponibilità della Gran Bretagna a essere della partita in futuro in altri salvataggi, ad esempio del Portogallo, dove le banche inglesi sono meno esposte. Il secondo paradosso riguarda l'opportunismo (free riding) fiscale dell'Irlanda che ha reso l'isola celtica simile ad un paradiso fiscale. L'imposta del 12.5% sui redditi delle società se la può permettere l'Irlanda, perché gli altri paesi non la seguono. Se Germania, Francia e Italia adottassero la stessa misura sarebbe un disastro non solo per l'Irlanda ma per tutta l'Europa, mandando alle stelle i deficit fiscali dell'intero continente, creando tensioni nella distribuzione del reddito in tutta Europa, non sostenibili politicamente. In più la decantata riduzione del settore pubblico si ritorce contro la stessa Irlanda, non più in grado di salvare banche cresciute a dismisura a fronte di uno stato ridotto. Se Germania e Francia chiedono all' Irlanda un innalzamento dell'imposta sulle imprese non è un ricatto. Peggio è non riconoscere i guai di politiche fiscali dissennate che non hanno tenuto conto del fatto che le imposte non servono solo per pagare la spesa pubblica e per fare politica economica, ma anche per fornire una assicurazione di ultima istanza per l'economia, visto che la spesa pubblica non viene contratta nei periodi di crisi e svolge una essenziale funzione di cuscinetto.Il terzo paradosso tocca l'Italia che soccorre partner UE in crisi e che, simultaneamente, deve subire i castighi del patto di stabilità. Partecipare al fondo per Grecia e Irlanda aumenta il debito pubblico del bel paese. Se in un ufficio di Bruxelles si elucubra su come punire l'Italia per troppo debito pubblico, nella stanza accanto si prega il tricolore di soccorrere Grecia e Irlanda allargando lo stesso debito pubblico. Il ridicolo è dietro l'angolo. Il quarto paradosso tocca l'euro, il cui cambio è a livelli sostenibili solo in presenza di crisi finanziarie in eurolandia. Perché non si rivaluti esageratamente sul dollaro sembra che occorra una cattiva aria nei mercati finanziari europei. Altrimenti si apprezza e mette in ambasce i paesi meno forti generando nuove crisi nei conti con l'estero. La storia è quella degli ultimi due anni. Prima dell'autunno 2008, i mercati non sono assetati di liquidità, i debiti esteri dei membri di eurolandia non destano allarmi anche se celano una cospicua perdita di competitività dei paesi deboli. Alla fine del 2008 la crisi di liquidità fa si che i paesi che dipendono finanziariamente di più dall'estero (con deficit di conto corrente della bilancia dei pagamenti) si vedano lesinare risorse. Questo fa alzare i tassi d'interesse in maniera differenziata tra paesi euro, come mai si era visto in eurolandia. Va in crisi prima il settore privato (soprattutto immobiliare, più sensibile ai costi finanziari) e poi quello pubblico per via di spread che si alzano pericolosamente. Si indebolisce l'euro. Ma dà ossigeno competitivo alle esportazioni dei deboli. Non appena il quadro è più sereno, come dopo la tempesta greca, l'euro riprende la corsa ributtando indietro la competitività dei meno forti. I quali di nuovo ritornano in debito di ossigeno, rimettendo di nuovo in crisi conti esteri e conti pubblici e minacciando la sopravvivenza dell'euro, che torna a svalutarsi. Non è chiaro come eurolandia possa uscire da questo intricato stop and go.
I dati positivi. Abbiamo una BCE con una potenza di fuoco capace di frenare gli eccessivi spread sui titoli pubblici dei paesi in difficoltà. E il recente raddoppio del capitale (16 dicembre 2010) la rende ancora più solida. La BCE copre un'economia di 16 paesi con oltre 350 milioni di abitanti. Può intervenire con iniezioni di liquidità che, per la dimensione di eurolandia, non hanno effetti inflazionistici. Finora l'assalto ai paesi piccoli è riuscito per il ritardo con cui le autorità europee si sono mosse e per un malinteso ruolo della BCE, ahimè legittimata solo in condizioni ipercritiche e, spesso, quando i mercati hanno già imposto costi ingenti ai paesi attaccati dalla speculazione condotta da intermediari "salvati" in altre lande dalle stesse autorità monetarie. L'errore sarebbe persistere in una interpretazione rigida del mandato della BCE di custode della stabilità monetaria e dei prezzi. Stabilità monetaria significa non solo politiche contro l'inflazione ma anche contro la deflazione in cui siamo caduti, ovvero abbondante moneta a mercati affetti da sete di liquidità spasmodica complice la caduta di fiducia verso imprese e governi. La BCE mostra negli ultimi due mesi del 2008 tempestività muovendosi all'unisono con la FED. Dalla primavera del 2010, quando si tratta di venire in soccorso di titoli di stato, si rivela riluttante e tardiva a spingere l'offerta di liquidità. In primis perché erroneamente ritiene che l'economia europea sia già fuori dalla crisi e quindi necessiti di manovre di rientro drenando liquidità (invece che aumentarla). In secondo luogo perché, solo quando la FED lancia l'allarme sulla gravità della crisi Greca, la BCE va in soccorso (tardivo) dei bond greci. Un secondo dato positivo è l'intensificarsi del dibattito sulla creazione di bond europei che raccolgano risorse finanziarie in maniera unificata e alle medesime condizioni per tutta eurolandia, così come avviene negli Usa. Il passaggio graduale verso una finanza federale è forse l'unico modo per affiancare la politica della BCE di sostegno ai paesi deboli. La forte opposizione della Germania a questo progetto è però un ostacolo per ora insormontabile. Si ha l'impressione che per convincere il cancellierato e il popolo tedesco occorra un'altra crisi con un olocausto finanziario. Una strada pericolosa perché la vittima potrebbe essere la stessa integrazione monetaria e la Germania non ci guadagnerebbe proprio nulla. Riuscirà l'atteggiamento positivo della BCE e l'apertura di molti paesi agli eurobonds a rimettere in moto il senso degli europei per l'unità e a salvare l'euro? C'è solo da augurarselo, perché la tendenza a regole penalizzanti, macchinose, la scarsa capacità di diagnosi dei problemi come quello dei conti con l'estero, l'opportunismo di alcuni paesi e infine la lentezza delle decisioni non depongono a favore. Per ora abbiamo solo la BCE. Ma non basta.
Gianpaolo Rossini (Università di Bologna)
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