Focus Economia
Gianpaolo Rossini - 10/ 2010Il caso irlandese e le regole per un nuovo patto in eurolandia
L’Irlanda si accinge a raggiungere un deficit pubblico per il 2010 pari ad un terzo del Pil. La crescita astronomica della esposizione pubblica impone costi ingenti ad un paese fino a due anni fa considerato tra i più virtuosi in Europa, esempio da imitare soprattutto nella sponda sud. La dura realtà nella terra di San Patrizio è una congiuntura finanziaria che non recede e che ha fatto schizzare i tassi d’interesse sui titoli pubblici a livello di quelli greci. Quale è il percorso che ha condotto l’Irlanda sull’orlo di una drammatica condizione finanziaria? A scassare i conti pubblici irlandesi non è stata una eccessiva generosità nelle politiche di spesa pubblica in investimenti infrastrutturali o un welfare troppo oneroso, ma un sistema bancario fortemente integrato internazionalmente, giunto al collasso per investimenti finanziari azzardati negli Stati Uniti e nel settore immobiliare e, soprattutto, per via di gravi lacune dei processi di integrazione finanziaria globale e, in particolare, europea. In Irlanda ha prevalso, più che nel resto d’Europa, lassismo normativo, cui si è aggiunta una struttura fiscale fatta apposta per facilitare i movimenti di capitale con una tassazione dei redditi finanziari e regole più simili a quelle di un’isola caraibica che a quelle dei maggiori paesi europei. L’Irlanda è finita preda della illusione per cui con regole fiscali e governance dei mercati finanziari spregiudicate si possono controbilanciare gli effetti negativi della piccola dimensione di un paese. Se questo, da una parte, rende gli stati più attraenti per i capitali in fuga da altri lidi, dall’altra finiscono per moltiplicarsi i rischi nei mercati finanziari, con danni che presto sono globali. E che investono perfino i paesi recettori che diventano fragili di fronte alle tempeste finanziarie, più delle aree meno aperte. In Irlanda le dimensioni del sistema finanziario gonfiato da ingenti flussi attirati da basse imposte e iper-deregolamentazione si rivelano ben presto eccessive, rispetto alle dimensioni dello stato e della sua capacità di intervenire a sanare ferite inferte da tempeste finanziarie internazionali. Non c’è solo un “too big to fail” ma anche un “too big to be rescued”. E allora i conti pubblici esplodono se vengono colpite imprese finanziarie troppo grandi sia in assoluto che in relazione alla dimensione di quel paese. Opportunismo fiscale (free riding) e deregolamentazione eccessiva dei mercati finanziari in Irlanda hanno reso evidente che se in eurolandia si continuano a porre sotto sorveglianza solo i conti pubblici non avremo alcuna garanzia contro crisi finanziarie drammatiche. Mentre a Francoforte si cerca di arginare il collasso del sistema bancario irlandese con forti iniezioni di liquidità a supporto del salvataggio per mano pubblica delle maggiori banche irlandesi, negli uffici della Commissione, a Bruxelles, si discute su come rimettere in piedi il Patto di stabilità e ridare smalto ai criteri di Maastricht per definire nuove regole e sanzionare i paesi finanziariamente più fragili. Ma ha senso mettere mano a nuove regole? E soprattutto come possono essere congegnate? A quanto si apprende dalla stampa (ad esempio si veda articolo di Guido Tabellini sul Sole 24 Ore del 2 ottobre 2010), ciò che sta uscendo dalle macerie del Patto di stabilità e sviluppo è un insieme di meccanismi ancora più complesso e farraginoso di quello che abbiamo prodotto finora. Ma con alcune novità positive. I limiti delle regole che abbiamo a tutt’oggi sono rappresentati, in primis, da una enfasi concentrata sui conti pubblici come se operatori finanziari privati, famiglie e imprese non esistessero, o fossero sempre per loro natura virtuosi in quanto soggetti alla disciplina dei mercati. L’evidenza nell’area euro di questi ultimi due anni suggerisce che i conti pubblici non sono stati l’unica fonte di instabilità finanziaria di un paese. Nel caso greco l’instabilità e le tensioni della primavera 2010 sono nate da un insufficiente risparmio privato che non era in grado di finanziare l’accresciuto deficit pubblico e che quindi ha richiesto forti sostegni finanziari dall’estero. Nel caso spagnolo uno sviluppo trainato dal settore immobiliare e finanziato in buona misura con capitali esteri è imploso appena lo scoppio della bolla immobiliare ha decretato il prosciugamento dei flussi finanziari dall’estero. In Irlanda la crisi nasce da un sistema finanziario ipertrofico, spregiudicato e fragile. Forse solo per la Grecia una maggiore disciplina dei conti pubblici avrebbe ridotto la portata della crisi finanziaria di primavera 2010. In Spagna, Irlanda e Portogallo così come nella extra-europea Islanda, in bancarotta nel 2008, il ruolo dei conti pubblici è stato nullo. Altre erano le variabili finanziarie che avrebbero dovuto essere tenute sotto osservazione. Per questo, se nelle discussioni e nelle bozze che circolano a Bruxelles la centralità dei conti pubblici cede il passo ad un insieme di indicatori sulla solidità finanziaria di un paese possiamo nutrire qualche speranza. Perché emerge un approccio meno dogmatico e più pragmatico alla stesura di nuove linee guida. L’insieme degli indicatori che ci si propone di utilizzare va dai conti con l’estero, alla competitività, al livello del risparmio privato e alla esposizione del sistema bancario sul fronte interno e quello estero. In questa apertura a nuovi indicatori c’è il riflesso di eventi che hanno cambiato il volto di mercati finanziari e ridicolizzato verità consolidate. La crisi che stiamo vivendo ha infatti assunto contorni che richiedono un mix complesso di vecchie e nuove misure. Mentre nella prima fase, dall’autunno 2008 (15 settembre fallimento Lehmann Brothers) alla fine del 2009, abbiamo assistito alla caduta e al salvataggio di stato di operatori finanziari privati negli Usa e in Gran Bretagna, alla fine del 2009 la crisi entra in una seconda fase più complessa. Serpeggiano dubbi sulla sostenibilità dei conti pubblici dei paesi che stanno intervenendo massicciamente nelle loro economie. Le impasse di Portogallo, Spagna, Grecia e soprattutto Irlanda impongono alla Banca Centrale europea di gettare alle ortiche la sua indipendenza, seguendo FED e Banca d’Inghilterra. Operazioni di espansione monetaria vengono messe in atto. Se nel corso del 2008 e del 2009 avevano avuto lo scopo di garantire liquidità al sistema bancario e dei pagamenti in momenti drammatici di prosciugamento del mercato della liquidità interbancaria, dalla fine del 2009 gli interventi sono volti a sostenere la collocazione di titoli di stato a tassi ragionevoli e monetizzare parte del debito pubblico. È anche la diversa natura della seconda fase della crisi e questo mutamento nell’intervento delle banche centrali che stanno inspirando le nuove linee guida per la definizione della sostenibilità finanziaria di un paese membro dell’eurogruppo. La consapevolezza nuova è che in una crisi economica e finanziaria con alta mobilità internazionale dei capitali non ci siano attori che possano a priori considerarsi immuni da attacchi e da dubbi sulla loro solvibilità finanziaria. Questo richiede regole di disciplina finanziaria complessiva, sia del settore pubblico che di quello privato, perché la pura disciplina di mercato cui dovrebbero essere soggetti i privati non dà alcuna garanzia di solvibilità, dato che i mercati sono altamente imperfetti, affetti da posizioni dominanti e tormentati da comportamenti non trasparenti con conseguente insufficiente informazione pubblica. Ma forse anche tutto questo non basta. Perché occorrono regole e livelli di tassazione dei redditi finanziari meno disomogenei soprattutto tra i paesi dell’eurogruppo, dentro il quale non possono continuare ad operare paradisi fiscali, come Lussemburgo e Irlanda. Nuove linee guida, magari globali e con la benedizione del FMI, sono benvenute. Non sono però utili regole rigide con sanzioni, tanto severe quanto inapplicabili e dannose, come quelle del Trattato. Le quali, mentre ponevano sotto severo monitoraggio i conti pubblici paventando punizioni con perverso carattere pro ciclico, si mostravano cieche sugli scempi nei mercati finanziari privati che avrebbero, loro si, messo a dura prova i conti pubblici di diversi paesi, ancorché “virtuosi”, nella seconda fase della crisi.
Gianpaolo Rossini (Università di Bologna)
Gianpaolo Rossini (Università di Bologna)
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