Focus Economia
Gianpaolo Rossini - 03/ 2010
Grecia e Islanda: due storie di quasi-Europa
 
I primi mesi del 2010 ci regalano una fresca crisi in Grecia e i detriti di quella scoppiata nel 2008 in Islanda. Con referendum del 7 marzo 2010, gli islandesi rifiutano di rimborsare i debiti contratti con Gran Bretagna, Olanda ed altri paesi. Un risultato che suscita reazioni e allontana l'isola da una integrazione europea che solo due anni fa pareva a portata di mano. In Grecia il governo Papandreu è alle prese con il collocamento di titoli di stato che non godono della fiducia del passato e pagano interessi più alti di oltre il 3% dei corrispondenti buoni tedeschi. Un lauto premio per il rischio ai sottoscrittori, per lo più stranieri. Ne soffrono conti pubblici e conti con l'estero già pesanti, mentre emergono insufficienze della integrazione economica e monetaria (UEM) in Europa. Grecia e Islanda, lontane geograficamente, sono più vicine di quanto non sembri. L'Islanda bussa ad euro ed UE. Ha cultura europea, tributaria della civiltà greca, che ha forgiato il nostro pensare e la nostra vita materiale. Ma le affinità vanno oltre, complice la crisi finanziaria globale, la cui cronoscopia riferisce che nel 2008 l'Islanda ha conti pubblici che brillano al cospetto di Maastricht ed è paese modello che vorrebbe aderire alla UE sentendosi più virtuoso di tanti già della partita, come i PIGS della sponda Sud. In un rapporto di fine 2006, Frederick Mishkin della Columbia University e Tryggvi Herbertsson dell'Università dell'Islanda cantano le virtù finanziarie dell’isola vichinga. Un debito pubblico lordo sul PIL pari a poco meno del 10% e “a situation that other European countries would be thrilled to have [...]. [Iceland] has a fully funded pension system. The United States, Japan and the countries in the EU would all love to be in Iceland's shoes. [...] Although we believe that the banks' reliance on external financing poses the biggest risk to the system at the moment, we firmly believe that Iceland will not be the next credit event”. Considerazioni un po' superficiali per un quasi Nobel, che suoneranno false nel 2008 quando scoppia la tempesta e l'Islanda affonda. È schiacciata da un debito estero tre volte il Pil, che mercati in fibrillazione rifiutano di detenere perché non sostenibile e il drammatico crollo colpisce le banche islandesi la cui liquidità si prosciuga all'istante facendo perfino mancare il contante nei bancomat. Gli osservatori economici non hanno intuito in tempo la fragilità finanziaria dell'Islanda, accecati dalle sue virtù maastrichtiane. Eppure gli ultimi 20 anni sono segnati da ripetute tempeste sistemiche invariabilmente innescate da debolezze nei conti con l'estero. Dalla crisi della Tequila del 1994, passando per Asia 1997, Russia 1998, Brasile 1999, Argentina e Turchia 2001 i conti con l'estero sono detonatore di bufere che successivamente scuotono cambio, sistema bancario e conti pubblici. Ma una tempesta globale che nasca da conti pubblici non la si vede da periodi postbellici. Cerchiamo di capire meglio. Un paese ha conti con l'estero in rosso e accumula debito estero quando spende più di ciò che produce indebitandosi con il resto del mondo. Conti pubblici in deficit si hanno invece se il settore pubblico incassa in imposte meno di quanto spende. Giappone e Islanda sono due utili esempi estremi. Il primo inanella da decenni surplus con l'estero ed è il secondo detentore di bonds americani, nonostante un debito pubblico quasi due volte il Pil. I discendenti dei samurai sono accaniti risparmiatori. Non solo finanziano il loro enorme debito pubblico ma anche parte di quello USA, vantando quindi un cospicuo credito estero. Se vorranno ridurre il debito pubblico non saranno costretti a sacrifici, perché ogni giapponese ha sulle spalle debito pubblico pari a due anni di stipendio, ma possiede lo stesso ammontare in titoli di stato giapponesi. E allora semplicemente pagherà nuove imposte che riducono l’esposizione pubblica mettendo mano ai propri BOT senza dover ridurre il proprio tenore di vita. L'estremo opposto è l'Islanda, con un settore pubblico quasi privo di debito. Mentre il paese nel suo complesso, ovvero settore privato, banche, imprese e famiglie ha un enorme fardello nei confronti del resto del mondo, perchè produce meno di quello che compra. Per ripagare il debito estero non ci sono alternative. Occorre ridurre il tenore di vita, e restituire ad Inglesi e Olandesi l’equivalente di tre anni di stipendio. Uno sforzo non sostenibile, come l’esito del referendum prova. L'Islanda è testimonianza lampante che le regole di Maastricht sono parziali e vanno consegnate alla storia. L'accento sui conti pubblici senza neppure menzionare i conti con l'estero è un vero nonsenso. Purtroppo però Maastricht resta il verbo per molti economisti e continua a colpire. La vittima ora è la Grecia, nell'occhio del ciclone per la sua debolezza finanziaria. I dati: debito pubblico a 1.1 volte il Pil; debito estero 1.7 volte il Pil, ovvero poco più della metà di quello islandese. I media e i funzionari europei sono concentrati sui conti pubblici e sui pericoli per la Grecia che verrebbero dall'alto deficit pubblico (circa 13% del Pil) del 2009 oltre che dal debito pubblico. Ma realmente i pericoli vengono dai conti pubblici? In verità sono i conti con l’estero che fanno più paura, perché chiamano due prescrizioni. La prima, difficile da digerire in Grecia, è che il paese deve ridurre il tenore di vita se i mercati internazionali non si fidano più e vogliono indietro i loro denari. La seconda, poco gradita ad est del Reno, è che la Germania deve accrescere spesa pubblica e/o privata per ridurre l'enorme surplus con l'estero che genera deficit con l'estero in Grecia, Spagna e altri paesi dell’UEM. La Grecia in verità potrebbe cavarsela meglio rispetto all'Islanda, dato che la sua situazione finanziaria è meno compromessa. Ma appartiene alla UEM. L'Islanda no e quindi può svalutare. Per la Grecia il vantaggio dell'euro, derivante da un finanziamento più agevole (mercato più grande e quindi più liquido) e a tassi più bassi non esiste più perché la BCE non interviene sui mercati dei bonds sovrani dei paesi membri a limare le differenze (spread) nei tassi che un paese spunta rispetto ad un altro. Dovesse oggi la Grecia decidere se entrare nell’euro, starebbe fuori. Ma uscire ha costi esorbitanti e accenderebbe una crisi finanziaria in tutto il Sud Est Europa con contagio in Austria, Italia e perfino nella nerboruta Germania. La crisi greca, come quella islandese, mette in luce lacune UEM e UE. Nessun paese uscirà dall’euro, per ora. Ma se alcuni si pentono di avervi aderito, significa che qualcosa non funziona. Ma che cosa? In primis, manca una disciplina dei conti con l’estero dei paesi della UEM, sia per deficit che per surplus persistenti. I tedeschi propongono un Fondo Monetario Europeo (FME) come guardiano arcigno dell'ortodossia di Maastricht, ma totalmente cieco sugli squilibri con l’estero. È una caricatura del FMI che si è sempre occupato di conti con l'estero, per curare i quali è stato creato nel 1944. Un FMI su scala continentale prescriverebbe alla Germania di aumentare, non di ridurre la spesa pubblica, in quanto la Germania ha un credito estero pari al 27% del Pil e un surplus con l'estero sul Pil maggiore di quello della Cina, quotidianamente criticata dagli USA per tasso di cambio e conti con l’estero squilibrati. Se contrae la spesa pubblica, come ha deciso il parlamento tedesco il 5 marzo 2010, in un ennesimo ossequio alla triste filosofia di Maastricht, i paesi più deboli dovranno affrontare squilibri finanziari crescenti e insostenibili, provocando effetti a catena anche sui paesi sani. Se le banche tedesche con una mano aiuteranno la Grecia, il parlamento tedesco con l’altra mano accresce le difficoltà di aggiustamento non solo in Grecia ma in tutta Europa. In secondo luogo, l’insistenza sui conti pubblici e la fretta del rientro dai deficit pubblici è fuori luogo. Occorre continuare a spingere la spesa per impedire che la depressione economica distrugga altro capitale umano e fisico. Infine la politica della BCE è troppo rigida. Non interviene nei mercati dei titoli di stato. Anche se in verità ha acquistato nel 2008 e 2009 titoli di bassa qualità. Ora lascia crescere spreads tra i bonds dei membri di eurolandia, rendendo l’aggiustamento una fatica di Sisifo per Grecia e altri paesi. E ci regala un Euro sopravvalutato che sta deindustrializzando l'Europa e gonfiando squilibri fuori e dentro l’UEM in quanto sostenibile solo da Germania e Olanda. Sono tante le strade per ridare smalto alle istituzioni europee. Maastricht divide i paesi tra virtuosi e peccatori sulla base di criteri che sono errati e conducono a drammi come quello dell’Islanda. La speranza è che la Grecia non sia la prossima vittima di errori che si ripetono.

Gianpaolo Rossini (Università di Bologna)