Focus Economia
Gianpaolo Rossini - 03/2009
L’intervento dello Stato nell’economia: safety car o mutamento epocale?
 
Nel 2009 i deficit fiscali raggiungeranno le due cifre in termini di rapporto sul PIL in Irlanda, Gran Bretagna, Usa. Il dato è una misura parziale dello straordinario intervento di molti governi. Va aggiunto un aumento autonomo del debito pubblico per acquisti di attività finanziarie, che non influenzano i deficit ma accrescono direttamente il debito pubblico lordo. La filosofia di Maastricht sembra quindi consegnata alla storia. Ma già nel 2008 superano il limite dei parametri, Gran Bretagna (oltre il 5%), Francia, Spagna, Grecia. In questi dati c'è la cifra dell'intervento dello Stato nelle economie colpite dalla crisi sistemica nata negli Usa nell'estate del 2007, propagatasi a macchia d'olio in tutto il globo generando la più profonda recessione dagli anni '30.

L' intervento dello Stato sul piano finanziario
L'intervento pubblico nelle economie è oggi di due tipi: finanziario e reale, condotti dalle autorità monetarie e da quelle fiscali. Sul piano finanziario le banche centrali operano su più fronti. Iniettano liquidità per soddisfare una domanda illimitata di sicurezza che può, allo stato attuale, essere garantita solo da moneta ad alto potenziale (base monetaria: circolante e depositi delle banche presso la banca centrale) creata dalla banca centrale. La moneta a corso legale è, in aree come quella del dollaro e dell'euro, l'attività più liquida, ovvero flessibile, che esista. Dunque, per ora, bene rifugio per eccellenza. Una moneta ragionevolmente robusta consente buoni margini, ma non illimitati, all'intervento delle banche centrali. Non è però ovunque così. Nei paesi a valuta debole alla moneta possono essere preferite altre attività finanziarie o reali e gli spazi di manovra si riducono.La politica monetaria agisce oggi come una safety car in un circuito afflitto da incidenti a catena. Ma dove lo spettacolo deve riprendere celermente. La safety car raccoglie le auto in grado di correre per rilanciarle dopo qualche giro di ricognizione. È l'espressione positiva del potere di monopolio del governo sulla creazione di liquidità. È intervento pubblico reso possibile e legittimo dalla fiducia di cui gode uno Stato da parte dei suoi cittadini e di quelli del resto del mondo. Un potere di cui lo Stato è depositario che si traduce in diritto di produrre moneta pagabile a vista. Ovvero scambiabile senza garanzia collaterale di chi la cede. Non vi sono altri soggetti che possono produrre una tale attività finanziaria. Ma questo potere non è infinito e si regge su un contratto implicito con i cittadini del mondo intero e che potrebbe venir meno in presenza di abusi e di perdita di reputazione della banca centrale, complici eventi interni o conflitti con altri paesi. Il potere monopolistico degli Stati nel produrre moneta, ovvero di essere prestatori di ultima istanza, è una delle ancore di fronte alla crisi di fiducia nei mercati finanziari. Fanno sorridere dottrinari del mercato che in anni recenti vedevano come un ingombro questo potere pubblico quasi che mercati finanziari "efficienti e disciplinati" potessero farne a meno. L'intervento delle banche centrali va ben al di là della provvista di liquidità. In molti casi si sostituiscono agli istituti di credito finanziando le imprese attraverso lo sconto di crediti commerciali e di effetti cambiari. Non solo. Si sta procedendo a nazionalizzare con ingenti immissioni di capitale fresco banche non più in grado di sopravvivere, grazie a errori gestionali, al non trasparente funzionamento del mercato, a malversazioni di dimensioni colossali e a poco oculate diversificazioni internazionali. Le parziali o totali nazionalizzazioni di banche negli Usa (Citigroup) in Inghilterra (Northern Bank, Bank of Scotland e così via) in Germania (Commerz bank), Belgio (Fortis) e Olanda (Abn Ambro, ING), cui seguiranno altre, non sono ispirate da ipotesi strategiche ma dalla necessità di impedire che un mercato basato sulle relazioni fiduciarie, come quello del credito, venga cancellato dal fallimento di operatori rilevanti, che trascinerebbero con sé tutti gli altri dati i rapporti di concatenazione e reciproca fiducia su cui si basa il mercato del credito. Il salvataggio pubblico del sistema bancario non ha alternative ed è un aspetto positivo dell'intervento pubblico. La conseguenza negativa è l'abbandono implicito dei criteri base su cui si regge la concorrenza nei mercati finanziari nazionali e internazionali, pilastro della globalizzazione. Certo, l'integrazione finanziaria internazionale non è destinata a scomparire, ma sarà diversa con una presenza maggiore di banche centrali e governi. E meno privati. Una tendenza già implicita nell'accresciuto peso globale dei fondi sovrani, gonfi di riserve valutarie accumulate da banche centrali che hanno manipolato i tassi di cambio.

... e sul piano reale
 
Sul piano reale c'è una espansione del welfare, resa necessaria da una caduta di domanda globale che investe tutti i settori industriali, con punte massime nei beni durevoli e minime tra i non durevoli come alimentari, medicinali e servizi. Si danno sussidi alle imprese, anche se spesso mascherati da sostegni al consumo di beni durevoli. Vi sono inoltre aiuti ai redditi più colpiti. Il problema è che molti interventi prevedono clausole esplicite o tacite a favore di imprese nazionali. Qui i danni potrebbero essere maggiori che nei mercati finanziari. Perché nei mercati reali non disponiamo di una cornice di banche centrali che sostituiscono i flussi finanziari privati con quelli ufficiali. Il procedere in ordine sparso e con accenti protettivi potrebbe essere disastroso. Unica consolazione è che molti processi produttivi sono, a differenza degli anni '30, transnazionali con molto outsourcing internazionale che funge da antidoto all'insipienza dei governi nazionali. Peccato, perché in Europa disponevamo di un'alternativa che evitava il protezionismo. Bastava ridurre in tutta l'Ue in maniera drastica per un periodo di un anno l'Iva. Perché non lo si è fatto? Purtroppo, in quanto non politicamente sostenibile né all'interno dei paesi né a livello europeo. Perché aiuterebbe tutti in maniera indistinta. E questo è contrario al teorema dell'elettore mediano che impone che si aiuti di più la fascia che sostiene il governo. Essere generosi con altri cittadini non è politicamente razionale in una democrazia maggioritaria.

Riusciranno questi interventi ad alleggerire la crisi?
Si, a patto che i paesi procedano in maniera omogenea evitando di chiudersi, anche se questo cozza contro una difficile sostenibilità politica Le ragioni per essere ottimisti risiedono anche nel peso che ha la spesa pubblica, che in Europa è tra il 40 al 50 % del Pil, per cui quasi metà della attività economica è immune dalla caduta dovuta alla crisi finanziaria. Purtroppo la complessità delle relazioni istituzionali all'interno dei nostri paesi e la mancanza di autorità internazionali che impediscano manovre protettive fanno sorgere interrogativi anche su questo fronte. Ad esempio, all'interno degli Usa il governo federale fa manovre espansive mentre il governo della California va in senso contrario perché esposto finanziariamente. In Europa il quadro è anche più complesso. Richiede una ciclopica capacità di coordinamento. Le misure adottate dai vari paesi non devono finire per neutralizzarsi vicendevolmente. Se così sarà, finiranno per diventare oltre che inutili anche insostenibili. La pochezza istituzionale della politica fiscale europea è ostacolo che può essere aggirato in condizioni di emergenza dalla buona volontà dei paesi nel rifuggire da misure tese a sostenere di preferenza produttori nazionali. Saremo capaci di questo? Possiamo solo sperarlo.  

Cosa manca?
Sul piano finanziario gli interventi sembrano più coordinati grazie alle due banche federali, Bce e Fed. Sul piano dei salvataggi bancari le mosse sono invece piuttosto eterogenee. Gli effetti sulla concorrenza internazionale e sull'apertura dei mercati finanziari saranno negativi. Sul fronte reale, gli aiuti alle imprese potrebbero erodere il mercato unico in Europa, indebolire fortemente il WTO e generare una riduzione del commercio internazionale. Per evitare un impoverimento globale, se interventi concordati e omogenei si scontrano con una ardua sostenibilità politica locale, l'unica via è ridare peso alle organizzazioni internazionali come FMI e WTO. Viviamo oggi un paradosso. A fronte di una accresciuta integrazione internazionale dagli anni '90, Usa e altri paesi hanno cercato un ridimensionamento delle organizzazioni internazionali. Dalla crisi asiatica del 1997 si è iniziato un fuoco di fila contro WTO e FMI con un parallelo tentativo di indebolire il progetto Euro. Si attribuivano ai mercati, peraltro poco concorrenziali in quanto avvelenati da frequenti posizioni dominanti, capacità di autoregolazione. Li si credeva capaci di distribuire risorse finanziarie sull'intero globo in modo efficiente. Ma questo non è avvenuto a causa del nanismo del FMI. Risorse finanziarie sono fluite in eccesso verso Usa e Gran Bretagna generando un prezzo eccessivamente basso del rischio e quindi insolvenze a catena. Un FMI più rappresentativo dei nuovi equilibri economici mondiali (in termini di sistema di voto) e con i compiti degli anni '50 e '60 avrebbe fatto entrare una safety car internazionale imponendo aggiustamenti dei cambi e politiche economiche congrue nei paesi con i maggiori sbilanci sul fronte dei conti con l'estero. Purtroppo ad un FMI robusto si è contrapposta solo una occhiuta filosofia di Maastricht. E così neppure ci si è accorti che una Islanda, virtuosa secondo Maastricht, stava affondando nell'oceano complice un debito estero pari al 300% del Pil.

gianpaolo.rossini@unibo.it