Focus Economia
Gianpaolo Rossini - 12/ 2011L’Europa dei debiti di ex-sovrani alla prova del 2012

L’Europa che si appresta a celebrare i dieci anni di circolazione effettiva della moneta unica ha perso gran parte del fascino e della attrazione che aveva quando le monete scintillanti fecero la loro comparsa nel gennaio 2002. L’entusiasmo e la retorica che accompagnarono l’evento celavano il costo effettivo rappresentato dalla cancellazione di ogni residuo di sovranità monetaria nazionale. I paesi più ricchi dell’eurozona vedevano con favore l’unione perché avrebbe reso gli scambi intraeuropei meno costosi e avrebbe inchiodato monete che tendevano periodicamente a svalutarsi erodendo la competitività del nord Europa. I paesi più deboli cercavano invece un’ancora politica, più stringente della Ue, che potesse rendere le loro economie finanziariamente più stabili. Per alcuni Stati, come l’Italia, il maggiore vantaggio atteso era una riduzione dei tassi d’interesse che potesse consentire un rientro meno costoso per il settore pubblico dall’alto livello di indebitamento. Per il settore privato, i vantaggi erano più aleatori e legati sia ad un probabile miglioramento delle istituzioni che a mercati con costi di transazione più bassi, ovvero più efficienti. Per i consumatori i benefici possibili risiedevano in una maggiore concorrenza nei mercati dei beni e dei servizi con possibili riduzioni dei prezzi. Alcuni di questi vantaggi si sono rivelati effimeri. È il caso della maggior concorrenza nei mercati. I consumatori si sono trovati di fronte a numerosi processi di consolidamento nel campo dei servizi finanziari e bancari con l’emergere di operatori di grande dimensione. Non molto diverso è ciò che è avvenuto in diversi settori manifatturieri. Il bilancio “reale” dell’euro è quindi molto dubbio. Il vantaggio più rilevante doveva però essere rappresentato da un basso costo del servizio del debito pubblico, a seguito di una convergenza dei tassi d’interesse tra tutti i membri della unione monetaria. Nei primi anni una vera e propria convergenza dei tassi di interesse italiani a quelli tedeschi (i più bassi) si è verificata, ma solo in modo parziale. In ogni caso l’Italia, come altri paesi, ha visto diminuire il costo del servizio del debito pubblico in modo consistente per almeno sei anni, fino al 2008. Il prezzo di questa operazione si è rivelato, purtroppo già a partire dal 2002, molto alto, soprattutto per i paesi con una competitività internazionale inferiore a quella tedesca. Non appena ha cominciato a circolare la moneta unica ha iniziato un poderoso e pressoché continuo processo di apprezzamento nei confronti del dollaro che l’ha portata nel corso di un decennio a rivalutarsi di quasi del 100%, da poco più di 0.8 dollari per un euro alla fine 2000 a quasi 1.6 nella primavera del 2009. Questa ascesa selvaggia della moneta unica ha scardinato gradualmente i conti con l’estero di Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda. Ed è la causa prima della bassa crescita dell’Italia negli ultimi 10 anni che ha, a sua volta, vanificato gran parte degli sforzi per il rientro dal debito pubblico. L’apprezzamento dell’euro ha fatto vittime anche in paesi forti come la Francia, dove più volte si sono levate voci critiche nei confronti della BCE. Il percorso dell’euro è il risultato della politica della BCE che ha sempre assunto un atteggiamento di non intervento nel mercato dei cambi. In più non ha mai adottato politiche monetarie che cercassero di neutralizzare l’impatto sul cambio che stava avendo negli anni 2000 la progressiva assunzione da parte dell’euro del ruolo di valuta di riserva internazionale in concorrenza con il dollaro americano. Nell’estate del 2007, quando già gli echi delle difficoltà del mercato finanziario americano si fanno sentire e la Fed comincia ad operare di conseguenza, la BCE continua imperterrita nella sua politica restrittiva che porterà il cambio nel giro di due anni da 1.25 a quasi 1.60 nell’aprile 2010. Nell’estate dello stesso anno, poco dopo lo scoppio della crisi greca con l‘euro sceso ad un tasso più accettabile (circa 1.20 ) la BCE adotta una politica restrittiva alzando il tasso d’interesse in quanto preoccupata da segnali d’inflazione, che vedono solo gli occhiuti economisti dell’Eurotower. Poco importa se nel frattempo oltre Manica e oltre Atlantico si fa l’esatto contrario, ovvero si inondano i mercati con liquidità acquistando obbligazioni private e pubbliche senza distinzione di merito, qualità ed emittente. Incredibilmente solo fuori Europa si percepisce la gravità del momento e le conseguenze che la crisi greca del maggio 2010 potrà comportare. A Francoforte si è sicuri che il peggio è già dietro alle spalle. La caduta greca non è ritenuta una possibile e pericolosa fonte di contagio ma un caso esemplare, un piccolo olocausto finanziario tutto sommato utile per spingere altri paesi europei ad adottare una politica fiscale più restrittiva. Insomma la stessa nefasta filosofia che fece fallire Lehman Brothers ora la importiamo in Europa e applichiamo ad un intero paese, incuranti delle politiche monetarie espansive e di aiuto ai debiti sovrani intraprese dagli altri Stati. In questa separazione netta tra la politica della BCE franco-tedesca e quella delle banche centrali degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e del Giappone, sta forse il problema cruciale dell’Europa di oggi, nella quale l’assenza di un atteggiamento pragmatico e non dottrinario come quello che prevale negli Usa e altrove sta minando alla base non solo l’unione monetaria ma l’intera Unione Europea. Lo abbiamo già sottolineato in precedenti interventi in questo osservatorio: la “diversità” europea sta avendo effetti disastrosi. C’è già una vittima immolata su questo altare, la Grecia, la cui piccola dimensione avrebbe consentito con risorse pari a quelle utilizzate per iniezioni di liquidità in banche tedesche o francesi, con un adeguato piano decennale, un rientro politicamente e socialmente sostenibile dal debito pubblico. Lasciare la Grecia andare alla deriva e probabilmente spingerla ad uscire dall’euro è un grave errore economico perché è fonte di infezione finanziaria in tutta Europa con conseguenze anche sui paesi forti.
Gianpaolo Rossini
(Università di Bologna)
Gianpaolo Rossini
(Università di Bologna)
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