Dall'Europa
Michele Marchi - 19/06/2013L’Europa di Enzensberger ovvero “il mostro buono di Bruxelles”

Quello che Hans Magnus Enzensberger dedica al processo di integrazione europeo è un pamphlet tagliente e graffiante, ricco di colte citazioni ma anche di una vena allo stesso tempo ironica e malinconica (H. M. Enzensberger, Il mostro buono di Bruxelles, Einaudi, 2013). Il suo è il grido di dolore dell’intellettuale cosmopolita insoddisfatto dell’evoluzione che il progetto di costruzione dell’Europa comunitaria ha scelto di percorrere.
In realtà ciò che Enzensberger definisce il “mostro buono di Bruxelles” è quell’edificio economico, politico e soprattutto istituzionale che dal post seconda guerra mondiale all’attuale mondo dominato dalla globalizzazione non ha mai smesso di esercitare il suo costante tentativo di uniformare un continente ricco di sfumature e particolarità.
Sono due le principali critiche che l’intellettuale tedesco avanza per descrivere la “deriva europea”. Da un lato egli approfondisce un tema classico, più volte affrontato soprattutto da politologi e giuristi che si occupano di istituzioni europee, cioè quello del deficit democratico. Enzensberger va diretto ad uno dei punti più dolenti dell’edificio comunitario. Sottolinea infatti la scarsa, per non dire nulla, legittimità democratica dell’organo che maggiormente esercita il diritto di iniziativa legislativa: la Commissione di Bruxelles. E arriva a definire la “triade Commissione, Consiglio Europeo, Parlamento” un vero e proprio “buco nero della democrazia”. Ecco allora che il processo di costruzione europeo, così come è stato pensato in origine da colui che più forse lo ha caratterizzato (Jean Monnet) e così come si è evoluto, finisce per tramutarsi in un passo indietro, verso una sorta di epoca precostituzionale. Provocatoriamente, conclude Enzensberger, siamo di fronte ad “uno dei più riusciti tentativi di lasciarsi alle spalle la più grande invenzione europea: la democrazia”.
L’altra critica è allo stesso modo classica, almeno in apparenza, ma in realtà è affrontata in maniera originale. Si tratta di riempire di significato il concetto di “soft power” europeo. Enzensberger anche in questo caso, va subito al punto di quella che ritiene una vera e propria deriva europea. Il dominio europeo è sicuramente “soft”, ma nel senso che non si esercita attraverso il comando, ma attraverso le procedure. Procedure che si concretizzano nelle migliaia di direttive che oramai soffocano i legittimi diritti democratici dei Parlamenti nazionali. E che sono elaborate da una “tribù” di funzionari europei, isolati, autoreferenziali e convinti, nell’esercizio del loro esprit de corps, di tutelare un non meglio definito “interesse generale superiore”. L’altra parte dell’invettiva, sempre relativamente all’esercizio del “soft power europeo”, riguarda lo strapotere delle lobbies nazionali operanti a Bruxelles e di volta in volta in grado di intervenire e far pressione affinché si adottino direttive prive di senso, finalizzate ad imporre un qualche primato nazionale all’intero spazio comune europeo.
Nelle ultime pagine del suo “grido di allarme”, il letterato tedesco non si sottrae dal fornire la sua personale interpretazione dell’attuale crisi della zona euro. È paradossale che la crisi più grave giunga sul fronte economico, proprio laddove l’Unione era convinta di poter svolgere la sua azione più caratteristica e peculiare. Ma l’evoluzione attuale ha un suo risvolto se possibile ancora più paradossale. Di fronte all’impasse economica, la politica alza bandiera bianca e lascia che i tentativi di salvataggio siano, ancora una volta, gestiti da un punto di vista economico. Il motto “there is no alternative” di fronte alla situazione greca o alla crisi che stanno vivendo i Paesi dell’area mediterranea (compresa l’Italia) costituisce in realtà l’ennesima dichiarazione di resa della politica dinanzi allo strapotere dell’economia e della finanza.
In chiusura il pamphlet delinea un quadro al limite del catastrofico. Quello di Bruxelles, secondo Enzensberger, è un tentativo di uniformare laddove al contrario dovevano essere esaltate le peculiarità. E la conseguente ricerca di accreditare una logica imperiale in maniera “non violenta”. Come la storia ha più volte mostrato, gli imperi sono destinati al naufragio, o per eccessiva espansione o per contraddizioni interne. L’odierna Unione europea, composta da sempre più Paesi membri e sempre meno in grado di arrestare il costante declino del Vecchio Continente, spiace dirlo, assomiglia davvero molto al ritratto spietato offerto da Enzensberger.
Michele Marchi
(Università di Bologna)
In realtà ciò che Enzensberger definisce il “mostro buono di Bruxelles” è quell’edificio economico, politico e soprattutto istituzionale che dal post seconda guerra mondiale all’attuale mondo dominato dalla globalizzazione non ha mai smesso di esercitare il suo costante tentativo di uniformare un continente ricco di sfumature e particolarità.
Sono due le principali critiche che l’intellettuale tedesco avanza per descrivere la “deriva europea”. Da un lato egli approfondisce un tema classico, più volte affrontato soprattutto da politologi e giuristi che si occupano di istituzioni europee, cioè quello del deficit democratico. Enzensberger va diretto ad uno dei punti più dolenti dell’edificio comunitario. Sottolinea infatti la scarsa, per non dire nulla, legittimità democratica dell’organo che maggiormente esercita il diritto di iniziativa legislativa: la Commissione di Bruxelles. E arriva a definire la “triade Commissione, Consiglio Europeo, Parlamento” un vero e proprio “buco nero della democrazia”. Ecco allora che il processo di costruzione europeo, così come è stato pensato in origine da colui che più forse lo ha caratterizzato (Jean Monnet) e così come si è evoluto, finisce per tramutarsi in un passo indietro, verso una sorta di epoca precostituzionale. Provocatoriamente, conclude Enzensberger, siamo di fronte ad “uno dei più riusciti tentativi di lasciarsi alle spalle la più grande invenzione europea: la democrazia”.
L’altra critica è allo stesso modo classica, almeno in apparenza, ma in realtà è affrontata in maniera originale. Si tratta di riempire di significato il concetto di “soft power” europeo. Enzensberger anche in questo caso, va subito al punto di quella che ritiene una vera e propria deriva europea. Il dominio europeo è sicuramente “soft”, ma nel senso che non si esercita attraverso il comando, ma attraverso le procedure. Procedure che si concretizzano nelle migliaia di direttive che oramai soffocano i legittimi diritti democratici dei Parlamenti nazionali. E che sono elaborate da una “tribù” di funzionari europei, isolati, autoreferenziali e convinti, nell’esercizio del loro esprit de corps, di tutelare un non meglio definito “interesse generale superiore”. L’altra parte dell’invettiva, sempre relativamente all’esercizio del “soft power europeo”, riguarda lo strapotere delle lobbies nazionali operanti a Bruxelles e di volta in volta in grado di intervenire e far pressione affinché si adottino direttive prive di senso, finalizzate ad imporre un qualche primato nazionale all’intero spazio comune europeo.
Nelle ultime pagine del suo “grido di allarme”, il letterato tedesco non si sottrae dal fornire la sua personale interpretazione dell’attuale crisi della zona euro. È paradossale che la crisi più grave giunga sul fronte economico, proprio laddove l’Unione era convinta di poter svolgere la sua azione più caratteristica e peculiare. Ma l’evoluzione attuale ha un suo risvolto se possibile ancora più paradossale. Di fronte all’impasse economica, la politica alza bandiera bianca e lascia che i tentativi di salvataggio siano, ancora una volta, gestiti da un punto di vista economico. Il motto “there is no alternative” di fronte alla situazione greca o alla crisi che stanno vivendo i Paesi dell’area mediterranea (compresa l’Italia) costituisce in realtà l’ennesima dichiarazione di resa della politica dinanzi allo strapotere dell’economia e della finanza.
In chiusura il pamphlet delinea un quadro al limite del catastrofico. Quello di Bruxelles, secondo Enzensberger, è un tentativo di uniformare laddove al contrario dovevano essere esaltate le peculiarità. E la conseguente ricerca di accreditare una logica imperiale in maniera “non violenta”. Come la storia ha più volte mostrato, gli imperi sono destinati al naufragio, o per eccessiva espansione o per contraddizioni interne. L’odierna Unione europea, composta da sempre più Paesi membri e sempre meno in grado di arrestare il costante declino del Vecchio Continente, spiace dirlo, assomiglia davvero molto al ritratto spietato offerto da Enzensberger.
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