Economia / Istituzioni
Gianpaolo Rossini - 08/04/2013
Arranca l’euro nel mare di Cipro

Commento
 
Il 2 aprile 2013 il governo cipriota adotta, dopo due settimane di chiusura degli sportelli del credito, misure per affrontare sia la crisi bancaria scoppiata ad inizio anno, sia i cronici deficit nei conti pubblici e nei conti con l’estero. Cipro infatti non soffre solo per le sue banche ma anche per macro squilibri che ricordano quelli di madre Ellade, di USA 2007-9, di Spagna e Irlanda 2010-12. Il saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti con l’estero, segnale di quanto un paese spende rispetto a quanto produce e di conseguenza di quanto prende (o dà) a prestito all’estero, è negativo dall’anno di adesione all’euro, il 2008, quando è al 15.6 % del Pil per passare nel 2009 al 10.7%, nel 2010 al 9.9%, nel 2011 all’8.5 % e nel 2012 a circa il 7-8%. Sul versante disavanzo pubblico, differenza tra spesa pubblica ed entrate fiscali, si passa da un surplus pari allo 0.8% del Pil del 2008 a -6.1% nel 2009, -5.3% nel 2010, -6.5% nel 2011 e -5% nel 2012.

Il cospicuo buco con l’estero è colmato da massicci afflussi di capitali a breve soprattutto russi attratti da agevolazioni fiscali e anonimato. Con queste risorse Cipro finanzia agevolmente il deficit estero ed espande a dismisura il settore bancario raggiungendo un rapporto depositi bancari/Pil pari a 8 (2 in Italia, 3 in Germania) e un livello del credito interno su Pil pari a 3.3 (1.5 in Italia, 1.3 in Germania). L’eccesso di disponibilità di capitali copre le lacune dell’economia dell’isola di Afrodite. Spinge le banche cipriote, come è avvenuto per quelle americane, spagnole, islandesi e irlandesi, a spericolate operazioni sui mercati obbligazionari internazionali e a una bolla immobiliare visibile nell’isola anche dal turista casuale. La crisi di Cipro è insomma un deja vu. Come le altre discende dalla scarsa attenzione per i conti con l’estero complice la maniacale disciplina per quelli pubblici della esangue Maastricht e del defunto Washington Consensus. Una disattenzione figlia di una pigrizia ideologica e politica. Si sa infatti che sanzionare un paese per i conti pubblici è facile. Mentre correggere gli squilibri con l’estero richiede coordinazione internazionale, soprattutto in una unione monetaria dove il cambio è fisso. Occorre invitare il paese in deficit a ridurre la spesa e quello in surplus a risparmiare meno. Se ci si limita a riprendere chi è prodigo si precipita nella recessione senza risolvere lo squilibrio, come prova la perdurante crisi dei debiti sovrani in Europa. Il secondo aspetto del deja vu cipriota è la mancanza sia di una supervisione della BCE sulle banche che di una assicurazione sui depositi in euro garantita dalla BCE. Con una asimmetria: quando affondano banche belghe, francesi, irlandesi, inglesi o tedesche l’aiuto arriva tempestivo evitando contagio e danni ai risparmiatori per cui sembra quasi che non ci sia bisogno di supervisione e di assicurazione europea per i depositi. Mentre per i paesi meno “core” non è così e ad ogni crisi si sviluppa sia contagio finanziario che fuga di depositi dai paesi più deboli a quelli più forti. Il che vanifica severe politiche di aggiustamento, aggrava le asimmetrie della politica della BCE, cronicizza le distanze tra i tassi d’interesse con un tassi alti dove dovrebbero essere bassi (paesi in recessione: Italia, Spagna etc.) e bassi dove dovrebbero essere alti per raffreddare la crescita (Germania, Olanda etc.).

Se la vicenda di Cipro ha il sapore del deja vu, le politiche decise il 2 aprile dietro pressione della troika (BCE, FMI e Commissione Ue) non hanno affinità con quelle finora adottate in paesi finiti nelle stesse impasse. In verità in Irlanda (obbligazionisti e azionisti cancellati) e Islanda (depositanti esteri e azionisti eliminati) è avvenuto qualcosa di simile, ma in maniera poco trasparente complice una certa omertà mediatica. In più l’Irlanda è stata soccorsa dai paesi euro e dall’Inghilterra che non è nell’euro e l’Islanda, che non è nell’euro, da BCE, FMI, Ue e paesi scandinavi anche essi fuori euro. A Cipro si stabiliscono nuove regole a prova della fantasia istituzionale un po’ anarchica che domina eurolandia. I depositi bancari sopra i 100.000 euro sono per il 37.5% convertiti in azioni bancarie vincolate. E in un prossimo futuro si potranno decurtare i depositi di un ulteriore 22.5% con un meccanismo di compensazione analogo. E ci dovrà essere un avanzo primario pubblico – saldo fiscale escludendo gli interessi pagati sul debito – del 4% per il 2017.

Il sistema dei pagamenti subisce restrizioni ai trasferimenti, ai prelievi e al taglio degli assegni. Altre limitazioni riducono la mobilità dei capitali da e verso l’estero ivi compresi gli euro-partners. Norme temporanee, secondo i commentatori. Ma in verità non è sancita alcuna scadenza. E quindi norme destinate a durare, almeno come quelle varate “temporaneamente” in Islanda nel 2008 e tuttora in vigore.

Le misure per Cipro contengono principi in totale antitesi con l’esistenza di una unione monetaria che ha come base, obiettivo e strumento la perfetta mobilità delle risorse finanziarie. In più la mancata garanzia della BCE per i depositanti danneggia paesi affamati di capitali e l’intero sistema dei pagamenti euro, annullando i benefici fondamentali della moneta unica. È un errore colpire i depositanti, così come chiudere i mercati dei capitali in una unione monetaria. La unicità della politica monetaria diventa una chimera e le differenze tra tassi d’interesse tra paesi rischiano di diventare la norma più che l’eccezione, con effetti devastanti. Dopo queste misure i paesi che dovranno affrontare difficoltà analoghe a quelle di Cipro si chiederanno se valga la pena tenere i mercati aperti se i depositi fuggono verso paesi del Nord dove rischiano di generare nuove bolle speculative. Ma se la BCE non dà garanzie federali sui depositi, se la BCE non vigila su tutte le banche euro, se la BCE tiene tassi più alti di Inghilterra, Usa e Giappone dove la recessione è meno severa che in Europa, se la BCE non compensa adeguatamente flussi di capitale irrazionali intra-euro zona che si autoalimentano, se non si vedono all’orizzonte eurobond, l’unica soluzione è la chiusura. Un vero passo indietro. E quale sarà il successivo?

Gianpaolo Rossini
(Università di Bologna)