Dall'Europa
Alfonso Botti - 05/07/2012Rajoy: sei mesi dopo

A sei mesi dalla formazione del suo governo, non si può certo dire che Mariano Rajoy navighi con il vento in poppa. Chi si aspettava che con la cacciata delle improvvide cicale socialiste di Zapatero e l’avvento delle oculate formichine popolari la crisi economica avrebbe lasciato trapelare segni di ripresa e i mercati avrebbero premiato il cambiamento del governo, è stato smentito. Non solo non si è invertita la tendenza, ma la crisi si è ulteriormente aggravata, collocando la Spagna nella zona più a rischio. Il reddito pro-capite per la prima volta dal 2001 è sceso sotto la media europea. Il 18 giugno lo spread ha raggiunto i 589 punti (per poi scendere, però, a 479 il 22 giugno).
Il tasso di disoccupazione nel primo trimestre del 2012 è giunto al 24,44% (solo di un decimo inferiore al record del 1994), mentre il deficit si colloca all’8,5% sul Pil. Con l’evidenza di una crisi peggiorata (nonostante i tagli e le riforme) rispetto a dove l’aveva lasciata la precedente amministrazione, è apparso altrettanto chiaro che non erano stati i socialisti a provocarla, come aveva voluto far credere la propaganda popolare durante la campagna elettorale. Dopo la mancata vittoria nelle elezioni amministrative in Andalusia e nelle Asturie, dopo il calo di fiducia da parte del corpo elettorale testato da vari sondaggi, il Pp e il suo leader sono maldestramente finiti al centro di una querelle lessicale.
Immemore del puntiglio con cui Zapatero si era ostinato per buona parte del 2008 ad ammettere che di “crisi” si trattava e non di “decelerazione” della crescita economica, Rajoy ha infatti insistito nel presentare i 100 miliardi di euro accordati dall’Europa per la ricapitalizzazione delle banche come non un “salvataggio”, ma come un “prestito” che peraltro non avrebbe gravato sul debito pubblico, essendo a distanza di poche ore smentito da Eurostat. Non solo. In una delle sue rarissime apparizioni davanti alla stampa ha sostenuto che, ottenuto il prestito, il problema era risolto ed è andato in Polonia ad assistere alla partita di calcio Spagna-Italia.
Più che i drastici e ripetuti tagli alla spesa pubblica, ciò che alcuni media e l’opposizione rimproverano a Rajoy è il suo nascondersi, la sua resistenza a spiegare le scelte del governo, il suo negarsi a interviste, le sue rarissime apparizioni al Congresso dei deputati, il suo rifiuto di accettare il confronto con le forze politiche dell’opposizione. Persino il tradizionale dibattito parlamentare sullo stato della Nazione, introdotto all’epoca di Felipe González, quest’anno è stato soppresso per essere sostituito da una più breve e circoscritta discussione sull’Europa. Stando ai barometri del Centro de Investigaciones Sociológicas (Cis), il dato tendenziale sulla percezione che gli spagnoli hanno della situazione politica è assai indicativo.
Se nel mese di gennaio era il 53% a giudicare la situazione politica come negativa o molto negativa, in febbraio sono diventi il 55,1%, in marzo il 56,7%, in aprile il 60,3%, per approdare, stando all’ultimo barometro disponibile, con rilevazioni effettuate nella prima metà di maggio, al 64,8 %. Se possibile ancor più significativo è che l’87,9% di coloro che in maggio hanno espresso questo giudizio aveva votato per il Pp il 20 novembre 2011. Percentuale che non si discosta molto da quella degli elettori socialisti (91,3%). Altri dati, provenienti dalla stessa fonte, convergono a corroborare la tendenza. Se in gennaio il giudizio sull’azione politica di Rajoy era negativo o molto negativo per il 29,9% degli spagnoli, in aprile la percentuale è ascesa al 40,7%.
Se in gennaio avevano dichiarato di avere scarsa o nessuna fiducia nel nuovo leader popolare il 59,3%, in aprile la percentuale è ascesa al 71,6%. Al G 20 messicano di Los Cabos, Rajoy non ha brillato. Ha invece segnato un punto a suo favore partecipando al vertice di Roma del 22 giugno, su invito di Monti, assieme al presidente Hollande e alla cancelliera Merkel. Al Congresso dei deputati i socialisti hanno votato la ratifica del patto fiscale o di stabilità dopo che era stato accolto un loro emendamento sulla crescita. Forte di questo voto condiviso Rajoy si presenterà al vertice di Bruxelles dei capi di stato e di governo del 28 e 29 giugno.
Un certo sollievo ha fatto registrare anche il rapporto degli analisti incaricati di esaminare il settore finanziario che hanno indicato in una cifra oscillante tra i 51 e i 62 miliardi di euro il fabbisogno delle banche (nettamente inferiore ai 100 miliardi di cui si era parlato). Evaporato al sole dell’estate 2011 il movimento degli indignati, alle spalle la mobilitazione per lo sciopero generale del 29 marzo, se si escludono le proteste in Andalusia contro i tagli imposti dal governo regionale (di coalizione tra socialisti e Izquierda unida), e lo sciopero dei minatori del carbone asturiani, la società spagnola appare come sfiduciata e rassegnata.
Stando al barometro di aprile 2012 del Cis, il 48,3% degli spagnoli non ha mai firmato una petizione o partecipato a una raccolta di firme; il 58,5% non ha mai preso parte a uno sciopero; il 71,9% non ha mai assistito a una riunione o a una manifestazione politica; il 74,8% non ha mai dato o raccolto contributi per attività sociali o politiche. Sono dati che riflettono una spoliticizzazione di più lungo periodo, ma che indurrebbero a considerare non meno rilevante di quella economica, anche la crisi della politica.
Alfonso Botti
(Università di Modena e Reggio Emilia)
Il tasso di disoccupazione nel primo trimestre del 2012 è giunto al 24,44% (solo di un decimo inferiore al record del 1994), mentre il deficit si colloca all’8,5% sul Pil. Con l’evidenza di una crisi peggiorata (nonostante i tagli e le riforme) rispetto a dove l’aveva lasciata la precedente amministrazione, è apparso altrettanto chiaro che non erano stati i socialisti a provocarla, come aveva voluto far credere la propaganda popolare durante la campagna elettorale. Dopo la mancata vittoria nelle elezioni amministrative in Andalusia e nelle Asturie, dopo il calo di fiducia da parte del corpo elettorale testato da vari sondaggi, il Pp e il suo leader sono maldestramente finiti al centro di una querelle lessicale.
Immemore del puntiglio con cui Zapatero si era ostinato per buona parte del 2008 ad ammettere che di “crisi” si trattava e non di “decelerazione” della crescita economica, Rajoy ha infatti insistito nel presentare i 100 miliardi di euro accordati dall’Europa per la ricapitalizzazione delle banche come non un “salvataggio”, ma come un “prestito” che peraltro non avrebbe gravato sul debito pubblico, essendo a distanza di poche ore smentito da Eurostat. Non solo. In una delle sue rarissime apparizioni davanti alla stampa ha sostenuto che, ottenuto il prestito, il problema era risolto ed è andato in Polonia ad assistere alla partita di calcio Spagna-Italia.
Più che i drastici e ripetuti tagli alla spesa pubblica, ciò che alcuni media e l’opposizione rimproverano a Rajoy è il suo nascondersi, la sua resistenza a spiegare le scelte del governo, il suo negarsi a interviste, le sue rarissime apparizioni al Congresso dei deputati, il suo rifiuto di accettare il confronto con le forze politiche dell’opposizione. Persino il tradizionale dibattito parlamentare sullo stato della Nazione, introdotto all’epoca di Felipe González, quest’anno è stato soppresso per essere sostituito da una più breve e circoscritta discussione sull’Europa. Stando ai barometri del Centro de Investigaciones Sociológicas (Cis), il dato tendenziale sulla percezione che gli spagnoli hanno della situazione politica è assai indicativo.
Se nel mese di gennaio era il 53% a giudicare la situazione politica come negativa o molto negativa, in febbraio sono diventi il 55,1%, in marzo il 56,7%, in aprile il 60,3%, per approdare, stando all’ultimo barometro disponibile, con rilevazioni effettuate nella prima metà di maggio, al 64,8 %. Se possibile ancor più significativo è che l’87,9% di coloro che in maggio hanno espresso questo giudizio aveva votato per il Pp il 20 novembre 2011. Percentuale che non si discosta molto da quella degli elettori socialisti (91,3%). Altri dati, provenienti dalla stessa fonte, convergono a corroborare la tendenza. Se in gennaio il giudizio sull’azione politica di Rajoy era negativo o molto negativo per il 29,9% degli spagnoli, in aprile la percentuale è ascesa al 40,7%.
Se in gennaio avevano dichiarato di avere scarsa o nessuna fiducia nel nuovo leader popolare il 59,3%, in aprile la percentuale è ascesa al 71,6%. Al G 20 messicano di Los Cabos, Rajoy non ha brillato. Ha invece segnato un punto a suo favore partecipando al vertice di Roma del 22 giugno, su invito di Monti, assieme al presidente Hollande e alla cancelliera Merkel. Al Congresso dei deputati i socialisti hanno votato la ratifica del patto fiscale o di stabilità dopo che era stato accolto un loro emendamento sulla crescita. Forte di questo voto condiviso Rajoy si presenterà al vertice di Bruxelles dei capi di stato e di governo del 28 e 29 giugno.
Un certo sollievo ha fatto registrare anche il rapporto degli analisti incaricati di esaminare il settore finanziario che hanno indicato in una cifra oscillante tra i 51 e i 62 miliardi di euro il fabbisogno delle banche (nettamente inferiore ai 100 miliardi di cui si era parlato). Evaporato al sole dell’estate 2011 il movimento degli indignati, alle spalle la mobilitazione per lo sciopero generale del 29 marzo, se si escludono le proteste in Andalusia contro i tagli imposti dal governo regionale (di coalizione tra socialisti e Izquierda unida), e lo sciopero dei minatori del carbone asturiani, la società spagnola appare come sfiduciata e rassegnata.
Stando al barometro di aprile 2012 del Cis, il 48,3% degli spagnoli non ha mai firmato una petizione o partecipato a una raccolta di firme; il 58,5% non ha mai preso parte a uno sciopero; il 71,9% non ha mai assistito a una riunione o a una manifestazione politica; il 74,8% non ha mai dato o raccolto contributi per attività sociali o politiche. Sono dati che riflettono una spoliticizzazione di più lungo periodo, ma che indurrebbero a considerare non meno rilevante di quella economica, anche la crisi della politica.
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