Economia / Istituzioni
Gianpaolo Rossini - 05/07/2012Luci e ombre dal vertice europeo del 29 giugno 2012

Secondo alcuni osservatori il vertice europeo di fine giugno 2012 ha segnato una svolta e ha salvato l’euro. Per altri sono state indicate solo linee di intervento lungo le quali il destino dell’euro resta incerto. Le opposte visioni riflettono la diversa valutazione del documento finale del vertice, nel quale si stabiliscono i principi per affrontare una crisi dei debiti sovrani che dura da oltre due anni e rallenta l’economia mondiale. Non c’è dubbio che un primo passo sia stato fatto. Ma la distanza dall’abisso resta ancora troppo breve e la strada per allontanarsi in sicurezza è lunga e piena di ostacoli, perché molte delle indicazioni del vertice chiamano altre decisioni nonché difficili negoziazioni.
Di positivo c’è che la rigida posizione tedesca risulta ammorbidita e si intravvede qualche apertura grazie alle pressioni di Italia, Spagna e Francia. La prima novità riguarda la possibilità conferita al Fondo europeo salva Stati di acquistare sui mercati secondari (fuori asta) e primari (in asta) titoli di Stato dei paesi che, pur avendo seguito le ricette europee, soffrono di spread eccessivi. Il Fondo è dotato di circa 500 miliardi di euro conferiti dai membri di eurolandia, compresi quelli in difficoltà. Ha già impegnato un quinto delle risorse per le banche spagnole e possiede una potenza di fuoco residua di 400 miliardi. L’ESM (European Stability Mechanism) entrerà in funzione tra poco al posto del Fondo ereditandone la dotazione.
Previsto per luglio 2013, ne è stata anticipata l’entrata in funzione dal Consiglio del 9 dicembre 2011 per all’aggravarsi della crisi. Avrà in seguito una dotazione di capitale di 700 miliardi di euro con fondi da tutti i paesi euro nelle proporzioni in cui partecipano al capitale BCE. L’Italia metterà circa 125 miliardi (circa il 8% del Pil). I conferimenti, alla pari di quelli al FMI, non andranno contabilizzati nel debito pubblico in quanto attività finanziarie. Contribuiranno al debito lordo ma non a quello netto, a differenza di altre attività dei paesi cui non viene, testardamente, accordato questo status (diversamente da quanto avviene negli Usa).
In ogni caso dovremo cominciare a raccogliere una somma non di poco conto. L’ESM potrà fare quello che la BCE ha fatto in maniera sporadica e timidamente perché non ama sporcarsi le mani, che in Europa si vogliono immacolate. In sostanza con l’intervento dell’ESM potranno essere usate nostre e altrui (vedremo) risorse per ridurre i nostri spread. Il pallino della decisione su quando e come intervenire però non l’abbiamo noi ma l’esecutivo dell’ESM e la BCE. Certo, l’ESM potrà anche finanziarsi sul mercato emettendo titoli. Ma gli interrogativi non mancano perché potrebbe essere preso di mira dalle agenzie di rating.
Non dimentichiamo che nel 2010, di fronte all’insistenza di alcuni paesi di eurolandia di emettere eurobond, un comunicato di Moodys gelò facili entusiasmi affermando che la valutazione di merito dei titoli europei sarebbe stata quella del paese a più basso rating. Una vera dichiarazione di guerra, non suffragata da analisi finanziaria del rischio di un titolo emesso congiuntamente da più agenti, che non è mai quello del più rischioso bensì una media ponderata dei due. Una dichiarazione che suscitò indelebili paure tedesche verso gli eurobond. Un aspetto apparentemente positivo dell’ESM è che non sarà creditore privilegiato.
Ma questo significa che le agenzie di rating lo potranno impallinare come e quando vorranno, rendendone il funzionamento problematico. Speriamo solo che non lo facciano. Il secondo punto di rilievo approvato il 29 giugno riguarda l’unione bancaria con il trasferimento della vigilanza alla BCE. La quale introdurrà omogeneità nella vigilanza bancaria, anche a prezzo di qualche aggravio burocratico. La BCE è comunque una banca federale, aggregazione di banche centrali nazionali (BCN). Trasferirle la vigilanza significa o che a Francoforte non si fidano delle BCN o che le cose non cambieranno. Nel secondo caso possiamo concedere un po’ alla retorica. Nel primo si sente odore di conflitti tra BCN e BCE. Speriamo solo che questo non accada perché il l’euro ne soffrirebbe.
Molto avrebbe giovato al sistema bancario europeo un fondo europeo di garanzia dei depositi, del quale si è discusso ma invano. Il fondo avrebbe tagliato alla radice le ragioni di buona parte delle fughe di capitali che devastano Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Cipro indebolendo il sistema bancario tutto riflettendosi in squilibri monetari insopportabili per i paesi che già soffrono spread altissimi. Oggi purtroppo abbiamo una sovrabbondanza di liquidità scandalosa in Germania, Olanda e Lussemburgo, i quali finiranno per investire troppo e male. Come al solito l’Europa si rivela arcigna sorvegliante, attenta a sanzioni e regole scritte e applicate sempre in modo un po’ asimmetrica, riluttante a salvare ancorchè a caro prezzo paesi in difficoltà non sempre per colpe loro.
Propositi, come quello della cosiddetta unione di bilancio, sono poi emersi dal vertice. Per questo commissione, eurogruppo e BCE sono incaricati di fare proposte entro fine 2012. Dovranno essere discusse in una Europa divisa non solo tra virtuosi e viziosi ma anche tra accidiosi (Inghilterra, Svezia e Danimarca) e attivisti, i quali a loro volta hanno idee diverse sulle future istituzioni comuni. Di tangibile è comunque giunta una ricapitalizzazione della BEI e il via libera all’emissione di bond per progetti infrastrutturali che potrebbero mobilizzare oltre un centinaio di miliardi. Si tratta di misure in cantiere solo dal 2013, quando i paesi in maggiore difficoltà saranno (sperabilmente) usciti dalla fase più acuta della crisi.
Per ora il risultato chiave dal vertice è la possibilità dell’ESM di intervenire sugli spread. E’ un contributo che l’ESM dà anche con i soldi dei paesi in panne. È difficile capire il ritorno netto che paesi come l’Italia ricavano da questo. Certo l’effetto di annuncio ha prodotto qualche risultato positivo. Ma al di là dell’enfasi europeistica i conti con l’Europa sono sempre difficili e poco sostenibili politicamente. Se poi aggiungiamo che basta un po’ di fanfara mediatica per spingere il cambio dell’euro mettendo di nuovo il fiatone a molte imprese il quadro non migliora molto. Sia la Germania che la BCE seguitano a non accorgersi che l’euro è valuta internazionale e che questo ruolo comporta responsabilità politiche ed economiche internazionali, che la bambocciona Europa evita di assumersi.
Gianpaolo Rossini
(Università di Bologna)
Di positivo c’è che la rigida posizione tedesca risulta ammorbidita e si intravvede qualche apertura grazie alle pressioni di Italia, Spagna e Francia. La prima novità riguarda la possibilità conferita al Fondo europeo salva Stati di acquistare sui mercati secondari (fuori asta) e primari (in asta) titoli di Stato dei paesi che, pur avendo seguito le ricette europee, soffrono di spread eccessivi. Il Fondo è dotato di circa 500 miliardi di euro conferiti dai membri di eurolandia, compresi quelli in difficoltà. Ha già impegnato un quinto delle risorse per le banche spagnole e possiede una potenza di fuoco residua di 400 miliardi. L’ESM (European Stability Mechanism) entrerà in funzione tra poco al posto del Fondo ereditandone la dotazione.
Previsto per luglio 2013, ne è stata anticipata l’entrata in funzione dal Consiglio del 9 dicembre 2011 per all’aggravarsi della crisi. Avrà in seguito una dotazione di capitale di 700 miliardi di euro con fondi da tutti i paesi euro nelle proporzioni in cui partecipano al capitale BCE. L’Italia metterà circa 125 miliardi (circa il 8% del Pil). I conferimenti, alla pari di quelli al FMI, non andranno contabilizzati nel debito pubblico in quanto attività finanziarie. Contribuiranno al debito lordo ma non a quello netto, a differenza di altre attività dei paesi cui non viene, testardamente, accordato questo status (diversamente da quanto avviene negli Usa).
In ogni caso dovremo cominciare a raccogliere una somma non di poco conto. L’ESM potrà fare quello che la BCE ha fatto in maniera sporadica e timidamente perché non ama sporcarsi le mani, che in Europa si vogliono immacolate. In sostanza con l’intervento dell’ESM potranno essere usate nostre e altrui (vedremo) risorse per ridurre i nostri spread. Il pallino della decisione su quando e come intervenire però non l’abbiamo noi ma l’esecutivo dell’ESM e la BCE. Certo, l’ESM potrà anche finanziarsi sul mercato emettendo titoli. Ma gli interrogativi non mancano perché potrebbe essere preso di mira dalle agenzie di rating.
Non dimentichiamo che nel 2010, di fronte all’insistenza di alcuni paesi di eurolandia di emettere eurobond, un comunicato di Moodys gelò facili entusiasmi affermando che la valutazione di merito dei titoli europei sarebbe stata quella del paese a più basso rating. Una vera dichiarazione di guerra, non suffragata da analisi finanziaria del rischio di un titolo emesso congiuntamente da più agenti, che non è mai quello del più rischioso bensì una media ponderata dei due. Una dichiarazione che suscitò indelebili paure tedesche verso gli eurobond. Un aspetto apparentemente positivo dell’ESM è che non sarà creditore privilegiato.
Ma questo significa che le agenzie di rating lo potranno impallinare come e quando vorranno, rendendone il funzionamento problematico. Speriamo solo che non lo facciano. Il secondo punto di rilievo approvato il 29 giugno riguarda l’unione bancaria con il trasferimento della vigilanza alla BCE. La quale introdurrà omogeneità nella vigilanza bancaria, anche a prezzo di qualche aggravio burocratico. La BCE è comunque una banca federale, aggregazione di banche centrali nazionali (BCN). Trasferirle la vigilanza significa o che a Francoforte non si fidano delle BCN o che le cose non cambieranno. Nel secondo caso possiamo concedere un po’ alla retorica. Nel primo si sente odore di conflitti tra BCN e BCE. Speriamo solo che questo non accada perché il l’euro ne soffrirebbe.
Molto avrebbe giovato al sistema bancario europeo un fondo europeo di garanzia dei depositi, del quale si è discusso ma invano. Il fondo avrebbe tagliato alla radice le ragioni di buona parte delle fughe di capitali che devastano Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Cipro indebolendo il sistema bancario tutto riflettendosi in squilibri monetari insopportabili per i paesi che già soffrono spread altissimi. Oggi purtroppo abbiamo una sovrabbondanza di liquidità scandalosa in Germania, Olanda e Lussemburgo, i quali finiranno per investire troppo e male. Come al solito l’Europa si rivela arcigna sorvegliante, attenta a sanzioni e regole scritte e applicate sempre in modo un po’ asimmetrica, riluttante a salvare ancorchè a caro prezzo paesi in difficoltà non sempre per colpe loro.
Propositi, come quello della cosiddetta unione di bilancio, sono poi emersi dal vertice. Per questo commissione, eurogruppo e BCE sono incaricati di fare proposte entro fine 2012. Dovranno essere discusse in una Europa divisa non solo tra virtuosi e viziosi ma anche tra accidiosi (Inghilterra, Svezia e Danimarca) e attivisti, i quali a loro volta hanno idee diverse sulle future istituzioni comuni. Di tangibile è comunque giunta una ricapitalizzazione della BEI e il via libera all’emissione di bond per progetti infrastrutturali che potrebbero mobilizzare oltre un centinaio di miliardi. Si tratta di misure in cantiere solo dal 2013, quando i paesi in maggiore difficoltà saranno (sperabilmente) usciti dalla fase più acuta della crisi.
Per ora il risultato chiave dal vertice è la possibilità dell’ESM di intervenire sugli spread. E’ un contributo che l’ESM dà anche con i soldi dei paesi in panne. È difficile capire il ritorno netto che paesi come l’Italia ricavano da questo. Certo l’effetto di annuncio ha prodotto qualche risultato positivo. Ma al di là dell’enfasi europeistica i conti con l’Europa sono sempre difficili e poco sostenibili politicamente. Se poi aggiungiamo che basta un po’ di fanfara mediatica per spingere il cambio dell’euro mettendo di nuovo il fiatone a molte imprese il quadro non migliora molto. Sia la Germania che la BCE seguitano a non accorgersi che l’euro è valuta internazionale e che questo ruolo comporta responsabilità politiche ed economiche internazionali, che la bambocciona Europa evita di assumersi.
Gianpaolo Rossini
(Università di Bologna)
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