Economia / Istituzioni
Michele Marchi - 02/07/2012
Il vertice della “venticinquesima ora”

Commento
 
     Giunti al vertice della “venticinquesima ora”, i principali leader dell’Ue sembrano aver trovato quello scatto di orgoglio che potrebbe significare qualcosa di molto importante sia per l’immediata sopravvivenza dell’area euro, sia per l’approfondimento futuro del processo di integrazione. La risposta positiva delle borse non significa certo che l’euro sia definitivamente fuori pericolo. Così come dal comunicato finale del Consiglio europeo di Bruxelles del 28-29 giugno non escono automaticamente unione bancaria, fiscale e politica, cioè gli sviluppi che garantirebbero un saldo futuro all’Ue ed in particolare all’eurozona. E’ certo però che la strada imboccata pare finalmente quella giusta.

     Dunque ancor più dei singoli provvedimenti è il significato “politico” del vertice ad essere decisivo. E importante sarà verificare se e quanto si sia delineato un nuovo quadro di alleanze e rapporti di forza nell’Ue. Prima di tutto una breve riflessione sui cinque principali risultati del vertice. Dalla maratona notturna di Bruxelles escono rafforzati la BCE e il suo presidente Mario Draghi. L’Eurotower è sempre più centrale nella strategia anticrisi. In secondo luogo il Fondo salva Stati, come richiesto dal Primo ministro spagnolo, verrà massicciamente in soccorso alle banche iberiche e questo dovrebbe significare maggiore tranquillità sui mercati. In terzo luogo, grazie all’intervento di Mario Monti, partirà il cosiddetto “scudo anti-spread”.

     Per gli Stati che rispettano le indicazioni specifiche di Bruxelles, il Fondo salva Stati potrà intervenire acquistando titoli pubblici e di conseguenza abbasserà il differenziale con i bund tedeschi. Al di là dell’importanza finanziaria del provvedimento, il passaggio ha un decisivo significato politico. Tra le righe infatti è messo nero su bianco che il rischio euro non è un problema di questo o quel Paese ma di tutti i Paesi che appartengono all’eurozona. Più esplicitamente se lo spread è alto questo avviene solo in parte perché il nostro Paese ha un elevato debito pubblico. Gli alti tassi per finanziare il debito italiano sono anche dovuti al fatto che i mercati scommettono sulla debolezza generale dell’euro.

     Ottenendo il patto anti-spread Monti ha implicitamente spinto Merkel ad accettare questo principio. Quarto risultato i 120 miliardi per la crescita e l’avvio dei project bond, titoli europei emessi per finanziare progetti infrastrutturali. Infine i “quattro presidenti” (Van Rompuy, Barroso, Juncker e Draghi) hanno introdotto una road map che entro dicembre dovrà delineare i contorni definitivi dell’integrazione economica. Ebbene questi importanti risultati, che in larga parte e soprattutto per quanto riguarda Fondo salva Stati per le banche spagnole e scudo anti-spread dovranno essere ratificati dalla riunione dell’Eurogruppo del 9 luglio prossimo, sono emersi dopo una lunga notte di trattative, descritta dai principali media come la disfatta di Merkel e il successo del “fronte del Sud”, incarnato dalla coppia Monti-Rajoy, sostenuta dal francese Hollande.

     In realtà gli eventi si sono forse svolti in maniera allo stesso tempo più semplice e più complessa di come li si è voluti descrivere. Innanzitutto è prematuro parlare di un asse tra i due principali Paesi mediterranei, sostenuto dal nuovo inquilino dell’Eliseo. Rajoy e Monti sono accomunati, per ragioni diverse, da una complessa situazione politica interna. Avevano bisogno di un successo europeo prima di tutto da spendere in chiave politica interna (lo spagnolo per procedere con le sue riforme “lacrime e sangue” e l’italiano per tentare di scongiurare il voto in autunno). Di conseguenza si sono uniti per ottenere il massimo dal vertice, sfruttando peraltro l’autorevolezza “tecnica” che Monti può senza alcun dubbio vantare visto il suo decennio trascorso a Bruxelles.

     Secondo elemento: Hollande abbandona l’asse franco-tedesco e si prepara a costituire una sorta di troika latina? Anche su questo punto la prudenza è d’obbligo. Nel senso che Hollande non può essere considerato il vincitore del vertice di Bruxelles. Aveva assoluta necessità che nel comunicato finale fosse contemplata la parola “crescita”, sia perché su questo termine ha costruito una parte consistente del suo successo elettorale, sia perché solo in questo modo avrà la gauche francese compatta nella ratifica del trattato sulla disciplina di bilancio. Non dimentichiamo però che ventiquattr’ore prima dell’apertura del vertice di Bruxelles Merkel era all’Eliseo. Questo significa che l’asse franco-tedesco vive e domina in Europa?

     Questo significa che l’asse franco-tedesco, così come concepito all’epoca di de Gaulle-Adenauer, Giscard-Schmidt e Mitterrand-Kohl è materia per gli storici perlomeno dai primi anni successivi alla riunificazione tedesca. Se però al peso della storia si unisce il persistente “nanismo politico” della Germania, si può affermare che Parigi ha tuttora buone carte per pesare nelle dinamiche europee accanto ad un alleato, Berlino, che la sovrasta nettamente da un punto di vista economico. Infine Berlino e l’immagine della Merkel battuta su tutta la linea (anche calcistica…). Senza dubbio sono uscite sconfitte la rigidità di Merkel e la sua incapacità, oramai conclamata, di andare oltre la logica del breve periodo e dell’elezione, magari locale, nella quale il suo partito si trova in difficoltà.

     Forse questo aiuterà Merkel a riflettere, anche se c’è da dubitare che il “mestiere” di statista si possa imparare dopo così tanti anni di carriera politica alle spalle. Non è solo negativo però il bilancio del suo vertice. Il ruolo oramai preponderante della BCE è infatti il primo passo per quell’unione bancaria e fiscale che Berlino reclama, giustamente, da anni. Insomma un’importante boccata d’ossigeno e molte prospettive per il futuro. Questi i principali segnali del vertice di Bruxelles oltre, naturalmente, alla conferma che se l’Unione riuscirà a consolidarsi nel suo secondo cinquantennio di vita lo farà seguendo una logica intergovernativa e non certamente comunitaria.

     Presidente del Consiglio e della Commissione hanno svolto hanno svolto il ruolo di comparse. Ma non bisogna forse disperare. L’esito paradossale di questo complicato percorso potrebbe essere che, proprio dalle difficoltà “nazionali” di alcuni leader, scaturisca il loro desiderio di accelerare verso un’Europa maggiormente sovranazionale.

Michele Marchi
(Università di Bologna)