Elezioni / Referendum
Michele Marchi - 19/06/2012
Il voto di Atene e il futuro dell’asse franco-tedesco

Commento
 
     Per forza di cose in Francia l’esito del voto greco del 17 giugno è stato in larga parte oscurato dall’analisi del secondo turno delle elezioni legislative. La vittoria socialista offre a François Hollande tutti gli strumenti non solo per riformare il Paese, ma anche per svolgere, almeno in teoria, un ruolo di primo piano nel tentativo di risolvere la crisi dell’area euro. Ecco allora che voto francese e voto greco sono stati interpretati come una “comune boccata d’ossigeno”, come una “doppia iniezione di fiducia” in vista del prossimo decisivo vertice europeo di fine giugno. Il successo dei conservatori ed europeisti greci di Nuova Democrazia è un importante atout per Hollande, che tra i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’area euro è quello con la legittimità elettorale più salda e più recente.

     Egli peraltro può contare sull’impianto istituzionale semipresidenziale, che offre possibilità e autonomia all’inquilino dell’Eliseo così come accade in pochi altri sistemi. Senza dubbio l’ipotesi che il leader di Nuova Democrazia Samaras riesca, magari con l’appoggio dei deputati del Pasok, a dare vita ad un governo di unità nazionale pronto ad accettare il piano di salvataggio della troika ha fatto tirare un momentaneo “sospiro di sollievo” a tutto il comparto bancario francese. Non bisogna dimenticare che, nonostante negli ultimi mesi ci siano stati numerosi tentativi di sganciamento, l’esposizione francese rispetto al debito pubblico greco è la principale tra i Paesi europei. Si parla di circa 35 miliardi di euro, suddivisi per tre quarti con esposizione delle banche e per un quarto debito pubblico detenuto dallo Stato.

     Di fronte a questo scenario, anche se alcuni commentatori non hanno lesinato critiche nei confronti di Samaras, convertitosi troppo rapidamente dal nazionalismo più accentuato (nel 2009 aveva infatti attaccato duramente Papandreu mentre negoziava i primi aiuti a Bruxelles) ad un europeismo finalizzato alla messa in opera del piano di salvataggio, l’esito del voto greco è considerato un passaggio decisivo, ancora più del recente referendum irlandese. Come hanno fatto i mercati che, dopo aperture positive, hanno virato ben presto in negativo, anche da Parigi sembrano convinti che il voto greco non basti. Nel senso che l’esito del voto greco è solo un punto di partenza, ma per la svolta tutto è rimandato al Consiglio europeo di Bruxelles del 28-29 giugno prossimi.

     E in particolare questo vertice potrà essere un successo, anche parziale, soltanto se Parigi e Berlino decideranno realmente di prendere in mano la situazione. Questo implica prima di tutto chiudere ogni contenzioso polemico sul modello di quello delle ultime settimane. Archiviare le dichiarazioni di Merkel rivolte al Primo ministro Ayrault, accusato di essere portatore di una visione “semplicistica”. Ma allo stesso tempo evitare le “scivolate” come quella di Montebourg che ha parlato di recente, a proposito di Merkel, di “cecità ideologica”. In secondo luogo chiuse le parentesi elettorali francese e greca, Parigi e Berlino dovrebbero abbandonare le rispettive visioni manichee sull’alleato.

     Merkel dovrebbe accettare che Hollande desidera realmente prendere le distanze dal rigorismo di Sarkozy e proporre una sua alternativa via allo sviluppo. D’altra parte all’Eliseo dovrebbero smettere di credere che Merkel sia isolata in patria e prendere al contrario atto che nulla si potrà modificare a livello europeo senza il via libera di Berlino. In definitiva Parigi e Berlino dovranno chiarire le loro ricette per il futuro dell’area euro e dell’Unione, per poi cercare una complicata, ma indispensabile, sintesi tra le due proposte. Al momento la distanza tra Hollande e Merkel sembra difficilmente colmabile. Il Pacte pour la croissance en Europe redatto di recente dagli sherpa dell’Eliseo antepone il rilancio della crescita ad ogni approfondimento dell’Unione.

     Il testo è vago sulle modalità istituzionali per rafforzare l’unione monetaria e parla di una road map da stabilire già al vertice di fine giugno ma che dovrà dispiegarsi su dieci anni. Anche se Berlino non ha ancora formalizzato il suo punto vista, il dato più importante è stato da tempo declinato: a monte di qualsiasi solidarietà finanziaria e messa in comune dei debiti pubblici deve esservi l’unione politica e di conseguenza una severa limitazione delle sovranità nazionali. Insomma Berlino accetterà la messa in comune dei debiti pubblici solo se ogni Paese potrà controllare i bilanci degli altri. La proposta di Merkel, in definitiva, è sempre la stessa della coppia Schauble-Lammers del 1994 e di Fischer del 2000: quella della Federazione europea a guida tedesca.

     Quella del 2012 sembra l’ultima chiamata: se Parigi rinuncia ancora all’unione politica, Berlino risponderà ancora “no” alla solidarietà finanziaria. Il voto greco, in questa prospettiva, è stato solo un “palliativo”, anche se indispensabile. A Bruxelles, o meglio a Parigi e a Berlino, si decideranno le sorti di Atene, ma anche di Madrid e probabilmente di Roma. La scelta è evidente, sembra affermare Berlino, la solidarietà arriverà solo in cambio di sovranità. Quella stessa sovranità nazionale che i greci, nonostante i continui passaggi elettorali, detengono solo formalmente oramai da tempo.

Michele Marchi
(Università di Bologna)