Dall'Europa
Edoardo Bressanelli - 11/06/2012L'alternativa socialista nell'Unione e il travaglio del PD

Il 17 marzo veniva presentato a Parigi il manifesto dei socialisti europei. I leader dei maggiori partiti progressisti europei si erano incontrati per sostenere Francois Hollande nella sua corsa, poi di successo, alle presidenziali francesi. A margine dell'incontro, una fotografia – presto denominata “foto di Parigi” – ritrae il futuro presidente Hollande con il leader dei social-democratici tedeschi Gabriel e il segretario del PD Bersani. Se, nella politica nazionale, è la “foto di Vasto” a creare non pochi grattacapi ai Democratici, la “foto di Parigi” ha invece riaperto il fronte delle alleanze europee. Infatti, mentre Bersani appoggiava Hollande, gli ex-popolari sostenevano la candidatura di Bayrou.
Mentre il segretario incontrava i leader dei maggiori partiti socialisti europei, alcuni parlamentari rammentavano invece come il PD sia nato per superare gli steccati delle ideologie novecentesche, ivi inclusa quella socialista. Per meglio comprendere la posta in palio, giova ricordare l’esistenza di partiti politici a livello dell'Unione, i più importanti dei quali sono il Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo (PSE). Si tratta di partiti atipici, più federazioni o reti di partiti nazionali che non partiti nel senso più tradizionale del termine. I loro 'tesserati' non sono i cittadini dell'Unione, bensì i partiti nazionali. Così, ad esempio, confluiscono nel PSE i partiti socialisti, social-democratici, laburisti e democratici dei paesi membri dell'Unione.
Tradizionalmente, agli Europartiti è stato assegnato il compito di coordinare i partiti nazionali nella redazione di un programma per le elezioni europee (o in occasione dei summit dei leader di partito che precedono i Consigli Europei). Recentemente, gli Europartiti si sono rafforzati, anche grazie ad un regime di finanziamento pubblico introdotto nel 2004 e, col Trattato di Lisbona, potranno giocare un ruolo decisivo nella scelta del Presidente della Commissione. Nell'attuale contesto di crisi, i partiti socialisti hanno avuto buon gioco nel coordinarsi, sotto l'ombrello del PSE, per criticare l'Europa dell'austerità e del rigore di “Merkozy”, proporre un’alternativa fondata su crescita, solidarietà e sviluppo e, per le prossime elezioni europee, presentare un proprio candidato alla Presidenza della
Commissione. Indubbiamente, c’è ora un certo fermento nell'attività europea dei partiti socialisti, ed il PD ne è protagonista. Ma i problemi nascono proprio qui. Infatti, i Democratici non sono membri del Partito Socialista Europeo, le cui delegazioni italiane sono rappresentate dal Partito Socialista Italiano e dai Democratici di Sinistra (sic!). Il PD non ha quindi, ancora, una 'casa' europea. Lavora 'con' il PSE, ma non 'nel' PSE. Il motivo di questa scelta lo si è già menzionato: il PD è la sintesi tra due culture politiche, quella ex-comunista e quella ex-popolare, e l'affiliazione con il 'vecchio' PSE non saprebbe esprimere questa novità. Così facendo, però, unico tra i grandi partiti europei (con l'eccezione dei Conservatori inglesi), il PD si ritrova senza una stabile collocazione in Europa.
Quali sono i costi di tale scelta, e quali le opzioni alternative? Per rispondere a questa domanda, è utile tornare al 2009 quando, all’indomani delle elezioni per il Parlamento Europeo, vennero a costituirsi i nuovi gruppi parlamentari. Prima di allora i membri del PD sedevano parte tra i banchi dei socialisti, parte tra quelli dei liberali. Ovviamente, non potendo ri-presentarsi diviso nella nuova legislatura, il PD prese in attenta considerazione tutte le opzioni alternative. Subito, però, venne abbandonata l’idea di collocarsi, almeno provvisoriamente, tra i non-allineati. Infatti, con il sistema di regole vigente nel Parlamento Europeo, si è condannati all’irrilevanza politica. Pure il tentativo di creare un nuovo gruppo politico, basato sul credo europeista dei partiti membri, venne presto scartato in quanto impraticabile.
Alla fine il PD cercò un’alleanza con il gruppo del PSE, a condizione che questo cambiasse nome, riconoscendo la specificità dei Democratici. Venne così, infine, creato un nuovo gruppo, “Socialista e Democratico”. La storia sembrerebbe ora ripetersi. Ragioni funzionali spingono il PD verso il PSE. Lì, infatti, si raggruppano tutti i principali partiti che si oppongono al blocco conservatore, alla ‘destra’ rappresentata dal Partito Popolare. E considerazioni pragmatiche, di risorse ed influenza sul policy-making comunitario, rendono il PSE ben più attraente delle alternative. Rimarrebbe quindi il problema della (in)compatibilità ideologica, ovvero della diversa identità dei Democratici. Ma esistono davvero differenze programmatiche così insormontabili?
A giudicare dal comportamento di voto dei deputati del PD, sembrerebbe di no. Nel 95% circa dei voti ad appello nominale, i Democratici votano con la maggioranza del gruppo socialista. E studi basati su altri dati, come programmi elettorali o sondaggi di esperti, mostrano una buona compatibilità. D’altra parte, che le divisioni non siano poi così marcate lo confermano la guida, da parte di Massimo D’Alema, della Fondazione per gli Studi Progressisti Europei (il think tank del PSE) e una recente dichiarazione del segretario Bersani, che si riconosce pienamente nel manifesto di Parigi. Ciononostante, le condizioni affinché il PD chieda l’adesione al PSE nel Congresso dell’ottobre prossimo non sembrano essere mature.
Ove ciò dovesse accadere, il rischio tangibile sarebbe una scissione del partito. L’alleanza parlamentare tra Socialisti e Democratici mostra, però, che formule alternative possono essere trovate. D’altra parte, se il PD ha tutto l’interesse a collaborare con gli altri partiti progressisti che, in Europa, si oppongono al blocco conservatore, il PSE ne ha altrettanto ad allargarsi verso quello che è, oggi, il principale partito italiano.
Edoardo Bressanelli
(Luiss Guido Carli)
Mentre il segretario incontrava i leader dei maggiori partiti socialisti europei, alcuni parlamentari rammentavano invece come il PD sia nato per superare gli steccati delle ideologie novecentesche, ivi inclusa quella socialista. Per meglio comprendere la posta in palio, giova ricordare l’esistenza di partiti politici a livello dell'Unione, i più importanti dei quali sono il Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo (PSE). Si tratta di partiti atipici, più federazioni o reti di partiti nazionali che non partiti nel senso più tradizionale del termine. I loro 'tesserati' non sono i cittadini dell'Unione, bensì i partiti nazionali. Così, ad esempio, confluiscono nel PSE i partiti socialisti, social-democratici, laburisti e democratici dei paesi membri dell'Unione.
Tradizionalmente, agli Europartiti è stato assegnato il compito di coordinare i partiti nazionali nella redazione di un programma per le elezioni europee (o in occasione dei summit dei leader di partito che precedono i Consigli Europei). Recentemente, gli Europartiti si sono rafforzati, anche grazie ad un regime di finanziamento pubblico introdotto nel 2004 e, col Trattato di Lisbona, potranno giocare un ruolo decisivo nella scelta del Presidente della Commissione. Nell'attuale contesto di crisi, i partiti socialisti hanno avuto buon gioco nel coordinarsi, sotto l'ombrello del PSE, per criticare l'Europa dell'austerità e del rigore di “Merkozy”, proporre un’alternativa fondata su crescita, solidarietà e sviluppo e, per le prossime elezioni europee, presentare un proprio candidato alla Presidenza della
Commissione. Indubbiamente, c’è ora un certo fermento nell'attività europea dei partiti socialisti, ed il PD ne è protagonista. Ma i problemi nascono proprio qui. Infatti, i Democratici non sono membri del Partito Socialista Europeo, le cui delegazioni italiane sono rappresentate dal Partito Socialista Italiano e dai Democratici di Sinistra (sic!). Il PD non ha quindi, ancora, una 'casa' europea. Lavora 'con' il PSE, ma non 'nel' PSE. Il motivo di questa scelta lo si è già menzionato: il PD è la sintesi tra due culture politiche, quella ex-comunista e quella ex-popolare, e l'affiliazione con il 'vecchio' PSE non saprebbe esprimere questa novità. Così facendo, però, unico tra i grandi partiti europei (con l'eccezione dei Conservatori inglesi), il PD si ritrova senza una stabile collocazione in Europa.
Quali sono i costi di tale scelta, e quali le opzioni alternative? Per rispondere a questa domanda, è utile tornare al 2009 quando, all’indomani delle elezioni per il Parlamento Europeo, vennero a costituirsi i nuovi gruppi parlamentari. Prima di allora i membri del PD sedevano parte tra i banchi dei socialisti, parte tra quelli dei liberali. Ovviamente, non potendo ri-presentarsi diviso nella nuova legislatura, il PD prese in attenta considerazione tutte le opzioni alternative. Subito, però, venne abbandonata l’idea di collocarsi, almeno provvisoriamente, tra i non-allineati. Infatti, con il sistema di regole vigente nel Parlamento Europeo, si è condannati all’irrilevanza politica. Pure il tentativo di creare un nuovo gruppo politico, basato sul credo europeista dei partiti membri, venne presto scartato in quanto impraticabile.
Alla fine il PD cercò un’alleanza con il gruppo del PSE, a condizione che questo cambiasse nome, riconoscendo la specificità dei Democratici. Venne così, infine, creato un nuovo gruppo, “Socialista e Democratico”. La storia sembrerebbe ora ripetersi. Ragioni funzionali spingono il PD verso il PSE. Lì, infatti, si raggruppano tutti i principali partiti che si oppongono al blocco conservatore, alla ‘destra’ rappresentata dal Partito Popolare. E considerazioni pragmatiche, di risorse ed influenza sul policy-making comunitario, rendono il PSE ben più attraente delle alternative. Rimarrebbe quindi il problema della (in)compatibilità ideologica, ovvero della diversa identità dei Democratici. Ma esistono davvero differenze programmatiche così insormontabili?
A giudicare dal comportamento di voto dei deputati del PD, sembrerebbe di no. Nel 95% circa dei voti ad appello nominale, i Democratici votano con la maggioranza del gruppo socialista. E studi basati su altri dati, come programmi elettorali o sondaggi di esperti, mostrano una buona compatibilità. D’altra parte, che le divisioni non siano poi così marcate lo confermano la guida, da parte di Massimo D’Alema, della Fondazione per gli Studi Progressisti Europei (il think tank del PSE) e una recente dichiarazione del segretario Bersani, che si riconosce pienamente nel manifesto di Parigi. Ciononostante, le condizioni affinché il PD chieda l’adesione al PSE nel Congresso dell’ottobre prossimo non sembrano essere mature.
Ove ciò dovesse accadere, il rischio tangibile sarebbe una scissione del partito. L’alleanza parlamentare tra Socialisti e Democratici mostra, però, che formule alternative possono essere trovate. D’altra parte, se il PD ha tutto l’interesse a collaborare con gli altri partiti progressisti che, in Europa, si oppongono al blocco conservatore, il PSE ne ha altrettanto ad allargarsi verso quello che è, oggi, il principale partito italiano.
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(Luiss Guido Carli)
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