Dal Mondo
Emiliano Alessandri - 28/05/2012Il Vertice NATO a Chicago: tutto risolto (o quasi)

Il vertice NATO di Chicago non aveva altre ambizioni di rilievo che consolidare il consenso raggiunto a Lisbona due anni fa, quando fu stilato il nuovo “concetto strategico” per l’Alleanza. In questo senso il risultato è stato raggiunto. Gli alleati hanno preso atto dei progressi compiuti verso una comune difesa missilistica, che a Lisbona era stata elevata a nuova “core mission”. I paesi NATO hanno anche resistito al possibile ritorno ad un’Alleanza concentrata esclusivamente sulla difesa territoriale – la sua ragione d’essere originaria –, sotto la pressione delle ristrettezze di bilancio che accomunano le due sponde dell’Atlantico. È stato invece ribadito, anche se con accenti diversi, che le minacce del XXI secolo richiedono una NATO capace di operare “fuori area”, come dimostrato dall’impegno in Afghanistan ma anche dalla compagna di contrasto della pirateria al largo delle coste somali.
I leader NATO, infine, hanno riaffermato l’importanza strategica (e il valore economico) dei vari partenariati di cui l’Alleanza ha fatto uso crescente in anni recenti, compreso nella conduzione delle sue operazioni militari. È spesso trascurato che la missione in Afghanistan si avvale del contributo di cinquanta paesi, e che partner regionali quali il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno contribuito risorse militari durante il recente intervento in Libia. Ma il successo del vertice nel ribadire questi orientamenti generali non ha sgombrato il campo da alcune incertezze che continuano a gravare sul futuro dell’Alleanza. La questione non è, come pensano alcuni, se la NATO abbia un futuro. La sua capacità di adattamento dalla fine della Guerra fredda in poi pare in sé offrire una garanzia di evoluzione.
Semmai, il nodo è se gli alleati saranno in grado di trovare la necessaria convergenza per offrire alla NATO qualcosa in più che la mera sopravvivenza. Un problema spinoso affrontato a Chicago è stato quello delle risorse, che sono diventate più scarse sia negli Stati Uniti sia nell’Europa stretta nella morsa della crisi. La soluzione su cui si punta è quella della “difesa intelligente”, che in pratica significa razionalizzare evitando sprechi e ridondanze. Nel caso migliore, questo processo di riforma porterà a livelli maggiori di integrazione militare. Nel contesto europeo, è difficile scongiurare una riduzione delle capacità difensive se non attraverso una maggiore specializzazione a livello di paese e una progressiva condivisione di risorse e sistemi d’arma. Ma attendersi un percorso lineare verso questo obiettivo sarebbe un’illusione.
Anche nell’attuale contesto di crisi, i paesi NATO rimangono gelosi delle proprie prerogative e sono restii a snellire in modo drastico le rispettive burocrazie militari. Inoltre, le considerazioni di spesa militare continueranno a essere influenzate non solo dallo stato delle economie, ma da culture di sicurezza che continuano a differire. Nonostante l’instabilità che caratterizza la sponda sud del Mediterraneo e lo spazio post-sovietico, gli europei sembrano nel complesso meno preoccupati che gli alleati americani di minacce dirette alla propria sicurezza, e dunque anche meno inclini a investire nella difesa. Il caso estremo continua a essere la Germania, che dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale pare non essersi riconciliata con l’idea che alla prestazione economica corrisponda un simile livello di forza militare.
Ora gli americani chiedono proprio ciò che fu per lungo tempo anatema: che Berlino torni a essere una potenza. Ma per ora la risposta è stata evasiva. Così come per il futuro della governance europea, il rischio pare essere quello di una leadership tedesca incerta, non una troppo forte. Sul vertice di Chicago gravava anche l’ombra dell’Afghanistan. Gli spiragli per un successo si sono ridotti col passare del tempo. La decisione presa già da tempo di trasferire la responsabilità per la difesa all’esercito afgano nel 2014 sarà rispettata, ma con quale garanzia che questo si accompagni ad una reale stabilità sul campo resta da vedersi. In ogni caso, la missione ha messo in luce i limiti della cooperazione transatlantica. I governi europei non sembra siano mai riusciti a convincere se stessi e i propri cittadini della necessità dell’impegno militare.
Come dimostrato dall’atteggiamento del nuovo presidente francese – che unilateralmente ha deciso il ritiro delle forze combattenti già da quest’anno – il loro ruolo è ora residuale dopo essere stato marginale, perlomeno a livello di indirizzo strategico, nel decennio scorso. Solo fino a un paio di anni fa si diceva che il futuro della NATO si sarebbe giocato in Afghanistan. È oggi ancora più chiaro di allora che era sbagliato vedere la questione in questi termini. La NATO supererà questa ed altre sfide. Ma in assenza di un reale allineamento nella definizione delle priorità strategiche nel nuovo secolo, sarà difficile non vederla come mera sopravvivenza.
Emiliano Alessandri
(Senior Transatlantic Fellow al German Marshall Fund, Washington)
I leader NATO, infine, hanno riaffermato l’importanza strategica (e il valore economico) dei vari partenariati di cui l’Alleanza ha fatto uso crescente in anni recenti, compreso nella conduzione delle sue operazioni militari. È spesso trascurato che la missione in Afghanistan si avvale del contributo di cinquanta paesi, e che partner regionali quali il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno contribuito risorse militari durante il recente intervento in Libia. Ma il successo del vertice nel ribadire questi orientamenti generali non ha sgombrato il campo da alcune incertezze che continuano a gravare sul futuro dell’Alleanza. La questione non è, come pensano alcuni, se la NATO abbia un futuro. La sua capacità di adattamento dalla fine della Guerra fredda in poi pare in sé offrire una garanzia di evoluzione.
Semmai, il nodo è se gli alleati saranno in grado di trovare la necessaria convergenza per offrire alla NATO qualcosa in più che la mera sopravvivenza. Un problema spinoso affrontato a Chicago è stato quello delle risorse, che sono diventate più scarse sia negli Stati Uniti sia nell’Europa stretta nella morsa della crisi. La soluzione su cui si punta è quella della “difesa intelligente”, che in pratica significa razionalizzare evitando sprechi e ridondanze. Nel caso migliore, questo processo di riforma porterà a livelli maggiori di integrazione militare. Nel contesto europeo, è difficile scongiurare una riduzione delle capacità difensive se non attraverso una maggiore specializzazione a livello di paese e una progressiva condivisione di risorse e sistemi d’arma. Ma attendersi un percorso lineare verso questo obiettivo sarebbe un’illusione.
Anche nell’attuale contesto di crisi, i paesi NATO rimangono gelosi delle proprie prerogative e sono restii a snellire in modo drastico le rispettive burocrazie militari. Inoltre, le considerazioni di spesa militare continueranno a essere influenzate non solo dallo stato delle economie, ma da culture di sicurezza che continuano a differire. Nonostante l’instabilità che caratterizza la sponda sud del Mediterraneo e lo spazio post-sovietico, gli europei sembrano nel complesso meno preoccupati che gli alleati americani di minacce dirette alla propria sicurezza, e dunque anche meno inclini a investire nella difesa. Il caso estremo continua a essere la Germania, che dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale pare non essersi riconciliata con l’idea che alla prestazione economica corrisponda un simile livello di forza militare.
Ora gli americani chiedono proprio ciò che fu per lungo tempo anatema: che Berlino torni a essere una potenza. Ma per ora la risposta è stata evasiva. Così come per il futuro della governance europea, il rischio pare essere quello di una leadership tedesca incerta, non una troppo forte. Sul vertice di Chicago gravava anche l’ombra dell’Afghanistan. Gli spiragli per un successo si sono ridotti col passare del tempo. La decisione presa già da tempo di trasferire la responsabilità per la difesa all’esercito afgano nel 2014 sarà rispettata, ma con quale garanzia che questo si accompagni ad una reale stabilità sul campo resta da vedersi. In ogni caso, la missione ha messo in luce i limiti della cooperazione transatlantica. I governi europei non sembra siano mai riusciti a convincere se stessi e i propri cittadini della necessità dell’impegno militare.
Come dimostrato dall’atteggiamento del nuovo presidente francese – che unilateralmente ha deciso il ritiro delle forze combattenti già da quest’anno – il loro ruolo è ora residuale dopo essere stato marginale, perlomeno a livello di indirizzo strategico, nel decennio scorso. Solo fino a un paio di anni fa si diceva che il futuro della NATO si sarebbe giocato in Afghanistan. È oggi ancora più chiaro di allora che era sbagliato vedere la questione in questi termini. La NATO supererà questa ed altre sfide. Ma in assenza di un reale allineamento nella definizione delle priorità strategiche nel nuovo secolo, sarà difficile non vederla come mera sopravvivenza.
Emiliano Alessandri
(Senior Transatlantic Fellow al German Marshall Fund, Washington)
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