Elezioni / Referendum
Gianfranco Baldini - 26/01/2012
La Croazia dice sì, senza entusiasmo

Commento
 
In questi tempi di crisi, e alla vigilia delle discussioni sull’accordo fiscale, al referendum croato di accesso nell’Unione europea non è stata dedicata molta attenzione. Che significato ha il 66% di sì, con però una partecipazione inferiore al 50%? Ancora presto per risposte definitive, ma alcune considerazioni si possono fare. La Croazia vive oggi una crisi economica paragonabile a quella dell’eurozona. Alta disoccupazione, crescita scarsa o nulla. In più ha problemi molto diffusi sulle due sponde dell’Adriatico: corruzione, scandali, scarsa credibilità della classe politica. Alle elezioni di un mese e mezzo fa ha vinto la coalizione di centro-sinistra che ha voluto “dare la sveglia”, con il Kukuriku, ovvero il canto del gallo che dà il nome al ristorante dove venne firmato l’accordo tra i leader oggi al governo, capitanato dal socialdemocratico Goran Milanović. Il paese ha appena festeggiato i 20 anni di indipendenza. Ma la memoria delle guerre rimane viva, e l’Unione Europea ha faticato, soprattutto tra i giovani, a proporsi come prospettiva attraente per il futuro. Il percorso di adesione – che necessita ancora delle ratifiche dei 27 per arrivare al traguardo – è stato relativamente veloce, anche se non privo di ostacoli, in buona parte legati a questioni territoriali (confini contesi) e alla collaborazione del governo nella ricerca dei criminali di guerra, oltre che alla corruzione e al rispetto dei diritti delle minoranze. Da mesi i sondaggi prevedevano un margine ristretto a favore del Sì. L’unica eccezione, nell’aprile 2011, si era registrata dopo la notizia della condanna a 24 anni da parte del Tribunale sulla ex Jugoslavia al generale dell’esercito croato, Ante Gotovina. Il tema è tutt’altro che chiuso: tanti croati ritengono Gotovina un eroe dell’indipendenza e molte ferite del conflitto etnico non sono ancora rimarginate. Da diversi anni, come nel resto d’Europa, l’ostilità verso l’Ue viene veicolata da due versanti ormai classici dell’euroscetticismo: il timore dell’immigrazione e quello del liberismo, conditi con l’ostilità verso l’eccessiva “invadenza” di Bruxelles su tanti aspetti della vita quotidiana. Per la verità l’arco partitico ha sostenuto quasi compattamente il sì, con la sparuta eccezione di un piccolo partito di destra nazionalista. Il No è stato difeso da movimenti estremi fuori dal parlamento. La geografia del voto non è semplicissima da interpretare. Il Sì, al 66,7%, ha prevalso in tutte le aree del paese, risultando minoritario in soli 18 comuni su 556. È interessante notare come questi ultimi siano soprattutto concentrati nel sud del paese, in particolare nelle aree vicine a Spalato e Dubrovnik. Resta da vedere se ciò sia dovuto al fatto che in quella zona il nazionalismo trova più proseliti. Oppure al fatto che il partito di centro-destra sconfitto alle ultime elezioni lo HDZ (il partito predominante in Croazia, che ha governato per oltre 15 anni, prima della cocente sconfitta del dicembre scorso) è anch’esso particolarmente forte in questa zona del paese. Pur essendo la forza che ha di fatto guidato gran parte del negoziato di accesso, il suo elettorato potrebbe aver votato in chiave anti-governativa. Infine può anche aver inciso la ricchezza e la forte diffusione del turismo nella zona. Un’area che forse teme che l’ingresso nell’Ue coincida con la libera circolazione delle persone – e quindi maggiore immigrazione, in quel caso dai confini meridionali – forse ignorando il fatto che occorre che il paese venga ammesso nell’area di Schengen, il cui accesso è stato proprio pochi mesi fa negato agli ultimi due paesi entrati nell’Ue, cioè Bulgaria e Romania. Sullo sfondo ha agito da freno il clima di ormai cronica instabilità dell’area euro, e la prospettiva che la moneta unica – oggi tutt’altro che popolare – dovrà essere adottata anche da Zagabria. In questo contesto sembra però paradossale che a far notizia sia lo scarso livello di partecipazione, ferma al 43,5%. Molti osservatori hanno notato che si tratta del record di astensionismo in questo tipo di consultazione. Ma non si può dimenticare che il contesto rispetto al grande allargamento del 2004 è profondamente cambiato. Inoltre, visto che molti sondaggi della vigilia davano il Sì al 55-60% l’argomento per cui i contrari non sarebbero andati a votare perché l’esito era scontato ha scarsa presa. È vero che i due terzi di Sì, con quel livello di partecipazione, significano che concretamente meno di un croato su tre si è pronunciato a favore, ma in fondo si tratta di valori simili a quelli dei referendum degli altri paesi dell’Est, entrati quando l’Ue ancora procedeva di buon passo. Oggi il 43,5% di partecipazione dovrebbe far vedere il bicchiere più mezzo pieno che mezzo vuoto. In fondo è la stessa percentuale con la quale gli elettori dell’Ue a 27 sono andati alle urne per le ultime elezioni del parlamento europeo. E ben superiore a quella con cui i cittadini di tutti i paesi della zona, dalla Slovenia alla Bulgaria, su fino alla Polonia, allora votarono per i propri rappresentanti. Ora la speranza – o il timore, per gli euroscettici – è che si inneschi a pieno l’effetto domino. Che la Croazia diventi cioè il primo passaggio del completamento dell’allargamento ai Balcani, tema sul quale l’Unione europea dovrà tornare già a marzo. La Serbia si aspetta che le venga accordato lo status di candidato all’ingresso, concesso lo scorso anno al Montenegro e invece negato a Belgrado per la scarsa collaborazione con il citato Tribunale sull’ex Jugoslavia e per la questione del Kosovo. Certo occorrerà vigilare attentamente. Nelle società balcaniche corruzione, criminalità e clientelismo sono ancora molto diffusi e Bruxelles non può chiudere gli occhi su questi aspetti, come in parte fece nel precedente allargamento. Il capitale di fiducia nei confronti dell’Ue si sta continuamente erodendo. Per questo, mai come in questo periodo è necessario avere accordi chiari e mantenerli da tutte le parti. 

Gianfranco Baldini 
(Università di Bologna)