Elezioni / Referendum
Mario Del Pero - 03/05/2012Gli Stati Uniti e le presidenziali in Francia

Negli Stati Uniti, l’attenzione pubblica e politica verso le elezioni francesi è stata assai limitata. Ciò è in parte inevitabile per un paese quasi sempre disattento nei confronti delle vicende altrui, in particolare quelle europee. Ed è ancor più comprensibile in questo particolare snodo storico: in un anno elettorale per gli stessi Stati Uniti, con le attenzioni dei media e del mondo politico assorbite dalla sfida tra Obama e Romney e dal complicato tentativo di uscire dalla crisi economica post-2008. Come si osservano, quindi, le presidenziali francesi negli Stati Uniti e attraverso quali prismi si legge, e talora deforma, il processo che porterà all’elezione di un nuovo presidente francese? Almeno tre risposte possono essere offerte.
La prima – la più scontata – è che le vicende francesi sono quasi automaticamente inserite nel più ampio contesto europeo e, per il tramite di questo, collegate agli Stati Uniti e ai loro interessi. Anche nella valutazione e discussione delle elezioni francesi agisce la consapevolezza che le difficoltà dell’Europa possono avere riverberi ben più ampi, finendo per danneggiare la fragile e balbettante ripresa statunitense. Da più parti, anche politicamente non sospette, si è chiesto all’Europa di abbandonare la linea dell’austerity a favore dell’adozione di misure più coraggiose e incisive a sostegno della crescita. L’ultimo è stato Lawrence Summers, l’ex Segretario del Tesoro di Clinton e consigliere di Obama, in un recente editoriale sul Washington Post.
Figura affatto statalista o keynesiana, Summers ha sollecitato l’Europa a mettere da parte dogmi rigoristi per concentrarsi su politiche di sostegno alla crescita, alle quali dovrebbe oggi essere vincolato qualsiasi ulteriore aiuto da parte del Fondo Monetario Internazionale. Da questa prospettiva si spera quindi che le elezioni producano una Francia maggiormente in grado di bilanciare la Germania e di temperarne l’austero e rigido rigorismo. E questo ci porta al secondo elemento, spesso presente nella discussione statunitense sulle elezioni francesi. A dispetto del suo ostentato impegno atlantista e del ruolo cruciale svolto nella crisi libica, Sarkozy piace poco oltreoceano. Insospettiscono, e talora disturbano, le sue velleità neo-golliste, il suo protagonismo internazionale, giudicato velleitario e talora grossolano, il suo ruolo ancillare e subalterno alla linea Merkel.
Se possibile, però, Hollande piace ancor meno. Del candidato socialista sorprende (e risulta talora del tutto incomprensibile) la radicalità del discorso politico, il ritorno di toni anti-atlantici, un radicalismo economico che si manifesta soprattutto in materia fiscale e previdenziale. Uno dei più acuti commentatori politici statunitensi, Ezra Klein, si è esplicitamente interrogato sul radicalismo di una retorica e di un discorso politico che negli Usa rimangono difficili da capire e spiegare. Per molto meno, ha sottolineato Klein, Obama è stato costretto sulla difensiva e accusato di vetero-socialismo. Sullo sfondo resta un elemento che alimenta le perplessità statunitensi e, paradossalmente, accomuna Hollande e Sarkozy: la convinzione che essi esprimano, in forme e con contenuti diversi, un comune nazionalismo francese, inevitabilmente ostile agli Stati Uniti e alla loro leadership internazionale.
Il paradosso, in altre parole, è che se misurati sulla base della loro immagine negli Usa i due candidati presidenziali appaiono più simili che diversi, e la loro “francesità” diventa comune denominatore più forte delle loro diversità politiche. Diversamente dall’Europa, negli Stati Uniti non si assiste pertanto a un processo di schieramento, politicamente orientato, verso l’uno o l’altro candidato. Non abbiamo i democratici pro-Hollande o i repubblicani pro-Sarkozy. Schierarsi rispetto a un elezioni francese (e al fianco di un candidato francese) sarebbe anzi politicamente letale. E questo ci porta al terzo e ultimo punto: il timore che il caso francese possa preludere a una qualche frammentazione dell’Europa e della sua unità, che solo qualche esponente della destra repubblicana può auspicare e invocare.
Le primarie repubblicane hanno mostrato un certo qual compiacimento verso le difficoltà dell’Europa, usate retoricamente contro Obama e la sua presunta intenzione di “europeizzare” gli Stati Uniti. Si tratta di polemiche grossolane, che fanno leva su un anti-europeismo dalla lunga tradizione e ancor oggi radicato in una parte dell’elettorato di destra. Nondimeno, nessun commentatore serio auspica una disunione dell’Europa e una crisi dell’euro e della UE che avrebbe ripercussioni devastanti per gli stessi Stati Uniti. Disattento, superficiale, stereotipato, spesso sconcertato, è questo lo sguardo che l’America – un’America ormai tutta concentrata sul suo voto di novembre – ha dedicato e dedica alle elezioni francesi.
Mario Del Pero
(Università di Bologna)
La prima – la più scontata – è che le vicende francesi sono quasi automaticamente inserite nel più ampio contesto europeo e, per il tramite di questo, collegate agli Stati Uniti e ai loro interessi. Anche nella valutazione e discussione delle elezioni francesi agisce la consapevolezza che le difficoltà dell’Europa possono avere riverberi ben più ampi, finendo per danneggiare la fragile e balbettante ripresa statunitense. Da più parti, anche politicamente non sospette, si è chiesto all’Europa di abbandonare la linea dell’austerity a favore dell’adozione di misure più coraggiose e incisive a sostegno della crescita. L’ultimo è stato Lawrence Summers, l’ex Segretario del Tesoro di Clinton e consigliere di Obama, in un recente editoriale sul Washington Post.
Figura affatto statalista o keynesiana, Summers ha sollecitato l’Europa a mettere da parte dogmi rigoristi per concentrarsi su politiche di sostegno alla crescita, alle quali dovrebbe oggi essere vincolato qualsiasi ulteriore aiuto da parte del Fondo Monetario Internazionale. Da questa prospettiva si spera quindi che le elezioni producano una Francia maggiormente in grado di bilanciare la Germania e di temperarne l’austero e rigido rigorismo. E questo ci porta al secondo elemento, spesso presente nella discussione statunitense sulle elezioni francesi. A dispetto del suo ostentato impegno atlantista e del ruolo cruciale svolto nella crisi libica, Sarkozy piace poco oltreoceano. Insospettiscono, e talora disturbano, le sue velleità neo-golliste, il suo protagonismo internazionale, giudicato velleitario e talora grossolano, il suo ruolo ancillare e subalterno alla linea Merkel.
Se possibile, però, Hollande piace ancor meno. Del candidato socialista sorprende (e risulta talora del tutto incomprensibile) la radicalità del discorso politico, il ritorno di toni anti-atlantici, un radicalismo economico che si manifesta soprattutto in materia fiscale e previdenziale. Uno dei più acuti commentatori politici statunitensi, Ezra Klein, si è esplicitamente interrogato sul radicalismo di una retorica e di un discorso politico che negli Usa rimangono difficili da capire e spiegare. Per molto meno, ha sottolineato Klein, Obama è stato costretto sulla difensiva e accusato di vetero-socialismo. Sullo sfondo resta un elemento che alimenta le perplessità statunitensi e, paradossalmente, accomuna Hollande e Sarkozy: la convinzione che essi esprimano, in forme e con contenuti diversi, un comune nazionalismo francese, inevitabilmente ostile agli Stati Uniti e alla loro leadership internazionale.
Il paradosso, in altre parole, è che se misurati sulla base della loro immagine negli Usa i due candidati presidenziali appaiono più simili che diversi, e la loro “francesità” diventa comune denominatore più forte delle loro diversità politiche. Diversamente dall’Europa, negli Stati Uniti non si assiste pertanto a un processo di schieramento, politicamente orientato, verso l’uno o l’altro candidato. Non abbiamo i democratici pro-Hollande o i repubblicani pro-Sarkozy. Schierarsi rispetto a un elezioni francese (e al fianco di un candidato francese) sarebbe anzi politicamente letale. E questo ci porta al terzo e ultimo punto: il timore che il caso francese possa preludere a una qualche frammentazione dell’Europa e della sua unità, che solo qualche esponente della destra repubblicana può auspicare e invocare.
Le primarie repubblicane hanno mostrato un certo qual compiacimento verso le difficoltà dell’Europa, usate retoricamente contro Obama e la sua presunta intenzione di “europeizzare” gli Stati Uniti. Si tratta di polemiche grossolane, che fanno leva su un anti-europeismo dalla lunga tradizione e ancor oggi radicato in una parte dell’elettorato di destra. Nondimeno, nessun commentatore serio auspica una disunione dell’Europa e una crisi dell’euro e della UE che avrebbe ripercussioni devastanti per gli stessi Stati Uniti. Disattento, superficiale, stereotipato, spesso sconcertato, è questo lo sguardo che l’America – un’America ormai tutta concentrata sul suo voto di novembre – ha dedicato e dedica alle elezioni francesi.
Mario Del Pero
(Università di Bologna)
Ultimi Commenti:
Gianfranco Baldini - 09/05/2013
Giulia Guazzaloca - 19/03/2013
Gianfranco Baldini - 07/03/2013
Michele Marchi - 28/02/2013
Furio Ferraresi - 28/02/2013
Gianfranco Baldini - 28/02/2013
Giulia Guazzaloca - 21/01/2013
Giulia Guazzaloca - 10/12/2012
Alfonso Botti - 28/11/2012
Serena Giusti - 05/11/2012
Giulia Guazzaloca - 19/03/2013
Gianfranco Baldini - 07/03/2013
Michele Marchi - 28/02/2013
Furio Ferraresi - 28/02/2013
Gianfranco Baldini - 28/02/2013
Giulia Guazzaloca - 21/01/2013
Giulia Guazzaloca - 10/12/2012
Alfonso Botti - 28/11/2012
Serena Giusti - 05/11/2012

