Dal Mondo
Andrea Goldstein - 30/04/2012
I BRICS dopo il summit di Delhi

Commento
 
     Se non fosse stato per i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), la recessione globale iniziata nel 2008 sarebbe stata molto più grave. Quando nel 2001 venne coniato l’acronimo BRIC, esso era poco più di una prospettiva legata ad un futuro incerto popolato di grandi paesi con vaste sacche di povertà. Il primo summit di questi paesi si tenne nel 2009, nel pieno della crisi economica mondiale; giunti al quarto vertice, svoltosi in India il 29 marzo 2012, ciascuno dei quattro BRIC originari ne ha ospitato uno. Nel frattempo, con l’adesione del Sudafrica, il gruppo è diventato BRICS e si è così aggiunto un continente fino a quel momento non rappresentato. Nel corso dell’ultimo decennio la ricchezza e il potere globali si sono spostati dall’Atlantico al Pacifico, dall’Ovest all’Est, dal Nord al Sud.

     Non sorprende, quindi, che questa rapida transizione abbia anche modificato il modo con cui le economie emergenti percepiscono se stesse. Al loro primo incontro, i leader di questi paesi vollero perlopiù creare un’occasione per lanciare una nuova narrazione globale; ma già al momento del terzo summit, ospitato dalla Cina nel 2011, avevano guadagnato terreno sia l’idea dei BRICS, sia la consapevolezza di questi paesi di trovarsi tutti ad un analogo crocevia politico, sebbene le loro traiettorie di sviluppo e di crescita siano intrinsecamente differenti. I BRICS ambiscono a sviluppare nuove alternative e adottare politiche differenziate, piuttosto che seguire l’ormai screditato “modello” Washington.

     Il fallimento nella governance finanziaria e le conseguenti crisi in ambito privato e pubblico hanno infatti spinto i BRICS a difendere il loro modello economico fatto di capitalismo di Stato e prudente regolamentazione, premendo al contempo per la riforma delle istituzioni finanziarie mondiali. Ma possono legittimamente dire che stanno facendo di più, per rispondere alle nuove sfide globali e migliorare la governance mondiale, rispetto ai loro partner, spesso concorrenti, del Vecchio Mondo? I BRICS, almeno sulla carta, condividono posizioni analoghe su molti temi: spingono per ottenere un peso maggiore all'interno delle istituzioni di Bretton Woods, per mettere fine al Doha Development Round, per garantire maggiori risorse per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (MDGs).

     L’agenda degli incontri dei BRICS si è poi notevolmente ampliata per comprendere grandi questioni internazionali come il terrorismo, le armi di distruzione di massa, i cambiamenti climatici, le risorse alimentari ed energetiche, la situazione economico-finanziaria mondiale. In generale, essi intendono favorire la transizione verso un ordine mondiale multipolare, equo e solidale, e sostengono la necessità di difendere la sovranità politica dei singoli Stati. Nella pratica, però, ci sono molti settori in cui gli interessi dei singoli paesi BRICS collidono e rispetto ai quali hanno difficoltà a trovare un accordo, o sono, di fatto, totalmente in disaccordo.

     Quando si svolse il vertice del 2011, tutti e cinque i paesi BRICS facevano parte del Consiglio di sicurezza dell'ONU e avanzarono diligentemente la richiesta della sua riforma affinché i paesi in via di sviluppo avessero maggior voce in capitolo nelle grandi questioni globali. Eppure, quando si va nel concreto, emergono divergenze profonde. Cina e Russia, membri permanenti e con diritto di veto, hanno più volte ammonito i tre partner contro la fretta eccessiva nell’ampliare il Consiglio di sicurezza dell'ONU. Ad esemplificare bene le radicate diffidenze tra i BRICS vi sono anche le dispute di confine di lunga data fra Pechino e Nuova Delhi. Un altro ben noto esempio delle differenze fra i BRICS è dato dalla politica di cambio attuata dal governo cinese e dalla sottovalutazione percepita del renminbi.

     Guido Mantega, ministro delle Finanze brasiliano, ha coniato l’espressione "guerra valutaria" per riferirsi alle politiche monetarie e di cambio volte a ridurre il valore della propria valuta per ottenere un vantaggio competitivo sui mercati mondiali. Bersagli della bordata di Mantega erano sia il deprezzamento del dollaro statunitense sia la forzata sottovalutazione del renminbi, ma quando più tardi ha detto che il WTO dovrebbe prendere in considerazione misure più efficaci per consentire ai paesi di difendersi dalle politiche di dumping valutario, era la Cina a trovarsi nel centro del mirino. In tale contesto, dove manca un accordo forte sulla governance delle istituzioni internazionali e sui meccanismi della finanza globale, non sorprende che i BRICS non siano riusciti a svegliarsi dal loro torpore diplomatico e a presentare candidati comuni per le posizioni di vertice presso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

     Nel 2012 hanno chiesto che si facesse una selezione equa e competitiva per scegliere il nuovo presidente della Banca Mondiale, ma non sono stati in grado di sostenere un candidato proveniente da un paese ad economia emergente, tanto meno di individuare un nome comune dai ranghi dei BRICS. Da ultimo, ma non certo meno importante, i BRICS e il G8 – nonostante la sovrapposizione di appartenenza (Russia) – difendono posizioni diverse su come rispondere alle crisi politiche. Nel 2011 il Sudafrica è stato l’unico paese BRICS ad approvare la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che istituiva una no-fly zone sulla Libia e autorizzava "tutte le misure necessarie" per proteggere i civili, aprendo così la strada agli attacchi aerei internazionali e portando, alla fine, alla caduta del regime.

     Gli altri BRICS, invece, si sono astenuti (insieme alla Germania) ed è prevedibile che siano diventati ancor più diffidenti riguardo alla possibilità di ratificare l'ennesimo intervento internazionale umanitario in Siria. Si adducono sempre gli stessi argomenti: che il dialogo fra le nazioni è il modo migliore per risolvere i problemi di un paese, che la non ingerenza negli affari interni di un paese e la sovranità nazionale sono principi intoccabili, che gli interventi internazionali sono simili al vecchio colonialismo occidentale. La Dichiarazione di Delhi si propone di creare "una nuova banca per mobilitare risorse finalizzate alle infrastrutture e a progetti di sviluppo sostenibile nei BRICS e nei paesi ad economia emergente e in via di sviluppo". Tale banca potrebbe giocare un ruolo importante nel riequilibrare l'economia mondiale, convogliando i risparmi, faticosamente accumulati, nei mercati emergenti e nei paesi in via di sviluppo, affinché siano destinati ad incrementare la produzione. Se faranno progressi su questo fronte, i BRICS avranno dimostrato la loro maturità.

Andrea Goldstein
(United Nations Economic and Social Commission for Asia and the Pacific)