Elezioni / Referendum
Emanuele Castelli - 26/04/2012
Le elezioni in Birmania e la leva delle sanzioni internazionali

Commento
 
     Le elezioni in una dittatura, al di là della loro evidente valenza ossimorica, sono quasi sempre di facciata e il loro esito è spesso poco significativo. Così sembra essere anche per quelle che lo scorso 1° aprile in Myanmar hanno decretato il successo della Lega Nazionale per la Democrazia (LND) e aperto le porte della politica attiva alla leader del movimento Aung San Suu Kyi, a poco meno di un anno e mezzo dalla sua liberazione. Si è trattato infatti di semplici elezioni suppletive per decidere l’assegnazione di meno di un decimo dei seggi della camera bassa e il partito di Aung non riuscirà a giocare un ruolo determinante in un parlamento in cui il 25% dei seggi spetta per costituzione ai militari.
     
     Tuttavia, il significato di quest’ultima tornata elettorale nella ex Birmania sembra essere più che simbolico e non solo perché la LND è riuscita a conquistare 43 dei 45 seggi in palio, 4 dei quali nella nuova capitale Naypyidaw, popolata prevalentemente da funzionari pubblici stipendiati dal regime. In prospettiva, infatti, le elezioni rappresentano il terzo passo sulla strada dell’apertura politica, che è in corso nel paese da qualche anno. Il primo, da questo punto di vista, è avvenuto nel 2008 con il varo della nuova costituzione che ha appunto trasformato l’assetto istituzionale dello stato, prima invece governato dal “Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo”, cioè la giunta militare. 

     Il secondo, nel marzo 2011, è stata l’elezione alla neo istituita carica di Presidente della Repubblica dell’ex membro della giunta Thein Sein, che una volta assunto l’ufficio ha scarcerato numerosi prigionieri politici, compiuto atti significativi per la liberalizzazione dell’economia e addirittura incoraggiato Aung alla candidatura. Perché questa svolta improvvisa nell’atteggiamento dei militari, che governano il paese in modo dispotico da quasi 25 anni? Le ragioni della timida democratizzazione birmana potrebbero essere molteplici. Tra queste vi è sicuramente la frattura interna all’esercito tra vecchia e nuova generazione di militari, soprattutto nella gestione economica di un paese dove un quarto della popolazione vive ancora al di sotto della soglia di povertà. Un’altra è certamente legata alla figura dello stesso Thein Sein, da molti dipinto come il “nuovo Gorbaciov” birmano. 

     Ma il motivo fondamentale dell’apertura in Myanmar sembra essere più strettamente legato alla sopravvivenza del regime, che da qualche anno è sottoposto a pesanti sanzioni internazionali da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Sanzioni che hanno aggravato la situazione di un paese già devastato da catastrofi naturali (il ciclone Nargis nel 2008 ha provocato oltre 80 mila morti), da una gestione finanziaria schizofrenica (l’instabilità del tasso di cambio scoraggia gli investimenti stranieri) e dalle spese folli sostenute dalla giunta, per la costruzione della nuova capitale e ovviamente per l’acquisto di nuovi armamenti. Le sanzioni economiche sono del resto divenute lo strumento principale delle potenze occidentali nel loro rapporto con i regimi più dittatoriali del mondo (Cuba, Corea del Nord, Iran), e non solo per la scarsa propensione delle democrazie a intervenire in quei contesti con la forza. 

     Ma soprattutto perché esse fanno leva su un nesso ben noto agli specialisti, quello tra povertà e insurgency: con il declino delle condizioni materiali di un paese aumenta la probabilità di disaffezione delle elite (la cui lealtà è, di converso, spesso garantita da network di corruzione e benefici economici) e di fenomeni di rivolta popolare (come quella che ha visto protagonisti i monaci buddisti nella stessa Birmania, durante la cosiddetta “rivoluzione zafferano” del 2007). Per evitare il tracollo economico, se non perdere addirittura potere e ricchezze come è accaduto per Gheddafi e Mubarak, i dittatori devono necessariamente rispondere con segnali di apertura, e il regolare svolgimento di elezioni è uno di questi. Non a caso, qualche giorno dopo la vittoria di Aung San Suu Kyi, gli Stati Uniti hanno “ricompensato” il regime con la promessa di alleggerire le stesse sanzioni, oltre che di eliminare il divieto di investire nel paese. 

      L’ex Birmania ha intrapreso oggi un processo di apertura politica che, sotto i migliori auspici, potrebbe portare tra qualche anno a una sorta di «ruptura pactada» simile a quella avvenuta in Spagna dopo Franco, con Thein Sein nel ruolo di garante del vecchio regime. Il paese, che si prepara alle elezioni generali del 2015 – senz’altro più significative di quelle che si sono appena svolte – rimane al centro del complesso gioco strategico tra Stati Uniti (che attendono di poter investire in un’economia potenzialmente redditizia) e Repubblica Popolare Cinese, che guarda alle diverse risorse naturali del territorio birmano (legno, minerali, energia) e teme che migliori relazioni con Washington possano pregiudicare il suo futuro accesso diretto all’Oceano Indiano. 

     Il futuro di Myanmar dipenderà anche dall’evoluzione di questa lotta per il potere tra le due grandi potenze, e non solo dai passi compiuti dai militari. Per il momento le sanzioni si sono rivelate utili e chi chiede ad alta voce una loro rimozione istantanea, come sembra abbiano fatto alcuni membri dell’Asean, dovrebbe considerare che esse rimangono l’unico strumento attualmente a disposizione della comunità internazionale per tenere sotto pressione il regime e indurlo a cedere gradualmente il potere. 

Emanuele Castelli 
(Università di Bologna)