Elezioni / Referendum
Michele Marchi - 24/04/2012
Marine Le Pen tra Hollande e Sarkozy

Commento
 
     Nonostante i sondaggi dell’ultima settimana collocassero il candidato socialista Hollande in vantaggio al primo turno e largamente vittorioso al ballottaggio, il primo round delle presidenziali manteneva alcune incognite di un certo interesse. Le principali riguardavano: il livello di partecipazione, la reale capacità del presidente uscente di invertire la dinamica negativa e ottenere un risultato almeno simile a quello del 2007, non tanto la percentuale di Hollande ma in particolare il livello della sinistra nel suo complesso (con la soglia del 45% da superare per avere la quasi certezza di un ballottaggio vittorioso) e infine la percentuale ottenuta da Marine Le Pen, determinante per comprendere le possibilità di rielezione di Sarkozy.

     Le risposte sono giunte e anche in maniera piuttosto netta. Per ciò che concerne il tasso di partecipazione, si era parlato di un possibile aumento dell’astensionismo, sull’onda di una campagna noiosa e di un clima di sfiducia diffuso. Pur non raggiungendo la cifra record del 2007 (83,77%, mobilitazione superata solo nel 1965 e nel 1974), la partecipazione si avvicina all’80%, nove punti percentuali sopra al record negativo del 2002. Insomma il vento dell’antipolitica non si è concretizzato nell’astensione. In secondo luogo la percentuale ottenuta dal presidente uscente. Con il 27,1% dei voti, Sarkozy perde il 4% rispetto al 2007 (circa due milioni di suffragi) e resta dietro a Hollande di circa un punto e mezzo (28,6%).

     Oltre ad essere il primo presidente uscente nella storia della V Repubblica a giungere secondo al primo turno (de Gaulle nel 1965, Giscard nel 1981, Mitterrand nel 1988 e Chirac nel 2002 erano sempre arrivati in testa), Sarkozy si attesta sui livelli di Giscard nel 1981 (28,32%), che però aveva come principale competitor la destra repubblica di Chirac (al 18%), e nonostante questo perse il ballottaggio. Terzo punto il successo di Hollande, con oltre il 28. Il candidato socialistia ha ottenuto un ottimo risultato individuale, tre punti in più di Royal nel 2007, cinque in più di Jospin nel 1995 e addirittura tre in più di Mitterrand nel 1981 (attenzione però che il comunista Marchais all’epoca aveva superato il 15%). Il dato diventa ancora più decisivo se lo si osserva nella totalità del voto di sinistra.

     La sinistra nel 2007 (Royal, Buffet, Besancenot, Voynet, Laguiller, Bové) si fermava al 35%. Dopo il voto di domenica Hollande, Mélenchon, Joly e i restanti candidati minori sfiorano quel 45% che nella storia della V Repubblica è stato due volte su tre garanzia di vittoria. Solo nel 1974, infatti, con la sinistra al 46% al primo turno, Mitterrand perse l’Eliseo per circa mezzo milione di voti. Quarto elemento di interesse la percentuale del cosiddetto “terzo uomo”. I sondaggi sembravano aver già incoronato Mélenchon e invece ad irrompere è stata Marine Le Pen.

     Con il 18,1% la candidata del FN non solo stacca di sette punti Mélenchon e doppia Bayrou (con il 9%, poco più in alto della sua prima presidenziale del 2002), ma ottiene lo score migliore per un candidato di estrema destra alle presidenziali della V Repubblica. In particolare Marine Le Pen ottiene l’8% in più del padre nel 2007 e si può ragionevolmente affermare che sia lei la responsabile numero uno dell’emorragia di voti subita da Sarkozy. Quali, a questo punto, le incognite per il ballottaggio del 6 maggio prossimo? Hollande ha, almeno in apparenza, il compito più agevole. Dopo aver raccolto l’appoggio esplicito di Eva Joly (ecologisti) e quello implicito di Mélenchon, deve rassembler tutta la sinistra e raccogliere una quota dei voti centristi di Bayrou.

     Unico possibile rischio, quello di un’eccessiva smobilitazione dell’elettorato di sinistra, già certo di aver riconquistato l’Eliseo per la terza volta nella storia della Quinta Repubblica. Più complessa appare l’equazione per Sarkozy: ottenere la maggioranza del voto frontista, senza alienarsi quella quota (perlomeno un terzo) di voto centrista che solitamente sceglie la destra al secondo turno. Se già posta in questi termini l’impresa appare ardua, vi si deve aggiungere anche un dato congiunturale, che riguarda l’attuale linea politica di Marine Le Pen. Alla tradizionale ostilità dell’estrema destra nei confronti della destra repubblicana si deve aggiungere la strategia della nuova leader del FN, intenzionata a scommettere sulla sconfitta di Sarkozy come detonatore per l’esplosione dell’UMP e l’avvio di una ricomposizione a destra, che quasi certamente le lascerebbe ampi margini di manovra ideologici e non solo, anche in vista delle legislative del giugno prossimo.

     Se si osserva il bicchiere mezzo pieno, si può affermare che due francesi su tre hanno optato per candidati portatori di ricette politiche fondate su sacrifici, riforme e rigore nei conti pubblici. Se si guarda però il bicchiere mezzo vuoto, non ci si può esimere dal notare che è circa il 33% ad aver scelto candidati di partiti estremi. E più ancora del voto per le irrealizzabili proposte di Mélenchon, a far riflettere dovrebbe essere quel 18% di elettorato che ha scelto Marine Le Pen, non solo e non tanto per i temi classici dell’immigrazione, dell’insicurezza e dell’antieuropeismo, ma per lanciare un messaggio di protesta nei confronti della classe dirigente neogollista e socialista giudicata responsabile di un declino politico, economico e morale oramai trentennale. Si tratti di Sarkozy, o più probabilmente di Hollande, il nuovo inquilino dell’Eliseo non potrà trascurare questo segnale allarmante.

Michele Marchi
(Università di Bologna)