Dal Mondo
Claudio Vercelli - 16/04/2012Il tramonto di una stella: Kadima dopo le primarie

Cosa ne sarà di Kadima (letteralmente «Avanti»), dopo la vittoria alle primarie del partito, tenutesi il 27 marzo, dell’ex capo di stato maggiore ed ex ministro della Difesa, Shaul Mofaz? Il nuovo leader ha sbaragliato la sua avversaria, Tzipidora «Tzipi» Lipni, già ministro nel passato governo Olmert e fino a poche settimane fa a capo della formazione politica fondata nel 2005 da Ariel Sharon. Il confronto elettorale interno, che ha interessato i 95.000 iscritti, non ha lasciato scampo alla «Golda Meir del centro», che non ha superato un misero 37,2% dei voti di contro al tondo 61,7% raccolto da Mofaz. Il quale, peraltro, già da tempo insediava da vicino il primato della bionda antagonista. Decisivi sono stati i voti raccolti dall’ex generale anche in distretti dove ci si aspettava una maggiore adesione alle posizioni della Livni, smentendo le previsioni che vaticinavano, a livello nazionale, un duro testa a testa.
Nel nord d’Israele, ad esempio, in centri come Kfara Kara, Peki’in e Tel Sheva, dove si contano più iscritti al partito che voti alle elezioni, la componente araba di Kadima ha optato per Mofaz. Il quale presenta un curriculum di tutto rispetto. Sessantaquattro anni, ebreo di origine iraniana trasferitosi con la famiglia in Israele nel 1957, è stato protagonista di un’eccezionale carriera che lo ha portato ai vertici dell’istituzione più importante del paese, l’esercito. Di fatto è il primo ebreo di origine sefardita ad avere occupato l’incarico di capo della difesa. Il suo posizionamento politico nell’area conservatrice, come ministro per il Likud, non gli ha impedito di seguire, insieme alla Livni, Ariel Sharon, mentore di entrambi nell’allora costituendo partito centrista Kadima.
La scelta, in questo caso, più che sul piano ideale era motivata dalla consapevolezza che il Likud, in emorragia elettorale e sempre più barricato a destra, gli avrebbe preferito Benjamin «Bibi» Netanyahu, l’«americano», come sua guida. Dopo di che, l’ingresso nel governo Olmert come ministro dei Trasporti e l’evoluzione del quadro politico israeliano lo ha portato, nel 2008, a correre una prima volta per la nomina a leader della nuova formazione centrista, perdendo per soli 431 voti di differenza dalla sua antagonista di sempre. La cinquantatreenne Tzipi Livni, duramente sconfitta dalle primarie, è a una svolta nella sua carriera politica. Considerata l’astro nascente, dopo la malattia di Sharon (2006) e il declino di Ehud Olmert (2009), nel volgere di poco tempo ha visto trasformare la sua figura da quella di una promessa per il futuro del paese ad un fardello per il suo partito che, pur contando ancora su 28 dei 120 seggi della Knesset, è dato in caduta libera.
Le previsioni degli analisti indicano infatti per Kadima, al momento ancorato all’opposizione senza sussulti di vitalità, il dimezzamento dei suffragi. Più in generale militanti ed elettori muovevano già da tempo alla Livni obiezioni di sostanza: quello che doveva essere il «partito pigliatutto» in grado di scompaginare destra e sinistra, si è progressivamente trasformato in un ippopotamo immobile, prossimo alla letargia. La leader non si è rivelata capace di condurre una ragionevole opposizione a Netanyahu che, in questi ultimi tre anni, ha invece abilmente recuperato inaspettati spazi di manovra politica e una credibilità che il Likud sembrava avere definitivamente perso. Mentre «Bibi» ha dato fiato e corpo ad una destra di governo (pur guidando un esecutivo che imbarca non pochi estremisti e gli ortodossi), «Tzipi» non ha saputo modellare l’anima di un’opposizione propositiva, seguendo in ciò, passo dopo passo, il declino di un altro partito, quello laburista.
Incapace di formare un governo di coalizione, estranea alle proteste degli indignados israeliani, avversa all’accordo per la liberazione di Ghilad Shalit, autoritaria in seno al suo partito alla fine è risultata essere quasi un peso morto della politica nazionale. La «scesa in campo» del giornalista televisivo Yair Lapid, star dell’informazione, che nel gennaio di quest’anno ha annunciato la costituzione di una sua lista elettorale di area centrista, ha poi costituito l’ultima tegola sulla testa di colei che avrebbe dovuto rappresentare il «grande centro». Cosa succederà ora con Shaul Mofaz? Va detto che l’ex generale, prima di presentarsi alla conta dei voti, ha fatto un deciso restyling delle sue posizioni. Tradizionalmente intransigente nei confronti della trattativa con i palestinesi ha mitigato, e di molto, le sue vecchie posizioni, ben sapendo che l’inerzia di Netanyahu è il vero tallone d’Achille dell’attuale esecutivo.
Tra un anno in Israele si svolgeranno le elezioni politiche. Mofaz ha già detto che Kadima intende correre da sola, rimanendo all’opposizione. L’obiettivo del nuovo leader è di evitare il rischio di frammentazione che corre il voto centrista, cercando di spingere ancora più a destra il Likud. In tal modo si assicurerebbe un rassicurante spazio di consensi. Ma sulle prospettive a breve pesano due grandi variabili: il nucleare iraniano e la crisi sociale che attraversa il paese. Anche per questa ragione l’orizzonte politico rimane nebuloso se non imponderabile.
Claudio Vercelli
Nel nord d’Israele, ad esempio, in centri come Kfara Kara, Peki’in e Tel Sheva, dove si contano più iscritti al partito che voti alle elezioni, la componente araba di Kadima ha optato per Mofaz. Il quale presenta un curriculum di tutto rispetto. Sessantaquattro anni, ebreo di origine iraniana trasferitosi con la famiglia in Israele nel 1957, è stato protagonista di un’eccezionale carriera che lo ha portato ai vertici dell’istituzione più importante del paese, l’esercito. Di fatto è il primo ebreo di origine sefardita ad avere occupato l’incarico di capo della difesa. Il suo posizionamento politico nell’area conservatrice, come ministro per il Likud, non gli ha impedito di seguire, insieme alla Livni, Ariel Sharon, mentore di entrambi nell’allora costituendo partito centrista Kadima.
La scelta, in questo caso, più che sul piano ideale era motivata dalla consapevolezza che il Likud, in emorragia elettorale e sempre più barricato a destra, gli avrebbe preferito Benjamin «Bibi» Netanyahu, l’«americano», come sua guida. Dopo di che, l’ingresso nel governo Olmert come ministro dei Trasporti e l’evoluzione del quadro politico israeliano lo ha portato, nel 2008, a correre una prima volta per la nomina a leader della nuova formazione centrista, perdendo per soli 431 voti di differenza dalla sua antagonista di sempre. La cinquantatreenne Tzipi Livni, duramente sconfitta dalle primarie, è a una svolta nella sua carriera politica. Considerata l’astro nascente, dopo la malattia di Sharon (2006) e il declino di Ehud Olmert (2009), nel volgere di poco tempo ha visto trasformare la sua figura da quella di una promessa per il futuro del paese ad un fardello per il suo partito che, pur contando ancora su 28 dei 120 seggi della Knesset, è dato in caduta libera.
Le previsioni degli analisti indicano infatti per Kadima, al momento ancorato all’opposizione senza sussulti di vitalità, il dimezzamento dei suffragi. Più in generale militanti ed elettori muovevano già da tempo alla Livni obiezioni di sostanza: quello che doveva essere il «partito pigliatutto» in grado di scompaginare destra e sinistra, si è progressivamente trasformato in un ippopotamo immobile, prossimo alla letargia. La leader non si è rivelata capace di condurre una ragionevole opposizione a Netanyahu che, in questi ultimi tre anni, ha invece abilmente recuperato inaspettati spazi di manovra politica e una credibilità che il Likud sembrava avere definitivamente perso. Mentre «Bibi» ha dato fiato e corpo ad una destra di governo (pur guidando un esecutivo che imbarca non pochi estremisti e gli ortodossi), «Tzipi» non ha saputo modellare l’anima di un’opposizione propositiva, seguendo in ciò, passo dopo passo, il declino di un altro partito, quello laburista.
Incapace di formare un governo di coalizione, estranea alle proteste degli indignados israeliani, avversa all’accordo per la liberazione di Ghilad Shalit, autoritaria in seno al suo partito alla fine è risultata essere quasi un peso morto della politica nazionale. La «scesa in campo» del giornalista televisivo Yair Lapid, star dell’informazione, che nel gennaio di quest’anno ha annunciato la costituzione di una sua lista elettorale di area centrista, ha poi costituito l’ultima tegola sulla testa di colei che avrebbe dovuto rappresentare il «grande centro». Cosa succederà ora con Shaul Mofaz? Va detto che l’ex generale, prima di presentarsi alla conta dei voti, ha fatto un deciso restyling delle sue posizioni. Tradizionalmente intransigente nei confronti della trattativa con i palestinesi ha mitigato, e di molto, le sue vecchie posizioni, ben sapendo che l’inerzia di Netanyahu è il vero tallone d’Achille dell’attuale esecutivo.
Tra un anno in Israele si svolgeranno le elezioni politiche. Mofaz ha già detto che Kadima intende correre da sola, rimanendo all’opposizione. L’obiettivo del nuovo leader è di evitare il rischio di frammentazione che corre il voto centrista, cercando di spingere ancora più a destra il Likud. In tal modo si assicurerebbe un rassicurante spazio di consensi. Ma sulle prospettive a breve pesano due grandi variabili: il nucleare iraniano e la crisi sociale che attraversa il paese. Anche per questa ragione l’orizzonte politico rimane nebuloso se non imponderabile.
Claudio Vercelli
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