Dal Mondo
Alberto Clò - 16/04/2012Cosa ci ha insegnato Fukushima?

Ad un anno di distanza, il quasi dimenticato incidente alla centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi – il più grave mai verificatosi insieme a quello di Chernobyl del 1986 – che ha fatto seguito al catastrofico tsunami dell’11 marzo 2011, con onde alte sino a 14 metri che hanno messo fuori uso i generatori di emergenza posizionati a 5,7 metri, non sembra aver insegnato granché, tra il malcelato tentativo di taluni organismi internazionali di far credere che si sia trattato di una tragica ma irripetibile esperienza; che le cose sostanzialmente non muteranno nell’auspicata e pretesa “rinascita” di questa fonte di energia; che le decisioni di diversi paesi (in primis Germania) di abbandonarla o di non rientravi (Italia) siano dovute a momentanee “reazioni emotive” dei governi e delle opinioni pubbliche e non già all’oggettiva constatazione della necessità di assicurare a questa tecnologia livelli di sicurezza di gran lunga superiori a quelli attuali.
Fukushima segna, invece, uno spartiacque nella percezione dell’opinione pubblica relativamente, da un lato, ai limiti nella progettazione dei sistemi di sicurezza nucleare e, dall’altro, alla fallimentare gestione delle fasi successive all’incidente – specie riguardo all’informazione su quel che andava accadendo e sugli effetti che ne sarebbero potuti derivare alle popolazioni sia locali che dei paesi potenzialmente più esposti ai rischi di contaminazione radioattiva – da parte della società proprietaria delle centrali, la Tokyo Electric Power Company, che ha palesato insipienza, errori, insabbiamenti cui non è estranea la sua natura privata. Ma anche da parte dell’inetto governo di Tokyo che ha distrutto in poche ore, agli occhi del mondo, la mitica efficienza nipponica in un groviglio di confuse competenze amministrative, di ottusità burocratiche, di assenza di coordinamento; non ultimo da parte dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA), che si è limitata in un primo momento a divulgare solo le confuse e scorrette informazioni fornite dalla TEPCO e solo dopo due mesi ha deciso di inviare suoi tecnici in Giappone innalzando la valutazione della gravità dell’incidente da quello da “irrilevante” a “serio” e a “catastrofico”.
Valutazione che ad un anno di distanza rimane nebulosa e che richiederà forse anni per averne una piena comprensione. Da Fukushima bisognerebbe invece trarre molti insegnamenti. Primo: che la sicurezza nucleare è un problema globale che non può essere lasciato all’autonomia o all’arbitrio dei singoli Stati, né tantomeno agli interessi di singole imprese più attente al proprio tornaconto economico che alla difesa della salute dei cittadini. Secondo, e semmai ve ne fosse necessità, che non si è un paese denuclearizzato solo perché non si hanno centrali sul proprio territorio. Regolazione degli standard di sicurezza, vigilanza, sanzioni dovrebbero essere fissati in modo molto più stringente e vincolante a livello internazionale e sottratti all’autonomia decisionale, anche riguardo ai controlli, dei singoli Stati. Fukushima ha posto in tutta evidenza, in terzo luogo, le ipocrisie e le debolezze della politica: a partire da quella dell’Unione Europea che più da vicino ci riguarda.
La colpevole latitanza di Bruxelles – che lascia ai singoli paesi la decisione se e come operarvi – è emersa in tutta evidenza. Non vi potrà essere un futuro per il nucleare in Europa se non si sapranno fornire all’opinione pubblica le massime garanzie di sicurezza, sanzionando ogni carenza che dovesse emergere dagli stress-test decisi il 23 marzo 2011 dal Consiglio Europeo sulle 143 centrali europee, i cui esiti dovrebbero essere resi noti nei prossimi mesi. Servirebbe, per concludere, un ritorno allo spirito del 1957, quando col Trattato che istituì l’Euratom, i padri fondatori della Comunità presero atto che la scelta nucleare era da perseguirsi per i vantaggi che avrebbe potuto produrre nel lungo termine nella consapevolezza, però, che i costi, rischi, complessità che comportava dovessero essere affrontati all’interno di una stringente cooperazione europea. Uno spirito che fu sconfitto dagli egoismi nazionali ma che sarebbe necessario recuperare se si pensa di assegnare un futuro al nucleare.
La crisi giapponese è la crisi di tutti. Dimostra che nel nucleare la cooperazione internazionale è imprescindibile e che la sua regolazione non può che essere sovranazionale con l'accettazione di standard comuni, l'armonizzazione delle politiche nazionali, lo scambio continuo di informazioni utili a migliorare la sicurezza. Quel che solo in parte avviene, nell’assenza di un sistema di controlli e di un regime ispettivo che monitori continuamente lo stato delle centrali e sia in grado, in caso di incidente, di adoperarsi da subito per fronteggiarlo nei modi più efficienti. Solo se questo accadrà, potrà esservi un futuro per un nucleare tecnologicamente più avanzato e potremo dire che il disastro di Fukushima non sia accaduto invano.
Alberto Clò
(Università di Bologna)
Fukushima segna, invece, uno spartiacque nella percezione dell’opinione pubblica relativamente, da un lato, ai limiti nella progettazione dei sistemi di sicurezza nucleare e, dall’altro, alla fallimentare gestione delle fasi successive all’incidente – specie riguardo all’informazione su quel che andava accadendo e sugli effetti che ne sarebbero potuti derivare alle popolazioni sia locali che dei paesi potenzialmente più esposti ai rischi di contaminazione radioattiva – da parte della società proprietaria delle centrali, la Tokyo Electric Power Company, che ha palesato insipienza, errori, insabbiamenti cui non è estranea la sua natura privata. Ma anche da parte dell’inetto governo di Tokyo che ha distrutto in poche ore, agli occhi del mondo, la mitica efficienza nipponica in un groviglio di confuse competenze amministrative, di ottusità burocratiche, di assenza di coordinamento; non ultimo da parte dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA), che si è limitata in un primo momento a divulgare solo le confuse e scorrette informazioni fornite dalla TEPCO e solo dopo due mesi ha deciso di inviare suoi tecnici in Giappone innalzando la valutazione della gravità dell’incidente da quello da “irrilevante” a “serio” e a “catastrofico”.
Valutazione che ad un anno di distanza rimane nebulosa e che richiederà forse anni per averne una piena comprensione. Da Fukushima bisognerebbe invece trarre molti insegnamenti. Primo: che la sicurezza nucleare è un problema globale che non può essere lasciato all’autonomia o all’arbitrio dei singoli Stati, né tantomeno agli interessi di singole imprese più attente al proprio tornaconto economico che alla difesa della salute dei cittadini. Secondo, e semmai ve ne fosse necessità, che non si è un paese denuclearizzato solo perché non si hanno centrali sul proprio territorio. Regolazione degli standard di sicurezza, vigilanza, sanzioni dovrebbero essere fissati in modo molto più stringente e vincolante a livello internazionale e sottratti all’autonomia decisionale, anche riguardo ai controlli, dei singoli Stati. Fukushima ha posto in tutta evidenza, in terzo luogo, le ipocrisie e le debolezze della politica: a partire da quella dell’Unione Europea che più da vicino ci riguarda.
La colpevole latitanza di Bruxelles – che lascia ai singoli paesi la decisione se e come operarvi – è emersa in tutta evidenza. Non vi potrà essere un futuro per il nucleare in Europa se non si sapranno fornire all’opinione pubblica le massime garanzie di sicurezza, sanzionando ogni carenza che dovesse emergere dagli stress-test decisi il 23 marzo 2011 dal Consiglio Europeo sulle 143 centrali europee, i cui esiti dovrebbero essere resi noti nei prossimi mesi. Servirebbe, per concludere, un ritorno allo spirito del 1957, quando col Trattato che istituì l’Euratom, i padri fondatori della Comunità presero atto che la scelta nucleare era da perseguirsi per i vantaggi che avrebbe potuto produrre nel lungo termine nella consapevolezza, però, che i costi, rischi, complessità che comportava dovessero essere affrontati all’interno di una stringente cooperazione europea. Uno spirito che fu sconfitto dagli egoismi nazionali ma che sarebbe necessario recuperare se si pensa di assegnare un futuro al nucleare.
La crisi giapponese è la crisi di tutti. Dimostra che nel nucleare la cooperazione internazionale è imprescindibile e che la sua regolazione non può che essere sovranazionale con l'accettazione di standard comuni, l'armonizzazione delle politiche nazionali, lo scambio continuo di informazioni utili a migliorare la sicurezza. Quel che solo in parte avviene, nell’assenza di un sistema di controlli e di un regime ispettivo che monitori continuamente lo stato delle centrali e sia in grado, in caso di incidente, di adoperarsi da subito per fronteggiarlo nei modi più efficienti. Solo se questo accadrà, potrà esservi un futuro per un nucleare tecnologicamente più avanzato e potremo dire che il disastro di Fukushima non sia accaduto invano.
Alberto Clò
(Università di Bologna)
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