Economia / Istituzioni
Giulia Guazzaloca - 12/04/2012Svezia: un modello da imitare

Mentre molti svedesi sono scettici rispetto all’integrazione economica e monetaria europea e poco fiduciosi nella ripresa dell’area euro (come è stato illustrato in un recente articolo su questo sito), diversi analisti ed economisti hanno evocato spesso, negli ultimi mesi, il “modello Stoccolma” suggerendo, soprattutto ai paesi in crisi della sponda sud del continente, di prendere ad esempio il sistema svedese, che è riuscito a riportare alla normalità in tempi rapidi la politica monetaria e fiscale, è dotato di un welfare efficiente ma snello ed è sorretto da un export in continua crescita. L’economia svedese è infatti emersa dalla crisi finanziaria degli ultimi anni come una delle più forti e competitive a livello globale e, anche grazie ad un sistema di prestazioni assistenziali generoso ed inclusivo, il tenore di vita degli svedesi è mediamente tra i più alti del mondo.
Secondo il World Economic Forum, che misura la competitività economica di oltre 140 paesi, la Svezia è oggi al terzo posto dopo Svizzera e Singapore; nel ranking di libertà economica si trova al ventiduesimo posto nel mondo, fra i paesi “mostly free” (l’Italia nel 2011 si è classificata 87esima, perdendo 13 posizioni rispetto al 2010). Con il PIL aumentato complessivamente del 3,8% rispetto al 2010, l’inflazione al 2% e il debito pubblico al 37,3% del PIL, nel 2011 la Svezia ha registrato un aumento in tutti i principali indicatori economici positivi, dalla spesa per i consumi domestici alle esportazioni, dagli investimenti per i servizi pubblici al numero delle persone occupate.
La percentuale dei disoccupati è intorno al 7,8% (febbraio 2012) e, sebbene lentamente, sta continuando a diminuire tanto che si stima possa arrivare al 6,4% nel 2013; anche se, in proporzione, risulta ancora molto elevata la disoccupazione giovanile, al 25,2%, essa è tuttavia in calo rispetto al 2011 e i bilanci governativi hanno predisposto programmi specifici per aiutare i giovani ad entrare nel mercato del lavoro. Come spiegano gli esperti questo trend virtuoso, quando nel 2010 anche l’economia svedese era stata pesantemente toccata dalla crisi mondiale? Innanzitutto perché la risposta della politica è stata rapida ed efficace, senza interventismi eccessivi, ma con misure mirate per i settori più deboli e a rischio: mentre la Riksbank è stata costantemente vigile sull’inflazione, il governo è intervenuto sul mercato del lavoro, fornendo training e informazioni ai disoccupati e abbassando le tasse sul lavoro, senza però compromettere i conti pubblici.
Inoltre, dopo la grande crisi economica che il paese conobbe nel 1991-93, sono stati adottati un severo programma di risanamento del bilancio e una rigida, ma trasparente, politica fiscale verso cui si è creato un diffuso consenso. Per molti osservatori, poi, la vera risorsa del modello svedese risiederebbe nella flessibilità del suo mercato del lavoro, con facile accesso ad impieghi part-time, costi per la mobilità relativamente bassi e limitati periodi di inattività; per l’economista Elsa Fornero, attuale ministro del Lavoro in Italia, la Svezia rappresenta, al pari di Danimarca e Paesi Bassi, un esempio di “flessibilità buona” in relazione sia alla mobilità dei lavoratori, sia al momento e al modello di pensionamento.
Con le prime misure assistenziali risalenti alla fine del XIX secolo, la Svezia è storicamente uno dei paesi all’avanguardia per il sistema di welfare, che offre un’ampia copertura di servizi a tutti i cittadini e rappresenta ormai uno dei pilastri fondamentali del “patto di cittadinanza”. Anche da qui, però, viene una lezione importante: non sempre un welfare generoso e un servizio sanitario universale implicano conti in rosso per lo Stato o la copertura gratuita per tutte le prestazioni sanitarie. In Svezia infatti si paga il ticket sia per i ricoveri ospedalieri che per le visite dal medico di base, mentre i farmaci diventano totalmente gratuiti solo con una spesa annua superiore ai 450 euro. Molto quindi, e non solo per l’Italia, ci sarebbe da imparare.
Anche per quel che riguarda le politiche di genere, visto che, soprattutto dagli anni ’70 in poi, i governi svedesi hanno promosso importanti misure per garantire l’uguaglianza tra uomini e donne (in ambito educativo, lavorativo e politico), nonché politiche sociali per la tutela di madri e bambini e per una maggior presenza dei padri all’interno della famiglia (i congedi di paternità furono introdotti negli anni ’90). Oggi circa il 45% dei membri del Parlamento svedese è costituito da donne (in Italia il 20%), l’occupazione femminile è quasi agli stessi livelli di quella maschile e sono più donne che uomini ad intraprendere studi universitari. Certo, il modello svedese è virtuoso da molti punti di vista, ma alcune ombre ci sono anche lì. Il mercato del lavoro è ancora diviso fra i sessi: in alcune professioni lavorano solo uomini e circa il 40% delle donne è impiegato in lavori part-time e di basso profilo.
Sul piano economico-finanziario, poi, la Svezia è stata sicuramente aiutata dal fatto di avere una moneta propria, che fu bruscamente deprezzata nel 2008; e uscire definitivamente dalla crisi non sarà facile nemmeno per gli svedesi, che si trovano ad affrontare una forte inflazione nel settore immobiliare e problemi di liquidità in quello bancario. Un punto, tuttavia, è chiaro e lo dimostrano la Svezia e tutti i paesi dove c’è crescita: per superare la crisi occorrono riforme di sistema e il risanamento della finanza pubblica.
Giulia Guazzaloca
(Università di Bologna)
Secondo il World Economic Forum, che misura la competitività economica di oltre 140 paesi, la Svezia è oggi al terzo posto dopo Svizzera e Singapore; nel ranking di libertà economica si trova al ventiduesimo posto nel mondo, fra i paesi “mostly free” (l’Italia nel 2011 si è classificata 87esima, perdendo 13 posizioni rispetto al 2010). Con il PIL aumentato complessivamente del 3,8% rispetto al 2010, l’inflazione al 2% e il debito pubblico al 37,3% del PIL, nel 2011 la Svezia ha registrato un aumento in tutti i principali indicatori economici positivi, dalla spesa per i consumi domestici alle esportazioni, dagli investimenti per i servizi pubblici al numero delle persone occupate.
La percentuale dei disoccupati è intorno al 7,8% (febbraio 2012) e, sebbene lentamente, sta continuando a diminuire tanto che si stima possa arrivare al 6,4% nel 2013; anche se, in proporzione, risulta ancora molto elevata la disoccupazione giovanile, al 25,2%, essa è tuttavia in calo rispetto al 2011 e i bilanci governativi hanno predisposto programmi specifici per aiutare i giovani ad entrare nel mercato del lavoro. Come spiegano gli esperti questo trend virtuoso, quando nel 2010 anche l’economia svedese era stata pesantemente toccata dalla crisi mondiale? Innanzitutto perché la risposta della politica è stata rapida ed efficace, senza interventismi eccessivi, ma con misure mirate per i settori più deboli e a rischio: mentre la Riksbank è stata costantemente vigile sull’inflazione, il governo è intervenuto sul mercato del lavoro, fornendo training e informazioni ai disoccupati e abbassando le tasse sul lavoro, senza però compromettere i conti pubblici.
Inoltre, dopo la grande crisi economica che il paese conobbe nel 1991-93, sono stati adottati un severo programma di risanamento del bilancio e una rigida, ma trasparente, politica fiscale verso cui si è creato un diffuso consenso. Per molti osservatori, poi, la vera risorsa del modello svedese risiederebbe nella flessibilità del suo mercato del lavoro, con facile accesso ad impieghi part-time, costi per la mobilità relativamente bassi e limitati periodi di inattività; per l’economista Elsa Fornero, attuale ministro del Lavoro in Italia, la Svezia rappresenta, al pari di Danimarca e Paesi Bassi, un esempio di “flessibilità buona” in relazione sia alla mobilità dei lavoratori, sia al momento e al modello di pensionamento.
Con le prime misure assistenziali risalenti alla fine del XIX secolo, la Svezia è storicamente uno dei paesi all’avanguardia per il sistema di welfare, che offre un’ampia copertura di servizi a tutti i cittadini e rappresenta ormai uno dei pilastri fondamentali del “patto di cittadinanza”. Anche da qui, però, viene una lezione importante: non sempre un welfare generoso e un servizio sanitario universale implicano conti in rosso per lo Stato o la copertura gratuita per tutte le prestazioni sanitarie. In Svezia infatti si paga il ticket sia per i ricoveri ospedalieri che per le visite dal medico di base, mentre i farmaci diventano totalmente gratuiti solo con una spesa annua superiore ai 450 euro. Molto quindi, e non solo per l’Italia, ci sarebbe da imparare.
Anche per quel che riguarda le politiche di genere, visto che, soprattutto dagli anni ’70 in poi, i governi svedesi hanno promosso importanti misure per garantire l’uguaglianza tra uomini e donne (in ambito educativo, lavorativo e politico), nonché politiche sociali per la tutela di madri e bambini e per una maggior presenza dei padri all’interno della famiglia (i congedi di paternità furono introdotti negli anni ’90). Oggi circa il 45% dei membri del Parlamento svedese è costituito da donne (in Italia il 20%), l’occupazione femminile è quasi agli stessi livelli di quella maschile e sono più donne che uomini ad intraprendere studi universitari. Certo, il modello svedese è virtuoso da molti punti di vista, ma alcune ombre ci sono anche lì. Il mercato del lavoro è ancora diviso fra i sessi: in alcune professioni lavorano solo uomini e circa il 40% delle donne è impiegato in lavori part-time e di basso profilo.
Sul piano economico-finanziario, poi, la Svezia è stata sicuramente aiutata dal fatto di avere una moneta propria, che fu bruscamente deprezzata nel 2008; e uscire definitivamente dalla crisi non sarà facile nemmeno per gli svedesi, che si trovano ad affrontare una forte inflazione nel settore immobiliare e problemi di liquidità in quello bancario. Un punto, tuttavia, è chiaro e lo dimostrano la Svezia e tutti i paesi dove c’è crescita: per superare la crisi occorrono riforme di sistema e il risanamento della finanza pubblica.
Giulia Guazzaloca
(Università di Bologna)
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