Dall'Europa
Gianfranco Baldini - 12/04/2012
L’Irlanda del Nord tra anniversari e “calma fragile”

Commento
 
     In questi giorni di Pasqua a Belfast ricorrono diversi importanti anniversari. Il primo riguarda il centenario del varo del Titanic, che in quella città venne costruito. Gli altri due sono invece legati al conflitto storico tra nazionalisti repubblicani – che vorrebbero l’abbattimento del confine con Dublino – e unionisti fedeli a Westminster, da sempre prevalenti da un punto di vista demografico, politico ed economico in Irlanda del Nord. Nella Pasqua del 1916 iniziarono le rivolte dell’IRA contro Londra, nel venerdì di Pasqua del 1998 venne invece siglato l’accordo di pace che ha posto le basi per la fine dei Troubles. Gli eventi sono quindi collegati tra di loro. Non mancano le polemiche sui costi del museo (e sui toni della commemorazione) che celebra la costruzione del gigante dei mari che andò a schiantarsi contro un iceberg il 14 aprile del 1912.

     Le due comunità religiose celebreranno insieme il ricordo, e la vigilia è tranquilla. Il venerdì di Pasqua la stampa nord-irlandese (come quella del resto del Regno Unito) non si è soffermata ad analizzare i tanti progressi – e le incertezze rimaste in campo – sulla convivenza in questa città divisa, e nel resto dell’Ulster. A Derry, il lunedì di Pasqua alcuni attivisti dissidenti repubblicani (l’Ira ha lasciato da anni spazio a vari gruppuscoli che ne rivendicano l’eredità) hanno rievocato, incappucciati, gli eventi del 1916, promettendo nuove ostilità. I sei arresti che ne sono seguiti vengono dopo una Pasqua dominata dalla distensione. Ragionando sui soli numeri non si può essere pessimisti. Acerrimi nemici hanno accettato di condividere le posizioni di governo nelle strutture di autogoverno consociative create nel 1998-99.

     È vero che le formazioni radicali del sistema partitico nord-irlandese, cioè il Democratic Unionist Party (DUP) da una parte e il Sinn Fein (SF) dall’altra, hanno negli anni superato i due partiti moderati che avevano condotto il processo di pace allora. Ma DUP e SF, ascesi al governo in ruoli chiave grazie al successo elettorale, hanno moderato i toni e di fatto adottato molte posizioni da loro osteggiate 15 anni fa. L’esecutivo devolutivo nato nel 1999 è stato sospeso due volte da Londra, ma da quando è stato ripristinato, ormai 5 anni fa, sembra regnare quella che è stata definita una “calma fragile”. Gli ultimi dati disponibili sui quasi 500 prigionieri politici rilasciati (aggiornati a fine 2011) indicano un tasso di recidività enormemente inferiore a quello dei criminali comuni: 6% contro 48%.

     Gli episodi di violenza non sono però scomparsi e secondo alcuni il clima di austerity potrebbe contribuire a riscaldare nuovamente gli animi. In realtà su entrambi i fronti, quello nazionalista e quello unionista, l’appartenenza di classe appare poco correlata con la propensione alla violenza. I gruppi dissidenti repubblicani trovano sostegno soprattutto tra i militanti più secolarizzati e nella ampia fascia di età intermedia, tra i 25 e i 55 anni, rispetto a quella dei giovani e degli anziani. Sembra essere un impasto di nazionalismo e socialismo a fomentare ancora le frange repubblicane: più l’ideologia dell’esclusione sociale. Nel biennio 2009-10 avvennero ben 129 episodi di violenza, tra bombe esplose o inesplose e sparatorie. Ancora lo scorso anno vi sono stati diversi incidenti nella stagione delle marce orangiste.

     Mentre le violenze tra gli unionisti assumono, da quasi 20 anni, quasi sempre un carattere settario, di regolamenti di conti interni, tra i repubblicani è ancora forte l’ostilità verso le forze dell’ordine. Il riconoscimento da parte del SF della nuova polizia nord-irlandese, erede della contestatissima Royal Ulster Constabulary, è uno degli elementi più controversi della pacificazione. L’ultimo omicidio del conflitto è quello di un poliziotto, avvenuto proprio un anno fa. E proprio il venerdì di Pasqua quattro poliziotti sono stati sospesi dopo l’intercettazione di alcuni messaggi di ostilità verso la comunità nazionalista. L’economia nord-irlandese, nonostante la devolution, continua a dipendere in modo decisivo dai trasferimenti da Londra.

     Per citare solo due indicatori, il 75% del prodotto interno lordo della regione dipende dal settore pubblico e la spesa per abitante è di oltre il 20% più elevata rispetto al resto del Regno Unito. Oggi i commenti di Cameron sul fatto che la regione abbia una dipendenza dal settore pubblico simile a quella degli stati satelliti dell’ex Unione Sovietica, con la crisi di Dublino assumono un significato diverso. Se la prospettiva di una riunificazione politica dell’isola era di fatto stata abbandonata con gli accordi del 1998, ora anche l’attrazione economica del sud risulta alquanto indebolita. Tra Nord e sud è difficile dire chi stia peggio economicamente. Dublino si sta preparando per il referendum del 31 maggio prossimo sull’accordo di bilancio.

     Non potrà, come fece nel 2008 con il primo “No” al trattato di Lisbona, bloccare l’intero processo di ratifica. Ma se prevarranno i No dovrà o rivotare, o rinunciare agli strumenti messi in campo dal meccanismo europeo di stabilità, che inizierà ad operare il prossimo luglio. Ancora oggi circa il 70% degli irlandesi continua a coltivare il desiderio di un’Irlanda unita. Quindi a Sud del confine si guarda ancora con grande interesse quello che succede a Nord. Per parte sua, Cameron, che ha chiamato fuori il Regno Unito dagli accordi europei, ha messo soldi per salvare le banche di Dublino. In questo periodo di anniversari e di austerity il destino dalla comunità nord-irlandese si gioca sulla capacità di isolare definitivamente i violenti e di coagulare le energie verso i tanti progetti di innovazione messi in campo in questi anni.

Gianfranco Baldini
(Università di Bologna)