Dal Mondo
Loris Zanatta - 10/04/2012
Il Papa a Cuba. Una bomba a tempo?

Commento
 
     Il Pontefice che visita una della residue trincee del comunismo suona ad evento epocale. Tutti, infatti, erano in attesa del gesto, delle parole, degli incontri che avrebbero reso storica la visita a Cuba di Benedetto XVI. E molti speravano che non passasse agli annali come la copia sbiadita di quella che vi realizzò nel 1998 Giovanni Paolo II, che tante aspettative aveva creato, ma nulla di clamoroso causato. Era però improbabile assistere a gesti epocali e udire parole inattese. E non solo perché questo genere di incontri sono perlopiù pianificati in ogni minimo dettaglio. Ma soprattutto perché era a un’isola popolata in gran parte da cattolici che il Papa pensava visitandola. E al suo futuro, verso il quale ha, non a caso, sottolineato che sono già proiettati i cubani. 

     Per valutarne contenuto ed esito, dunque, sarà bene considerare che lunghi sono i tempi della diplomazia ecclesiastica e non meno lunghi quelli della politica cubana. E che opachi sono metodi e finalità dell’una e dell’altra. Entrambe, questo è l’unico aspetto certo, lavorano da anni a un’evoluzione. Il suo fine, però, è per i Castro la conservazione del regime, mentre per la Chiesa la sua graduale e indolore apertura. Lo stesso silente metodo di Chiesa e Stato mira nel fondo a fini agli antipodi. Su tale sfondo, non poteva certo essere il Papa, così cauto e attento agli effetti di lungo periodo d’ogni suo gesto, a gettare nello stagno cubano il sasso capace di far pericolare anni di lento lavorio. Gli anni, per l’appunto, successivi alla visita di Giovanni Paolo II, durante i quali il regime ha riposto il suo ateismo ormai privo d’ancoraggio mondiale e la Chiesa ha recuperato buona parte della sua libertà d’azione; seppur al prezzo di guardarsi bene dall’ergersi a paladina delle libertà civili e politiche. A ben vedere, quindi, è andato in scena a L’Avana un gioco delle parti previsto e prevedibile.

     Non diverso da quello di 14 anni fa. Benedetto XVI ha così invocato libertà, ma nella conciliazione, ossia senza attaccare il regime; ha evocato una società aperta e alluso ai cubani esuli, ma ha lisciato il pelo del castrismo riconoscendo l’orgogliosa resistenza cubana all’embargo statunitense. È vero che prima di giungere sull’isola aveva denunciato il marxismo come un residuo inutile e sbagliato della storia, mettendo così all’indice l’ideologia ufficiale del regime cubano. Ma, finita la Guerra Fredda e scomparso il comunismo universale, la sopravvivenza del castrismo è la miglior prova che sotto la coltre marxista è il nazionalismo cubano a sorreggerne l’impalcatura. E che in quel nazionalismo e nelle sue realizzazioni è spesso una profonda venatura cristiana che ama rintracciare la Chiesa. Ecco allora che a tale nazionalismo e al suo indiscusso totem, José Martí, e al nemico che ogni giorno l’alimenta, gli Stati Uniti, s’è richiamato Raúl Castro rispondendo al Papa. 

     Non certo a Marx e men che meno a Lenin. Tutto, dunque, rimane immobile e risaputo? Nulla cambia nel fondo a Cuba, salvo le tiepide riforme in corso che dispensano libertà economica col contagocce non aprendo nemmeno uno spiraglio a quelle politiche? E nulla può in proposito fare il Papa attuale che non abbia già tentato, senza alcun successo, il suo predecessore? All’apparenza sì. Ma forse solo all’apparenza. Non sempre gli eventi storici appaiono all’istante tali, ma solo col tempo e con la prospettiva che esso dà. E proprio sul tempo punta da anni la Chiesa: sia quella di Roma, sia quella di Cuba. In cosa consiste la sua scommessa? Innanzitutto la Chiesa punta a svolgere un ruolo fondamentale nella formazione della classe dirigente futura, quella che prenderà le redini di Cuba quando la dinastia dei Castro sarà estinta. Perché ciò avvenga ha bisogno di due cose, per ottenere le quali è stata in questi anni disposta a sacrificarne altre, compresa, spesso, l’attenzione verso il dissenso e i dissidenti. Ha bisogno di libertà d’azione, per formare quadri cattolici, di parrocchie e seminari aperti, di bollettini parrocchiali e libero accesso ai fedeli.

     E ha bisogno di dialogo col regime, nella convinzione che non dal nulla emergeranno i nuovi dirigenti, ma in buona parte dalla fucina che ha dominato Cuba per decenni: com’è d’altronde successo alla fine di tanti regimi analoghi. Ciò rinvia però alla seconda, più delicata e sottile scommessa della Chiesa cattolica a Cuba. Caduto il comunismo e ormai evidente la matrice nazionalista del regime, ecco aperta la battaglia culturale, ideologica, spirituale, per definire i tratti essenziali del nazionalismo cubano; per gettare le basi ideali su cui si fonderà un domani l’ordine politico e sociale a Cuba. L’idea che suo caposaldo sia la cattolicità del popolo e della nazione è l’arma che la Chiesa impugna in tale conflitto cruciale benché non dichiarato. Un’arma efficace, a giudicare dal crescente numero di dirigenti comunisti cubani che invocano i precetti evangelici a fondamento delle tanto decantate politiche sociali del regime.

     Se la scommessa del Papa avrà successo, la transizione cubana alla democrazia lascerà a suo tempo delusi molti di coloro che avevano sperato di vederla avvicinarsi agli Stati Uniti e alla loro civiltà liberale. La nuova Cuba continuerà infatti a guardarla a dir poco con sospetto. Se invece dovesse perderla, il rischio sarà di essere apparsa alleata o complice di un regime totalitario; e di perdere a lungo prestigio e influenza, mentre si rinfaccerà al Papa di non aver incontrato dissidenti né Damas de Blanco e all’arcivescovo di L’Avana di aver chiamato la polizia del regime per sloggiare quelli che s’erano riuniti nella Cattedrale.

Loris Zanatta
(Università di Bologna)