Dall'Europa
Michele Marchi - 05/04/2012
Alla ricerca della credibilità (internazionale) perduta

Commento
 
     Sin dal suo insediamento a Palazzo Chigi, Monti ha assunto l’interim del ministero dell’Economia, ma almeno informalmente si è tenuto anche quello del ministero degli Affari esteri. Senza nulla togliere all’altissima professionalità del titolare della Farnesina, il diplomatico di lungo corso Giulio Terzi di Santagata, è risultato sin da subito evidente che ogni decisione politica di Monti sarebbe stata dettata da un obiettivo prioritario: quello di operare per accrescere la credibilità del Paese e ottenere in cambio fiducia internazionale. A partire dai suoi primi passi Monti è parso avere ben chiaro che il suo governo avrebbe dovuto tener conto di tre elementi principali per affrontare le sfide di politica estera. 

     Uno riguardante il lungo periodo: l’Italia non ha ancora del tutto preso atto che in un mondo post-bipolare la sua “rendita di posizione”, determinata dalla posizione geografica, dalla scelta atlantica e da quella europea, ha perso gran parte della sua importanza strategica. Un secondo elemento concerne il medio termine ed è direttamente legato all’eredità degli anni di politica estera gestiti da Silvio Berlusconi. In questo senso le difficoltà di Monti non sono solo legate all’ultimo anno di scandali che ha contribuito a far scendere ai minimi la credibilità del Paese. Monti si è trovato a dover affrontare una vera e propria “privatizzazione” impressa alla politica estera dal suo predecessore. 

     Nel “ventennio berlusconiano” i rapporti istituzionali sono stati oscurati da quelli personali, con la chemistry tra leader divenuta la regola per tarare le relazioni tra l’Italia e il resto del mondo. Infine la sfida più imminente, cioè la necessità di liberare il campo dall’immagine dell’Italia come “uomo malato d’Europa”. Considerate queste tre sfide, Monti sino ad oggi si è mosso, semplificando, su tre fronti principali: quello europeo, quello euro-atlantico e quello asiatico. In ognuno di questi ambiti il Presidente del Consiglio è sempre partito dalla convinzione che la nuova proiezione di politica internazionale non possa prescindere dalla riconquista di una credibilità in larga parte smarrita e che tale credibilità non possa prescindere da una rinnovata coerenza tra scelte di politica interna e scelte di politica estera. Il piano europeo è stato quello sul quale, naturalmente, un tale approccio si è dispiegato in maniera più evidente. 

     Monti, in questi quasi cinque mesi di guida del Paese, ha operato da un lato per convincere (con i provvedimenti economici urgenti e con quelli più meditati sul mondo del lavoro) che l’Italia da parte del problema dell’area euro può tramutarsi in chiave per risolvere questa crisi. Dall’altro, sfruttando l’autorevolezza maturata nei dieci anni trascorsi a Bruxelles come commissario al mercato interno e alla concorrenza, si è candidato a ruolo di mediatore tra i punti di vista per nulla univoci del duo Merkel-Sarkozy. Se dal fronte europeo si passa a quello del rapporto con Washington potrebbe essere facile ascrivere l’operato del nuovo Presidente del Consiglio al tradizionale atlantismo italiano, attitudine peraltro confermata anche dal suo predecessore. 

     Come però è risultato evidente nella visita di Stato di inizio febbraio, Monti si è recato a Washington prima di tutto come “ambasciatore” europeo. Il suo incontro con Obama è stato più un vertice euro-atlantico che un bilaterale tra Roma e Washington. Monti ha reso evidente come anche per il presidente Usa meno “europeo”, la sua rielezione alla Casa Bianca passi per la risoluzione della crisi dell’area euro. Da questo punto di vista Monti si è rivelato l’uomo giusto al momento giusto, dato che lo storico alleato britannico poco può dire sull’area euro, Sarkozy è impegnato in una difficile fase elettorale e l’insistenza di Merkel sul rigore contrasta con quella sulla crescita di Obama. Infine con il suo lungo tour asiatico di fine marzo – inizio aprile, Monti ha cercato di mostrare che l’Italia, almeno da un punto di vista progettuale, possiede una “agenda global” o perlomeno i suoi nuovi vertici politici hanno la volontà di cercare le ricadute virtuose della crescita laddove questa ancora si sta manifestando (ecco spiegata la scelta di prolungare la visita per partecipare al Forum economico di Boao, una sorta di Davos asiatica). 

     L’Italia, insomma, prova ad aprire una finestra di opportunità con quei BRICS, nello specifico con la Cina, unico traino dell’economia mondiale. Lo fa ricordando quanto siano necessari per il Paese investimenti sia diretti, sia in titoli pubblici. Le prime risposte di Pechino paiono positive, bisognerà valutare nei prossimi mesi se la lunga tournée asiatica porterà concretamente ad un riequilibrio, almeno parziale, della bilancia commerciale con la Cina. In definitiva, il percorso avviato da Monti sin dalla nomina a Palazzo Chigi, è partito (ma meglio sarebbe dire ri-partito) da un concetto imprescindibile, per dispiegare una coerente politica estera, in particolare in epoca di globalizzazione e multipolarismo: la credibilità internazionale di un Paese dipende dalla coerenza delle sue politiche interne.
 
     A questo dato devono essere aggiunti altri due principi rilevanti quando si giudica una politica estera: il peso dell’eredità storica e la continuità nelle scelte fondamentali indipendentemente dai cambi di maggioranza governativa. Sul primo punto Monti potrà ancora fare molto nei prossimi mesi, sul secondo e sul terzo sarà il Paese nel suo complesso a dover dimostrare, sul medio-lungo periodo, di essere in grado di uscire dalla consueta logica puramente emergenziale.

Michele Marchi
(Università di Bologna)