Economia / Istituzioni
Gianpaolo Rossini - 29/03/2012
Riuscirà la Grecia a rimanere in eurolandia?

Commento
 
     Marzo 2012 è data storica per la Grecia e per l’Europa. Dopo due anni di incertezze, sofferenze e un maldestro tentativo di salvataggio nel 2010 da parte dei partner di eurolandia la Grecia ha imboccato la strada del parziale fallimento, il primo nella storia dell’Europa unita. Ha chiesto agli investitori privati di accettare una riduzione del valore nominale dei suoi titoli di Stato (haircut) pari a circa il 50%. Ha cambiato i vecchi titoli scontati con buoni di nuova emissione, che offrono rendimenti annuali tra il 2 e il 4% a seconda della scadenza, che va da un minimo di 10 anni ad un massimo di 30 anni. Essendo i tassi di mercato su analoghi bond pubblici greci di molto più alti, questi titoli, che sono al centro dello scambio (swap), incorporano una svalutazione e sono scambiabili sui mercati finanziari ad un prezzo inferiore a quello facciale.
     Diversamente dalla prima manovra di salvataggio cui avevano partecipato con circa 80 miliardi, nell’estate del 2010, gli Stati membri di eurolandia (Germania con 22 miliardi, Francia con 17, Italia con 15, Spagna con 10 e gli altri con quote minori) in questo secondo intervento viene coinvolto soprattutto il settore privato chiamato a sopportare perdite ingenti, pari a circa 120 miliardi. Banche, assicurazioni, intermediari privati, piccoli risparmiatori che si sono avventurati nell’acquisto di buoni greci finiscono per obbedire al principio, più volte sostenuto dalla Germania, del coinvolgimento del settore privato (Private Sector Involvement - PSI) stabilito dall’Ecofin nel luglio 2011 per il quasi-default e salvataggio della Grecia.
     Se nella prima operazione dell’estate del 2010 vi era una presenza esclusiva degli Stati, in questa seconda operazione associata al fallimento vi è un contributo preponderante del settore privato. Con il quasi-fallimento la Grecia è riuscita ad ottenere una sforbiciata pari a circa metà del vecchio debito in mano privata e portare il debito pubblico ad una grandezza pari a circa il 120% del Pil. Lo swap non riguarda però i titoli detenuti da istituzioni ufficiali come la BCE che, a scadenza, incasserà l’intero valore facciale dei buoni sottoscritti.
     Con le decisioni del suo governo tecnico, la Grecia ha intrapreso un percorso di risanamento senza lasciare l’unione monetaria. In una intervista al Financial Times del 18 marzo, il primo ministro Lucas Papademos, in precedenza vicepresidente della BCE, si è detto convinto che questo processo di aggiustamento nella UEM sia meno doloroso di una uscita dall’euro e di un conseguente risanamento finanziario senza Europa. Papademos afferma che la strada intrapresa tutta dentro le istituzioni europee ha il sostegno di una larga maggioranza, a dispetto delle numerosissime manifestazioni e proteste che si susseguono quotidianamente in tutto il paese. 
     Non è facile dire se l’opzione di uscire dall’euro sia effettivamente peggiore rispetto a quella di un lungo percorso di risanamento sotto severa tutela BCE ed UE. E ancor meno serve ricordare che dal 2010 e per circa due anni i due maggiori leader europei avevano sciorinato dichiarazioni alla stampa garantendo che la Grecia non sarebbe mai stata lasciata fallire. Ciò che è comunque cruciale è valutare peso e sostenibilità della strada scelta dato che le misure adottate dal governo greco e le conseguenze del default sono assai pesanti. Alla ristrutturazione del debito pubblico greco partecipano in prima linea gli istituti di credito ellenici per i quali il colpo è durissimo in quanto grandi detentori di titoli di Atene. Le banche elleniche saranno perciò costrette a ricapitalizzare vigorosamente per fare fronte alle perdite implicite nello swap.
      La forte fuga di depositi verso altri paesi, in special modo verso il paradiso fiscale del Lussemburgo, e la ricapitalizzazione delle banche stanno producendo una contrazione della liquidità e del credito con drammatiche conseguenze per un’economia che per il secondo anno consecutivo decresce ad un ritmo pari a circa il 5%. Se poi andiamo ad esaminare le misure imposte dalla troika UE-BCE-Fmi per erogare fondi per circa 130 miliardi, ci accorgiamo che si tratta di politiche socialmente problematiche anche se il governo greco le ha adottate con decisione bipartisan. È prevista infatti una forte cura dimagrante per il settore pubblico che impone la riduzione di circa 15.000 dipendenti pubblici nel solo 2012 e di 150.000 complessivamente entro il 2015. In più si aggiunge la richiesta di decurtazione del salario minimo garantito e l’eliminazione delle tredicesime.
     Il tutto per ottenere una discesa dei salari nominali attorno al 20%. È difficile pensare ad un piano socialmente più gravoso e sorge qualche dubbio sulla opportunità per la Grecia di rimanere dentro all’euro. Con un’economia in caduta libera la base imponibile è sempre più debole e incapace di aiutare il risanamento dei conti pubblici. Le banche non sono in grado di finanziare una crescita sostanziosa che sarebbe necessaria per portare il paese fuori dalle secche di default seriali. Infine le incognite sulla sostenibilità sociale restano numerose. Certo, il popolo greco gode di una coesione nazionale tra le più spiccate in Europa e ciò depone a favore di una reazione vigorosa, ma miracoli non sono all’orizzonte.
     Il nodo resta quello, più volte sottolineato in questo osservatorio, ovvero il disavanzo nei conti con l’estero della Grecia, segnale di forte disagio con la moneta unica. Abbiamo un euro che purtroppo neppure le peggiori tempeste finanziarie riescono a portare a quotazioni compatibili con la competitività internazionale in affanno di molti paesi della sponda sud, Francia compresa.

Gianpaolo Rossini
(Università di Bologna)