Elezioni / Referendum
Riccardo Brizzi - 26/03/2012Eliseo 2012: Marine Le Pen in difficoltà

La campagna del Front National è un affare di famiglia. Dopo i 33 anni nei quali Jean-Marie Le Pen si è immancabilmente presentato alle presidenziali (solo nel 1981 non riuscì a raccogliere i 500 «parrainages» necessari per la candidatura), è ora la volta della figlia Marine, che dal gennaio 2011 guida il partito. Al suo fianco la sorella maggiore Marie-Caroline che, dopo avere rotto con il padre nel 1998 per seguire gli «scissionisti» di Bruno Mégret (fondatore del Mouvement national républicain), è tornata nella scuderia di famiglia lo scorso anno. Marine può peraltro contare anche sulla collaborazione del proprio compagno, Louis Aliot, già alla testa del gabinetto di Jean-Marie e attuale direttore del comitato elettorale di cui fa parte anche la nipote ventunenne Marion Maréchal-Le Pen (candidata del FN alle prossime legislative, nel collegio di Carpentras).
A meno di un mese dal primo turno, tuttavia, qualcosa nella consolidata macchina elettorale del FN sembra essersi inceppato. La candidata continua a denunciare con vigore un «sistema» gestito in maniera consociativa dai due maggiori partiti di governo (ribattezzati «Umps»), ma nonostante le percentuali ancora piuttosto elevate attribuite dai sondaggi (si va dal 13,5% di Csa al 17,5% di Ifop), la tenuta in determinati settori dell’elettorato (tra gli operai i consensi raggiungono il 27%) e la credibilità personale (il 68% dei francesi la ritiene «più credibile» di suo padre, percentuale che sale all’87% tra gli elettori del FN), la distanza dal tandem di testa si scava inesorabilmente. L’ingresso in campagna di Sarkozy ha progressivamente marginalizzato la candidata del FN (che oggi lo insegue a una decina di punti di distanza), costringendola a trovare nuovi temi per smarcarsi dall’ingombrante rivale.
Il primo colpo ad effetto di Marine Le Pen è stato, alla vigilia del Salone internazionale dell’Agricoltura (tenutosi a Parigi dal 25 febbraio al 4 marzo), l’annuncio di un procedimento giudiziario contro alcune aziende della grande distribuzione per «truffa sulla merce», dal momento che – all’insaputa dei consumatori – tutta la carne venduta nell’Ile-de-France sarebbe halal, cioè macellata con il rituale islamico. La rapidità con cui il governo si è appropriato della questione, rilanciando il dibattito sull’opportunità di etichettare le carni a seconda se provengano da macellerie halal o tradizionali (il ministro dell’Interno Claude Guéant ne ha approfittato per dichiarare che «non tutte le civiltà si equivalgono»), ha convinto Marine Le Pen a concentrarsi su un altro terreno, quello dell’antieuropeismo.
Dopo mesi di indiscrezioni, mercoledì 21 marzo, la candidata del FN ha ufficializzato l’intenzione, attraverso la presentazione brochure di 16 pagine che sarà distribuita in 8 milioni di copie, di sottoporre a referendum il progetto di uscita della Francia dall’euro in caso di elezione all’Eliseo. L’idea di un referendum sull’euro, peraltro non presente nel programma iniziale illustrato lo scorso novembre, avrebbe dovuto permettere alla candidata del FN di occupare il terreno sulle questioni economiche, ma si è rivelata poco redditizia: tutti i sondaggi indicano infatti come il ritorno al franco non seduca che una minoranza di francesi (30% secondo la rilevazione effettuata da Tns-Sofres a gennaio;18% secondo Bva a marzo).
Incapace di estendere il proprio margine di azione al di là dei tradizionali temi dell’immigrazione e della sicurezza, Marine Le Pen affida oggi le residue speranze di rilanciare la propria campagna all’emozione suscitata dalle tragiche vicende di Tolosa e alla proposta (vecchio cavallo di battaglia del padre) di reintrodurre – via referendum – la pena di morte. La memoria corre immediatamente ai fatti del luglio 1995: in quell’occasione si erano tenute elezioni legislative parziali all’indomani dell’attentato rivendicato dal Gruppo islamico armato (Gia) algerino alla stazione Saint-Michel di Parigi, e il Front National aveva incrementato sensibilmente i propri consensi in alcune località come Nancy o Neuilly-sur-Seine.
Lo scenario, tuttavia, oggi pare differente: le prime rilevazioni indicano come a beneficiare in termini elettorali della vicenda sia piuttosto il presidente candidato, mentre Marine Le Pen resta in debito d’ossigeno, tallonata dal candidato della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon, che le contende il terzo gradino del podio. A quattro settimane dal voto nessuno sembra in grado di ostacolare il duello annunciato tra Nicolas Sarkozy e François Hollande, che gestiscono incontrastati il ritmo e l’agenda di una campagna elettorale nella quale entrambi hanno deciso di insistere sui fondamentali: l’inossidabile «lavoro, famiglia, patria» per Sarkozy e l’immancabile binomio «giustizia e solidarietà» per il candidato socialista.
Nonostante il forte vento di antipolitica che teoricamente dovrebbe favorire le candidature «anti-sistema» (sommando le intenzioni di voto di Marine Le Pen e dei due candidati trotzkisti si raggiunge appena un quarto dell’elettorato) l’antica frattura destra-sinistra dimostra di resistere all’usura del tempo.
Riccardo Brizzi
(Università di Bologna)
A meno di un mese dal primo turno, tuttavia, qualcosa nella consolidata macchina elettorale del FN sembra essersi inceppato. La candidata continua a denunciare con vigore un «sistema» gestito in maniera consociativa dai due maggiori partiti di governo (ribattezzati «Umps»), ma nonostante le percentuali ancora piuttosto elevate attribuite dai sondaggi (si va dal 13,5% di Csa al 17,5% di Ifop), la tenuta in determinati settori dell’elettorato (tra gli operai i consensi raggiungono il 27%) e la credibilità personale (il 68% dei francesi la ritiene «più credibile» di suo padre, percentuale che sale all’87% tra gli elettori del FN), la distanza dal tandem di testa si scava inesorabilmente. L’ingresso in campagna di Sarkozy ha progressivamente marginalizzato la candidata del FN (che oggi lo insegue a una decina di punti di distanza), costringendola a trovare nuovi temi per smarcarsi dall’ingombrante rivale.
Il primo colpo ad effetto di Marine Le Pen è stato, alla vigilia del Salone internazionale dell’Agricoltura (tenutosi a Parigi dal 25 febbraio al 4 marzo), l’annuncio di un procedimento giudiziario contro alcune aziende della grande distribuzione per «truffa sulla merce», dal momento che – all’insaputa dei consumatori – tutta la carne venduta nell’Ile-de-France sarebbe halal, cioè macellata con il rituale islamico. La rapidità con cui il governo si è appropriato della questione, rilanciando il dibattito sull’opportunità di etichettare le carni a seconda se provengano da macellerie halal o tradizionali (il ministro dell’Interno Claude Guéant ne ha approfittato per dichiarare che «non tutte le civiltà si equivalgono»), ha convinto Marine Le Pen a concentrarsi su un altro terreno, quello dell’antieuropeismo.
Dopo mesi di indiscrezioni, mercoledì 21 marzo, la candidata del FN ha ufficializzato l’intenzione, attraverso la presentazione brochure di 16 pagine che sarà distribuita in 8 milioni di copie, di sottoporre a referendum il progetto di uscita della Francia dall’euro in caso di elezione all’Eliseo. L’idea di un referendum sull’euro, peraltro non presente nel programma iniziale illustrato lo scorso novembre, avrebbe dovuto permettere alla candidata del FN di occupare il terreno sulle questioni economiche, ma si è rivelata poco redditizia: tutti i sondaggi indicano infatti come il ritorno al franco non seduca che una minoranza di francesi (30% secondo la rilevazione effettuata da Tns-Sofres a gennaio;18% secondo Bva a marzo).
Incapace di estendere il proprio margine di azione al di là dei tradizionali temi dell’immigrazione e della sicurezza, Marine Le Pen affida oggi le residue speranze di rilanciare la propria campagna all’emozione suscitata dalle tragiche vicende di Tolosa e alla proposta (vecchio cavallo di battaglia del padre) di reintrodurre – via referendum – la pena di morte. La memoria corre immediatamente ai fatti del luglio 1995: in quell’occasione si erano tenute elezioni legislative parziali all’indomani dell’attentato rivendicato dal Gruppo islamico armato (Gia) algerino alla stazione Saint-Michel di Parigi, e il Front National aveva incrementato sensibilmente i propri consensi in alcune località come Nancy o Neuilly-sur-Seine.
Lo scenario, tuttavia, oggi pare differente: le prime rilevazioni indicano come a beneficiare in termini elettorali della vicenda sia piuttosto il presidente candidato, mentre Marine Le Pen resta in debito d’ossigeno, tallonata dal candidato della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon, che le contende il terzo gradino del podio. A quattro settimane dal voto nessuno sembra in grado di ostacolare il duello annunciato tra Nicolas Sarkozy e François Hollande, che gestiscono incontrastati il ritmo e l’agenda di una campagna elettorale nella quale entrambi hanno deciso di insistere sui fondamentali: l’inossidabile «lavoro, famiglia, patria» per Sarkozy e l’immancabile binomio «giustizia e solidarietà» per il candidato socialista.
Nonostante il forte vento di antipolitica che teoricamente dovrebbe favorire le candidature «anti-sistema» (sommando le intenzioni di voto di Marine Le Pen e dei due candidati trotzkisti si raggiunge appena un quarto dell’elettorato) l’antica frattura destra-sinistra dimostra di resistere all’usura del tempo.
Riccardo Brizzi
(Università di Bologna)
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