Dal Mondo
Mario Del Pero - 13/02/2012
L’anti-europeismo repubblicano

Commento
 
Un profluvio di attacchi all’Europa e agli europei ha finora contraddistinto le primarie repubblicane. Obama, ha affermato il favorito Mitt Romney, “trae la sua ispirazione dalle capitali europee” e non, come i repubblicani, dalle “città e dai piccoli paesi dell’America”. Questo guardare all’Europa rischia di “avvelenare il vero spirito americano” e trasformare gli Stati Uniti in un “welfare state in stile europeo”. Su questo, e ormai solo su questo, sembrano essere d’accordo i suoi principali avversari. Per Rick Santorum, Obama sta “cercando di imporre un qualche tipo di socialismo europeo agli Stati Uniti”. Newt Gingrich, al solito, riesce ad essere simultaneamente più sofisticato, iperbolico e brutale: negli Usa, afferma l’ex speaker della Camera, sta gradualmente emergendo un abominevole “socialismo secolare di stile europeo”. Queste elezioni, sostiene Gingrich, sono un referendum per dare “agli americani la possibilità di scegliere” se essere europeizzati o “rimanere la storica America, che più di qualsiasi altro paese ha dato un’opportunità a tutti”. La “macchina socialista-secolare” di Obama e dei democratici “rappresenta una minaccia per l’America grande quanto lo sono state la Germania nazista o l’Unione Sovietica”. Le elezioni, in particolare le primarie, non aiutano la sobrietà e il buon senso. I toni sono esasperati, la contrapposizione feroce, lo stereotipo sempre dietro l’angolo. E però le lancette sembrano davvero essere tornate al 2002, quando l’opposizione di alcuni paesi europei alla guerra in Iraq e l’anti-americanismo che spesso l’accompagnava alimentavano negli Usa uno speculare e grossolano anti-europeismo, cui finì per dar voce il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, contrapponendo la “nuova” e fresca Europa post-comunista alla “vecchia” (e ipocrita) Europa franco-tedesca, che guidava il fronte anti-intervento. Perché l’Europa sta svolgendo questa funzione di punching-ball nella campagna elettorale repubblicana? Per qual motivo, come già John Kerry nel 2004, Romney è addirittura costretto a nascondere la sua conoscenza della lingua francese, nel timore che gli possa nuocere alle urne? Almeno tre spiegazioni possono essere offerte al ritorno di questo anti-europeismo. La prima si lega alla funzione che storicamente l’Europa ha avuto per gli Stati Uniti e il loro nazionalismo. Propaggine, proiezione ed espressione della stessa Europa, gli Stati Uniti si sono costruiti, percepiti e rappresentati in opposizione e alterità rispetto all’Europa medesima: al suo conservatorismo; al suo immobilismo; alla sua insufficiente attenzione per le libertà individuali; a lungo (ma non per sempre) al suo congenito bellicismo. Sull’eccezionalità della nazione statunitense, i candidati repubblicani hanno calcato a dir poco la mano. Romney, nel presentare il suo team di consiglieri di politica estera, ha ribadito la necessità che anche “il XXI secolo” sia un secolo “americano”. “Dio” – ha affermato Romney – non “ha creato” gli Stati Uniti affinché essi siano una “potenza tra le altre”. Gli Stati Uniti rimangono “un paese eccezionale con una posizione e un destino unici”. Dentro questo discorso nazionalista ed eccezionalista, l’Europa non può che avere un ruolo: non tanto quello del nemico, quanto quello dell’”altro” in opposizione al quale si definisce se stessi e la propria identità. Un secondo elemento è collegato alle attuali difficoltà europee. Che i repubblicani cercano di sfruttare per attaccare Obama, accusandolo di insufficiente patriottismo, di statalismo e, appunto, di voler importare gli screditati modelli di socialismo europeo, a partire dalla sanità. Un modello – affermano i repubblicani – che nella crisi europea corrente rivelerebbe tutti i suoi limiti e le sue deficienze. Continuando le politiche di Obama, ha sostenuto qualche settimana fa Romney, gli Usa rischiano a breve di confrontarsi con “una crisi finanziaria non dissimile da quella della Grecia e dell’Italia”. Le difficoltà dell’Europa possono essere così brandite contro Obama, il presidente non-americano e, appunto, simil-europeo. Questo ci porta al terzo e ultimo fattore: la paura. Paura del declino degli Stati Uniti e di un stravolgimento della loro identità. Paura del mondo e desiderio, irrealistico ma potente, di potersi richiudere entro un’impermeabile fortezza americana. Timori comprensibili, visti i problemi e le sofferenze imposti dalla crisi del 2007-8; e diffusi tra chi, dalla globalizzazione, sente di aver perso di più. Tra chi individua un legame tra il presunto declino degli Stati Uniti e la loro trasformazione culturale, demografica e politica. Obama – “presidente-mondo” che queste trasformazioni incarna e simboleggia – diventa bersaglio facile, come ha rivelato la discussione sul suo certificato di nascita, e quindi sulla sua “non-americanità”, di qualche tempo fa. I suoi avversari non possono ovviamente scendere così in basso e si limitano a presentarne il cosmopolitismo come forma di “europeità”. Ad accusare Obama di voler trasformare gli Usa in un pezzo di Europa. Quella Europa da cui gli Usa sono nati; quella Europa alla quale sono legati da alleanze e interdipendenze profondissime; quella Europa che, con buona pace dei repubblicani, si continua a respirare in ogni città americana.

Mario Del Pero
(Università di Bologna)