Analisi
Austria-Belgio Maggio-Giugno 2010

 
di Furio Ferraresi
Versione in PDF (38 KB)

AUSTERITA’ O CRESCITA? L’EUROPA AL BIVIO DELLA CRISI

1.    L'Ue alla ricerca della politica
Nel bimestre maggio-giugno la stampa austriaca e belga ha affrontato numerose questioni di rilevanza europea: dal sessantesimo anniversario della Dichiarazione Schuman (9 maggio 1950) (1) alle elezioni politiche in Gran Bretagna (2) e Olanda (3); dal G20 di Toronto (4) alla ridefinizione del ruolo della Turchia in Medio Oriente (5). Ma a monopolizzare l'attenzione dei commentatori sono state la crisi economico-finanziaria e, in Belgio, le conseguenze delle elezioni politiche anticipate del 13 giugno. Per quanto riguarda il primo tema, la novità è stata la decisione presa il 9 maggio dai Ventisette di creare un fondo di 750 miliardi di euro per la stabilizzazione dei Paesi a rischio, a cominciare dalla Grecia. Alcuni osservatori hanno interpretato la risoluzione come salvifica per un'Europa che dopo troppi mesi di rinvii, dovuti soprattutto all'ostruzionismo tedesco (6), avrebbe finalmente dimostrato di avere una guida; altri, invece, l'hanno interpretata come un atto dettato dal panico, destinato a confermare l'idea di un'Europa fuori controllo e a favorire così la recrudescenza della speculazione (7). Ha ragione Jean-Paul Fitoussi quando afferma che la decisione dell'Ue "risolve tutto e niente nello stesso tempo: "tutto" perché il piano afferma il principio della solidarietà di bilancio tra i Paesi dell'eurozona, ponendo così un argine alla speculazione; "niente" perché la zona euro non ha ancora una governance economica comune e quindi la decisione, essendo ancora il frutto dell'accordo contingente tra i capi di Stato e di governo, non può assumere rilievo "costituzionale" (8). Ma la questione decisiva è ora quella relativa all'alternativa tra austerità e crescita economica. Se mettiamo in fila gli eventi che hanno condotto all'attuale crisi nei Paesi dell'eurozona, dobbiamo partire dalla crisi finanziaria americana dei mutui subprime. Essa è stata il detonatore di una crisi sistemica che ha coinvolto l'intero sistema del capitalismo globale. L'Amministrazione americana ha risposto con il salvataggio del mercato del credito attraverso un consistente intervento pubblico, che ha fatto lievitare il deficit. Ma il virus dei prodotti tossici non conosce confini e i crediti non sicuri concessi dalle banche hanno indotto una sfiducia generalizzata sui mercati, che ha avuto come secondo epicentro l'Europa. Il caso greco si colloca in questo contesto, dimostrando quali rischi implichino non solo l'eccessivo indebitamento degli Stati ma anche una speculazione che prendendo di mira i debiti sovrani dei singoli Paesi rende loro difficoltoso finanziarsi sui mercati. La risposta europea, incentrata sulla necessità di ridurre i disavanzi di bilancio riducendo la spesa pubblica, rischia di avere ricadute assai negative sulla crescita economica e sulla disoccupazione, trasformando la recessione in una vera e propria depressione (9). L'esito finale di questo processo potrebbe essere una deflazione che comprimendo la domanda vanifica la ripresa, solo dalla quale possono derivare un aumento delle entrate degli Stati e quindi il risanamento dei loro bilanci.  Il test di resistenza cui è stata sottoposta la zona euro ha per il momento prodotto la divisione in due dell'Europa: da un lato i fautori del risamento delle finanze pubbliche e del rigore fiscale, capeggiati dalla Germania; dall'altro i sostenitori di un maggiore equilibrio tra le esigenza del pareggio di bilancio e il sostegno alla domanda, capeggiati dalla Francia e sensibili al modello americano. Quest'ultima opzione tiene ovviamente conto sia della solidarietà tra i Paesi dell'Ue sia della necessaria convergenza dei loro sistemi fiscali ed economici. Si tratta di una prospettiva che presuppone una più corente integrazione politica dell'Europa, da cui solo potrebbe nascere l'auspicato governo comune dell'economia (10). Ma il problema fondamentale resta quello della crescita troppo debole dell'economia europea rispetto a quella statunitense e soprattutto a quella dei Paesi emergenti, che rischia di marginalizzare ulteriormente il Vecchio continente nel teatro internazionale (11).

2. Le elezioni in Belgio e le incognite di una Presidenza dimezzata
Le elezioni belghe del 13 giugno hanno avuto un esito per certi versi scontato, per altri imprevisto. Ci si aspettava, infatti, il successo dei nazionalisti della Nuova alleanza fiamminga (N.Va) di Bart De Wever, ma non nella misura in cui esso si è realizzato (28,3%). Ancor meno ci si attendeva un trionfo così netto del Partito socialista (Ps) in Vallonia (36,6%) (12). L'unica formula politica che dispone, sulla carta, della maggioranza necessaria a mettere mano alla tanto auspicata riforma dello Stato federale è la cosiddetta coalition calque, che ricalca a livello federale le maggioranze regionali, ossia l'Olivier vallone-brussellese (Cdh, Ps, Ecolo) e la coalizione di governo fiamminga (Cd&V, Sp.a, N.Va), ossia un'alleanza tra cristiano-democratici, sia fiamminghi sia valloni, socialisti, sia fiamminghi sia valloni, Verdi valloni ed eventualmente fiamminghi, e nazionalisti fiamminghi (13). Il re Alberto II ha nominato De Wever "informatore", con il compito di sondare le possibilità di costituire un governo federale, mentre entro breve dovrà nominare un "formatore", ossia un vero e proprio candidato alla guida dell'esecutivo. La prassi costituzionale vorrebbe che a formare il governo fosse il vincitore delle elezioni, ma non è scontato se per "vincitore" si debba intendere il partito che ha preso più voti o la famiglia politica più rappresentata in Parlamento: nel primo caso, la scelta dovrebbe cadere sulla N.Va, che ha un seggio in più dei socialisti valloni (27 contro 26); nel secondo caso, invece, sarebbero favoriti i socialisti che, sommando quelli ottenuti dal Ps a quelli ottenuti dall'omologo fiammingo Sp.a, totalizzano 39 seggi. Elio Di Rupo potrebbe così diventare il primo premier francofono dopo circa trent'anni (14). La campagna elettorale è stata dominata dai temi "comunitari", mentre la crisi economica è rimasta sullo sfondo. O, meglio, è stata anch'essa giocata in chiave nazionalistica, visto che la principale rivendicazione di De Wever è lo stop ai trasferimenti di risorse dal Nord al Sud e il suo principale argomento è la non convenienza per le Fiandre di permanere in uno Stato che ha il terzo debito pubblico d'Europa. Ora tutto dipenderà dalla reale volontà di De Wever di raggiungere un accordo con i francofoni sulla riforma dello Stato, ma anche su almeno altre due scottanti questioni: quella della circoscrizione bilingue di Bruxelles-Hal-Vilvorde, che i nazionalisti vorrebbero smembrare in base a un rigido criterio di "territorialità", e i valloni invece mantenere per tutelare i diritti "individuali" dei residenti francofoni, e quella della regione di Bruxelles, che i nazionalisti fiamminghi vorrebbero declassare a una sorta di "distretto federale", contro la volontà dei francofoni, sebbene tra le fila di questi ultimi sia circolato durante la campagna elettorale un fantomatico "piano B" che prevede l'accorpamento della regione di Bruxelles alla Vallonia (15). Durante la campagna elettorale De Wever ha evocato l'"evaporazione" del Belgio come esito obbligato di un nuovo, eventuale, fallimento del nogoziato. Nelle prime dichiarazioni rese dopo la vittoria elettorale ha però smorzato i toni, parlando di "mano tesa" ai francofoni e della necessità di raggiungere un "consenso generale" sulle linee guida della riforma dello Stato (16). È interessante notare come le rivendicazioni di maggiori competenze in materia fiscale e sociale per le Fiandre si accompagnino, da parte della N.Va, a un dichiarato filoeuropeismo, anomalo nel panorama dei partiti populisti europei. I nazionalisti, infatti, immaginano una doppia "evoluzione" del Belgio, cui corrisponderebbe una doppia "devoluzione" di poteri: verso le Fiandre indipendenti, con il trasferimento di competenze federali dall'alto al basso e dal centro alla periferia, e verso l'Ue, con il trasferimento di competenze dal basso all'alto, dallo Stato federale all'Ue. Come risultato di questo doppio movimento il Belgio sarebbe destinato, nel lungo periodo, a "estinguersi". Nel breve periodo, invece, la prospettiva più credibile appare quella di un assetto confederale tra Fiandre e Vallonia, o di un "federalismo minimo" (17). De Wever, infatti, pensa che i costi del federalismo belga siano troppo alti rispetto ai benefici che le Fiandre possono trarne e che il Belgio sia troppo piccolo e indebitato per rappresentare un valore aggiunto in grado di esercitare una forza di attrazione centripeta. Il paradosso, messo efficacemente in luce su Le Soir da Gaëtane Ricard-Nihoul di Notre Europe, è che se anche le Fiandre saranno un giorno indipendenti continueranno ad aiutare la Vallonia attraverso i fondi strutturali europei (18).       In questo contesto si colloca l'assunzione della Presidenza semestrale del Consiglio dell'Ue da parte del Belgio. Il paradosso è quello di vedere alla guida di un'Europa alla ricerca di maggiore coesione politica un Paese nel quale si agitano forze centrifughe che ne mettono in discussione l'unità e nel quale il governo di Yves Leterme è in carica solo per gli "affari correnti" (19). La principale priorità politica del Belgio sarà probabilmente quella di lasciare spazio a Herman Van Rompuy e a Catherine Ashton, favorendo l'implementazione del loro nuovo ruolo istituzionale (20). Il rischio che quella belga sia una Presidenza dimezzata diminuisce in proporzione alla diminuzione del ruolo di quest'ultima nella nuova architettura dell'Unione, ma è anche vero che mai come in questo momento vi sarebbe bisogno di un chiaro segnale in direzione del rafforzamento del "metodo comunitario" e un'inversione di tendenza rispetto alle pulsioni sovraniste e nazionaliste che negli ultimi mesi hanno preso il sopravvento. Inoltre, come ricorda Van Rompuy, la Presidenza semestrale "ha un alto valore simbolico perché avvicina la popolazione all'idea di Europa" (21). 

(1) V. Leblanc (intervista a M. Gallo), Lâcher l'UE? Un "scandale", La Libre Belgique, 08-05-2010; H. Van Rompuy, Pourquoi l'Europe a besoin de vous, Le Soir, 08-05-2010.(2) G. Sanader, Labour oder das Ende des Dritten Weges, Der Standard, 12-05-2010.
(3) H. Hetzel, Niederlande: Die Qual der Wahl nach der Wahl, Die Presse, 10-06-2010; H. Rauscher, Die "chancenlose Immigration", Der Standard, 12-06-2010; Ch. Lamfalussy, La vague Wilders, La Libre Belgique, 11-06-2010; P. Martin, Les Pays-Bas, c'est un peu chez nous, Le Soir, 11-06-2010.
(4) A. Szigetvari, Scheingefechte und Gruppenfotos, Der Standard, 28-06-2010; P.-F. Lovens, G20 en perte de vitesse, La Libre Belgique, 28-06-2010; R. Kühnel, Europa ist keine Insel, Die Presse, 23-06-2010.
(5) G. Hoffmann-Ostenhof, Held Erdogan, Profil, 21-06-2010.
(6) W. Bourton (intervista a A. Sapir), "Le discours d'Angela Merkel est légitime", Le Soir, 19-05-2010.
(7) J. Urschitz, Wenn Eurolenkern der Steuerknüppel entgleitet, Die Presse, 12-05-2010; H. Rauscher, Einige schlichte Fragen zur Eurokrise, Der Standard, 12-05-2010.
(8) D. Berns (intervista a J.-P. Fitoussi), "Les Européennes paieront la crise dans leur chair", Le Soir, 12-05-2010.
(9) M. Amon, Wir haben unter unseren Verhältnissen gelebt!, Der Standard, 29-05-2010; P.-H. Thomas, Voilà la preuve de l'importance de l'Europe, Le Soir, 27-05-2010.
(10) M. Labaki (intervista a G. Verhofstadt), "On garde ce qui n'a pas marché", Le Soir, 30-06-2010.
(11) F. Algieri, Die EU verweilt in der Selbstmarginalisierung, Wiener Zeitung, 24-06-2010.
(12) B. Delvaux, Elire une nouvelle Belgique, Le Soir, 12-06-2010; F. Van de Woestyne, Le meilleur, La Libre Belgique, 12-06-2010; B. Delvaux, Un choc, une menace, une opportunité, Le Soir, 14-06-2010; V. Slits, Tournant, La Libre Belgique, 14-06-2010.
(13) P. Bouillon, Les diverses coalitions possibles, Le Soir, 16-06-2010.
(14) D. Coppi, V. Lamquin, Elio Di Rupo sera-t-il Premier ministre?, Le Soir, 16-06-2010.
(15) V. Lamquin, Plan B: une Fédération Wallonie-Bruxelles, Le Soir, 10-06-2010.
(16) M. Buxant, F. Van de Woestyne (intervista a B. De Wever), "La N-VA veut faire des économies, le Ps veut dépenser", La Libre Belgique, 15-06-2010.
(17) D. Berns (intervista a J.-Y. Camus), "Votre avenir? Un Etat fédéral a minima", Le Soir, 15-06-2010.
(18) D. Berns (intervista a G. Ricard-Nihoul), "Le revendication régionale a toujours été considérér comme relevant des Etats", Le Soir, 17-06-2010.
(19) S. Verhest, Un bain d'Europe, La Libre Belgique, 01-07-2010; O. le Bussy, Pourquoi la présidence belge reste importante, La Libre Belgique, 29-06-2010.
(20) M. Labaki, Ne pas oublier quelle Europe nous voulons vraiment, Le Soir, 01-07-2010.
(21) M. Labaki, La présidence tournante, pour quoi faire?, Le Soir, 30-06-2010.