Analisi
Gran Bretagna Maggio-Giugno 2010
di Gianfranco BaldiniGran Bretagna Maggio-Giugno 2010
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CAMERON CERCA ALLEATI, ANCHE IN EUROPA
Questo in Gran Bretagna è stato soprattutto il bimestre delle elezioni, che per la prima volta da quasi 40 anni non hanno dato a nessun partito la maggioranza assoluta di seggi. La coalizione al governo non è quella che un certo tipo di stampa voleva, cioè la già sperimentata alleanza tra laburisti e liberali (vista, seppur brevemente e con esiti non felici, alla fine degli anni settanta, oltre che in Scozia qualche anno fa). Cameron ha coronato il suo sogno di ascesa a Downing Street, coltivato fin dalla sua elezione al vertice dei conservatori alla fine del 2005. Ma il suo vice è Nick Clegg, leader dei lib-dem che, dopo essere stato la star della campagna elettorale, è riuscito a capitalizzare un risultato tutto sommato modesto (un po' più voti, ma meno seggi rispetto alle elezioni del 2005) portando al governo quasi la metà del suo gruppo parlamentare. E che, ancora pochi giorni prima del voto, vantava posizioni agli antipodi rispetto a Cameron su Europa e immigrazione. In queste settimane la stampa si è molto concentrata sul voto del 6 maggio e sulle prime azioni del nuovo governo, che ha subito dovuto predisporre un severo piano di risanamento finanziario (1). Ma si è dato anche grande risalto al debutto di Cameron in Europa, che ha smentito almeno alcuni dei timori della vigilia. Meno di un anno fa il leader aveva molto indispettito Merkel e Sarkozy ritirando i conservatori dal PPE. In seguito aveva continuato a stigmatizzare l'approvazione del trattato di Lisbona, rimarcando i propositi di "rimpatrio dei poteri da Bruxelles", cifra distintiva della retorica conservatrice sull'Europa da oltre 10 anni. Come conciliare questa posizione con l'eurofilia di Clegg? Forse ricordando la pericolosità della issue Europa per il partito di Cameron, che nella sua ultima esperienza di governo proprio su di essa si spaccò, di fatto aprendo la strada ai 13 anni di governo laburista.1. Prima del voto...
Come è noto la stampa britannica si schiera prima delle elezioni. Gli endorsement elettorali erano stati abbastanza rappresentativi del clima di opinione prevalente alla vigilia del voto. Se si fa eccezione per quelli da tempo apertamente schierati con Cameron (il Daily Telegraph è stato conservatore anche quando, nei primi anni del New Labour, molti sostennero Blair), è da notare la conversione di Times (che non sosteneva i Tories dal 1992) e Financial Times (2), oltre che dell'Economist, dal Labour a Cameron, mentre più elaborata era la posizione di Independent (nella sua versione domenicale) e Guardian, che invitavano a scegliere strategicamente, da collegio a collegio, in funzione anti-Tory (3). Leggendo questi articoli si capiva come nel corso della campagna elettorale il margine di vantaggio dei Tories nei sondaggi si fosse pericolosamente ridotto. La prospettiva di una coalizione era però soprattutto pensata in termini lab-lib. E proprio sulle questioni europee sembrava che il divario tra conservatori e lib-dem fosse incolmabile. Invece...
2. Un tandem a Downing Street
Sul Financial Times, lo storico Peter Clarke ha paragonato la neonata coalizione all'eruzione del vulcano islandese: non era prevedibile, non si riteneva potesse durare, tutti pensavano fosse un disastro (4). Certo le coalizioni sono qualcosa di praticamente ignoto alla politica britannica degli ultimi 70 anni. Erano quasi la regola nel mezzo secolo tra 1885 e 1931, mentre il Labour nasceva e metteva progressivamente all'angolo i liberali. L'elettore medio britannico di oggi non ha quindi ricordi di tandem o coabitazioni al governo. Ecco allora i quotidiani a rispondere a domande ingenue dei lettori: i due partiti si fonderanno? Ovvio che no, e hanno anche conservato i rispettivi candidati nell'elezione suppletiva del 27 maggio nel collegio di Thirsk e Malton che ha portato al plenum del parlamento. Semmai quello che è sembrato da subito in gioco è la capacità dei due leader di dare forma concreta allo slogan della New Politics. Che, nel caso dei rapporti con i partner europei, significa soprattutto trovare un compromesso accettabile tra le posizioni distanti dei due partner di coalizione. Che hanno un ruolo importante in questo governo anche perché rappresentano le ali centrali dei rispettivi partiti: con il loro protagonismo sono riusciti finora a mettere in secondo piano le differenze tra Tories e lib-dem.Sull'Europa, come hanno sottolineato gli osservatori più attenti, Cameron è fortunato. Certamente l'ala euroscettica del partito vigilerà, e si farà sentire nei prossimi mesi. Ma è stata proprio l'alleanza con Clegg a permettergli di sposare il pragmatismo che ha portato l'accordo di coalizione a fare marcia indietro su alcuni temi centrali della campagna conservatrice, come gli ulteriori opt-out sulla giustizia o la carta dei diritti umani, mentre l'idea di esaminare il progetto per uno Uk Sovereignty Act molto probabilmente significa il suo accantonamento. Allo stesso tempo Cameron può affermare di aver mantenuto tre promesse fondamentali, che in realtà oggi non gli costano praticamente nulla: star fuori dall'euro, la necessità che non si possano approvare leggi a maggioranza senza una pronuncia di Westminster (ma è di fatto già così), che vi sia un referendum nel caso di un nuovo trattato europeo: ma chi ci pensa oggi, dopo il travaglio di Lisbona? (5). Intanto, le due altre importanti elezioni del bimestre dopo quelle britanniche, in Olanda e Belgio, hanno visto in un caso la crescita dell'estrema destra, nell'altro la seria prospettiva di una frattura del paese (6). Qualunque partito stia al governo, in Gran Bretagna il tema generale rimane però sempre quello: il sentirsi con un piede dentro e uno fuori dall'Europa. Secondo Garton Ash, la Gran Bretagna non si può chiamare fuori, visto che il prestito concesso alla Grecia ai primi di maggio è garantito sul budget europeo al quale contribuisce. L'ex cancelliere Darling, come sua ultima mossa, ha dato il via libera al piano, pur escludendo un contributo diretto del paese, in ciò differenziandosi da Polonia e Svezia che, pur non essendo nell'eurozona, vi hanno partecipato (7). Ai primi di giugno l'Economist sollecitava il governo Cameron a riflettere in modo serio sulle implicazioni degli opt out, sulle conseguenze del chiamarsi fuori e di un rapporto che, dopo tredici anni di governo conservatore, rimane ambivalente (8). Prendendo alla lettera l'accordo di coalizione sembrava in generale che i conservatori avessero prevalso sui temi europei, con i già citati no all'Euro (né a preparativi per la sua introduzione), o a ogni ulteriore cessione di sovranità, con referendum su ogni possibile futuro trattato, difesa dell'interesse nazionale nei negoziati per il bilancio europeo, sede unica per il parlamento europeo a Bruxelles. Ciò lasciava pensare a un orientamento più euroscettico rispetto a quello del governo Brown, aumentando la curiosità sui primi passi di Cameron in Europa.
3. Eggs and bacon per Cameron a Bruxelles
Se però si giudica dal debutto del nuovo premier, avvenuto nel consiglio europeo del 17 giugno, sembra sia stato il pragmatismo a farla da padrone, tanto che i commentatori più euroscettici sono arrivati a sostenere, una decina di giorni dopo, che Cameron starebbe di fatto per capitolare alla costruzione di una governance economica europea, con tutto quello che ciò comporta in termini di vigilanza sulle politiche nazionali di bilancio e regolazione del sistema finanziario (9). Intanto però molta stampa ha salutato positivamente il pragmatismo europeo delle prima settimane del governo Cameron-Clegg. Il primo segnale di distensione era stata la nomina al dicastero per l'Europa David Lidington, al posto del titolare del dicastero ombra durante gli ultimi anni tre di opposizione dei Tories, l'euroscettico Mark Francois (10). Al consiglio europeo sembravano confermate le previsioni di coloro che ritenevano che sull'Europa la nuova coalizione, almeno nell'immediato, non avrebbe incontrato grossi problemi. A questo proposito si segnala il parere di un veterano della politica britannica ed europea come l'ex commissario e a lungo ministro conservatore Leon Brittan (firma frequente del Financial Times), intervenuto per rassicurare sulla solidità del patto elettorale Cameron-Clegg proprio sull'Europa, che lui stesso considera uno dei suoi versanti più delicati. Brittan notava però anche che la Gran Bretagna dovrebbe capire però che su due temi, ambiente ed energia, ha tutto l'interesse a consolidare la nascita di una posizione europea (11).Certamente sarebbe azzardato dire che Cameron a Bruxelles si sia sentito a casa sua. In un'Europa in cui si è arrivati a mettere in discussione la sopravvivenza dell'euro (12) e in cui dominano le divergenze tra Francia e Germania (13), Cameron ha ricambiato la cortesia della colazione all'inglese con un atteggiamento (pro)positivo: nessun problema a riconoscere l'opportunità di una tassa sulle banche (che peraltro sta progettando anche a livello nazionale); buon per lui che l'unico punto controverso, cioè l'opportunità del parere preliminare di Bruxelles sul bilancio britannico, sia stato evitato a causa delle divisioni franco-tedesche sul tema. Cameron sembra quindi aver avuto come orizzonte primario l'evitare conflitti, ben conscio del fatto che ci saranno presto motivi di dissidio nei vertici europei, in particolare sulla Pac e sul bilancio (14).
4. Il balletto delle presidenze e il ruolo di Van Rompuy
Cosa fa l'Europa per uscire dalla crisi? Se Francia e Germania litigano, con il 30 giugno si è chiuso il semestre di presidenza spagnolo, necessariamente di basso profilo per le grandi difficoltà economiche del paese, oltre che, secondo alcuni, anche per la capacità di Herman van Rompuy di ritagliarsi finalmente un ruolo visibile nella sua presidenza del consiglio. In particolare si segnala il giudizio di uno dei massimi esperti delle questioni europee, Tony Barber, sempre molto equilibrato nelle sue analisi, che sul Financial Times (15) sottolinea la metamorfosi del grigio e tutt'altro che carismatico politico belga. Nel momento in cui al suo paese tocca il semestre di presidenza, egli guadagna credito nella gestione della crisi, prima presiedendo due consigli dell'eurozona (compito non previsto dal trattato di Lisbona), poi riuscendo a farsi nominare a capo di una task force che entro ottobre dovrà decidere come rafforzare la governance dell'eurozona. Secondo Barber (la cui opinione appare peraltro abbastanza isolata se confrontata con il resto della stampa britannica) l'ascesa si deve a tre fattori: la crisi dell'asse franco-tedesco, la crisi spagnola (che non ha permesso a Zapatero di condurre un semestre di presidenza all'altezza), e la perdita di lustro di Jean-Claude Juncker, che avrebbe insoddisfatto Sarkozy, da molti ora visto come principale sponsor di Van Rompuy. Il calendario delle prossime presidenze - Belgio, Ungheria e Polonia - fa pensare che sia possibile un suo ulteriore rafforzamento, che potrebbe portare alla sua conferma dopo il primo mandato di due anni e mezzo.
(1) The meaning of Austerity, The Economist, 26-06-2010. (2) The case for change in the UK, Financial Times, 04-05-2010; Vote of confidence The Times, 01-05-2010.
(3) Vote for change. Real change, The Independent on Sunday, 02-05-2010, The liberal moment has come, The Guardian, 01-05-2010.
(4) Britain is no stranger to successful coalitions, Financial Times, 17-05-2010.
(5) C. Grant, Will the Conservatives' charm offensive endure?, Centre for European Reform Bulletin, June-July 2010.
(6) Dutch dilemma, Financial Times, 11-06-2010; The Belgian Conundrum, Financial Times, 16-06-2010.
(7) T. Garton Ash, Britain and Europe are living separate crises. Underneath, it's the same one, The Guardian, 13-05-2010.
(8) No laughing matter, The Economist, 05-06-2010.
(9) B. Waterfield, David Cameron will back down in fight with EU, say officials, The Daily Telegraph, 30-06-2010.
(10) N. Watt, David Lidington appointed Europe minister in sign of Tory thaw on EU, The Guardian, 14-05-2010.
(11) L. Brittan, Yes, they can work together- even on Europe The Times, 13-05-2010.
(12) Will the euro survive? The Times, 20-05-2010.
(13) C. Grant, Merkel and Sarkozy must learn to work together, Financial Times, 19-05-2010; J. Lichfield, Franco-German relations cool over eurozone crisis, The Independent, 09-06-2010.
(14) Cameron's surprisingly constructive approach, The Independent, 18-06-2010, Cameron's first EU summit: Dave meets the neighbours, The Guardian, 18-06-2010.
(15) T. Barber, Nimble-footed Van Rompuy avoids mousetrap, Financial Times, 23-06-2010.
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