Analisi
Germania Maggio-Giugno 2010
di Massimo FaggioliGermania Maggio-Giugno 2010
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DAL D-MARK ALL’EURO E RITORNO? RIFLESSI TEDESCHI DELLA CRISI GRECA
Il bimestre maggio-giugno 2010 è stato per l’europeismo tedesco travagliato non meno del periodo precedente: segnato da una crisi dell’unità della Germania attorno ad una idea di Europa e di Unione Europea, in crisi per i suoi rapporti con la Francia, e di fronte ad una navigazione a vista della coalizione a livello federale tra CDU/CSU e i liberali della FDP. La crisi greca e i suoi possibili ritorni su altri paesi della Ue e della zona Euro hanno infatti dato un’ulteriore spinta al declino del carisma di Angela Merkel, in patria come all’estero, nella politica interna come nella politica estera. Dopo la sconfitta della CDU nelle elezioni regionali nel Land più popoloso di Germania e le dimissioni-shock del presidente della Repubblica a suo tempo da lei designato, Horst Köhler, seguite dal rigetto da parte della CDU del candidato da lei proposto in sostituzione, Ursula van der Leyen, a favore di un “Wessi”, gradito all’establishment cristiano-democratico della Germania occidentale, la sofferta elezione del nuovo presidente della Repubblica Christian Wulff, il 30 giugno, ha segnato una delle più gravi sconfitte politiche personali del cancelliere. Anche da un punto di vista simbolico, la data del 30 giugno sembra non portare bene al cancelliere Merkel, che già il 30 giugno 2009 aveva dovuto vedere il suo progetto europeo imbrigliato dalla sentenza della suprema Corte di Karlsruhe sulla “costituzionalità” del trattato di Lisbona.1. L’Europa tra Lisbona e post-Lisbona
Se gli ultimi mesi dell’Europa, scossa dai rischi di crollo della finanza pubblica greca, hanno destato preoccupazione in tutti i paesi Ue e della zona Euro, la Germania è il paese in cui la preoccupazione ha assunto in alcuni casi i colori del panico. In un paese la cui storia recente dopo il 1945 aveva vistola creazione della moneta, la democrazia e il benessere (in questo ordine), la crisi dell’Euro, a fatica accettato dai tedeschi come sostituto del D-Mark, ha resuscitato i fantasmi dell’iper-inflazione del 1923 e i pericoli per l’ordine sociale e democratico. Al di là delle conseguenze economiche della crisi greca, la congiuntura attuale ha chiaramente contribuito alla già evidente crisi dell’europeismo tedesco di Angela Merkel, in stallo almeno dalla fine del semestre tedesco della prima metà del 2007. Il faticoso approdo del trattato di Lisbona è stato, almeno in Germania, obliterato dalla crisi economica e dalla “tutela costituzionale” imposta dai giudici di Karlsruhe sulle politiche europee di ogni futuro governo tedesco. Nonostante le ripetute affermazioni circa il “primato della politica europea” anche in Germania (1), la sentenza della Corte del giugno 2009 è “ormai chiaramente una spada di Damocle sulla libertà di europeismo del governo tedesco” (2). Se la conservatrice Frankfurter Allgemeine Zeitung e la liberal Süddeutsche Zeitung divergevano sul giudizio dell’operato del cancelliere nella crisi, convergevano però sulla necessità di archiviare il vecchio europeismo, quello fondato su “pace e sicurezza”, che politicamente non è più spendibile di fronte alle nuove generazioni. Ecco perché aveva buon gioco, già dall’inizio di maggio, la Frankfurter Allgemeine Zeitung ad indicare il legame tra crisi dell’Euro e crisi dell’Europa, affermando chiaramente che “se i tedeschi dovessero perdere fiducia nell’Euro, perderebbero fiducia in tutto il progetto europeo”. Il principale quotidiano tedesco non aveva difficoltà a dimostrare che Lisbona aveva corretto solo di poco la traiettoria di un europeismo debole che negli ultimi 20 anni ha assunto una velocità che prima non aveva, ma che deve essere ridefinito alla luce del nuovo ruolo globale del vecchio continente (3). La vacuità del nuovo ministro degli esteri della coalizione giallo-nera, il leader dei liberali della FDP Guido Westerwelle, contribuiva a rendere più imperscrutabile il cammino futuro dell’europeismo tedesco (4). La crisi dell’Euro ha quindi provocato in Germania un dibattito di grande interesse. La crisi ha risvegliato quello che Habermas chiamava “il nazionalismo del Marco tedesco”, che era una caratteristica della cultura tedesca post-bellica fino all’arrivo dell’Euro nel 2002, e che era fondata su tre principi: mai più guerra, mai più disoccupazione di massa, mai più inflazione. In questo senso, il richiamo del quotidiano più europeista di Germania, la Süddeutsche Zeitung, ad un “nazionalismo dell’Euro”, mostrava una chiara coscienza della crisi, in un momento di passaggio dell’europeismo da “progetto politico delle elite” ad una passione che deve diventare molto più vicina alla politica delle masse (5). D’altra parte, la crisi greca ha reso chiaro anche in Germania che il trattato di Lisbona non ha impressionato più di tanto né il mondo della finanza né gli attori globali, e che la Ue deve ancora convincere il mondo che intende salvare la stabilità dell’Europa, di fronte ad una persistente instabilità nei rapporti tra Francia e Germania circa le modalità di governo degli scenari futuri dell’economia europea (6).
2. L’economia della Germania, la politica della Francia
Le tensioni scaturite dalla crisi greca hanno fatto emergere di nuovo l’instabilità dei rapporti tra Berlino e Parigi, a poca distanza dalle divergenze dello scorso anno sul progetto di Sarkozy per una “Unione per il Mediterraneo” osteggiata da Merkel e dai paesi dell’Europa settentrionale. Incassata, allora, una vittoria per Merkel e ridimensionato il progetto mediterraneo, la crisi dell’Euro ha riproposto una polarità tra la visione francese e tedesca sui rapporti tra economia e politica europea. Se la Germania propende per una centralità del ruolo dell’economia e della finanza pubblica come variabili indipendenti della politica europea, le proposte di Sarkozy per un “governo europeo dell’economia” hanno costituito un elemento di frizione nei rapporti tra i due paesi, fino al punto di cancellare, da parte tedesca, il vertice bilaterale che era previsto per maggio. Le tensioni di maggio non sono state appianate nelle settimane successive, che hanno visto quella che anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha definito una debacle per l’Europa: “fino a quando i mercati non riceveranno un segnale chiaro da Francia e Germania, non ci sarà nessuna uscita dalla crisi” (7). La questione non è solo relativa alle visioni diverse del rapporto tra economia e primato della politica, ma anche alla mutata geometria dei rapporti tra i due paesi. Il quotidiano di Monaco notava acutamente il fatto che la Francia sente che la Germania non ha più bisogno, né dal punto di vista economico né da quello politico, del grande paese vicino e alleato; dalla fine della caduta del Muro in poi la Germania è un paese completamente sovrano, e ha cominciato a vedere la sua zona di influenza economica più verso l’est del continente che verso l’ovest (8). D’altra parte, la stessa Süddeutsche Zeitung non stentava a riconoscere nella visione di Sarkozy una maggiore coerenza rispetto alla “logica riformatrice” tipica del trattato di Lisbona, rispetto all’immobilismo di Merkel (9). Se è vero che Merkel ha riconosciuto la necessità di un maggiore coordinamento tra le politiche economiche, allora è vero che passi avanti sono stati fatti nel coniugare al visione tedesca di un “primato dell’economia e dei bilanci” e la visione francese di un “primato della politica”. Ma sono chiari anche altri fattori. In primo luogo che la Germania non accetta il sottotesto della proposta francese, ovvero la necessità di un riequilibrio della disparità tra la competivitità francese e quella tedesca – a tutto sfavore di quest’ultima (10). In secondo luogo, che la proposta tedesca risulta, in Europa orientale, assai più trainante di quella francese, e che questo fattore è orientativo per le scelte politico-economiche di Berlino (11). In ultima analisi, la necessità per Berlino di comprendere le paure che ancora suscita l’ipotesi di un cammino solitario della Germania in Europa: la “questione tedesca” (12).
3. Il dilemma del D-Mark e la questione tedesca
Se è vero che l’Euro fu la soluzione monetaria ai rischi di un “Sonderweg”, di una “via particolare” per la Germania in Europa, allora la crisi dell’Euro è destinata a risuonare in modo speciale in Germania e nei paesi storicamente più toccati dalla storia dell’espansionismo – territoriale prima, economico poi - tedesco. Per questo motivo la crisi greca ha offerto il destro per le richieste di una ridefinizione del “patto per l’Euro” alla luce degli sviluppi degli ultimi anni. In particolare, si sono fatte sentire voci in favore di un nuovo patto che chieda ai paesi membri (finanziariamente poco virtuosi) “una rinuncia a parte della sovranità nazionale” (13), al fine di tutelare l’Euro e, tramite questo, l’europeismo tedesco. Ma è anche evidente che la politica europea tedesca e i suoi necessari corollari economici si trovano sotto l’assedio non solo della vicina Francia, ma anche delle politiche di stampo keynesiano dell’America di Obama (14). Tanto che la Germania ha iniziato a sentirsi marchiata come il nuovo esempio di “cattivo europeismo” attento ai bilanci più che alla pace sociale (15), e un quotidiano conservatore come Die Welt si è posto la questione se valga la pena salvare l’Europa oppure l’Euro, visto lo scarso successo dei tedeschi nel mostrare ai non europei la via della virtù e i rischi di una Europa elefantiaca di stampo francese (16). In buona sostanza, è evidente il ritorno – via crisi greca – della “questione tedesca”, ovvero del ruolo della Germania nella politica e nell’economia europea. Durante l’ultimo ventennio questo dibattito era stato “congelato” da un progetto tecnocratico di direzione dell’Europa: ora si riapre la questione tedesca per la storia dell’Europa, una storia in cui la Germania è stata sempre troppo piccola per guidare l’Europa e sempre troppo grande per crescere insieme agli altri paesi (17).
4. Una politica tedesca in crisi
Le critiche all’azione internazionale del cancelliere sono venute da più parti dello spettro politico. Non solo la radicale Tageszeitung, ma anche la Frankfurter Rundschau è arrivata a parlare di “isolamento internazionale” della Germania durante la crisi dell’Euro (18); l’autorevole Die Zeit ha parlato di una sostanziale “freddezza” del cancelliere rispetto alle necessità della crisi attuale (19), mentre il berlinese Tagesspiegel ha chiesto alla dirigenza attuale maggiore “pathos” per l’Europa e ha accusato il cancelliere di non far nulla per riempire il vuoto politico rispetto all’Europa (20). Difficile è dire se la crisi dell’europeismo tedesco derivi da una crisi del modello Merkel, o viceversa, o quali siano i rapporti tra le due eclissi. Ma pochi dubbi vi sono sul fatto che il dibattito pubblico tedesco percepisce queste due crisi come coincidenti e concomitanti, come sul fatto che la crisi dell’Euro sia in larga parte anche un epifenomeno della crisi della patria dell’Euro, la Germania, e della sua leadership politica.
(1) Reinhard Müller, Europa in Karlsruhe, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18-05-2010.
(2) Klaus-Dieter Frankenberger, Euroföderalismus, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 12-05-2010.
(3) Klaus-Dieter Frankenberger, Europa ist noch nicht am Ende, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 06-05-2010.
(4) Nikolas Busse, Die Krise durchstehen, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 19-06-2010.
(5) Gustav Seibt, Der Euro-Nationalismus, Süddeutsche Zeitung, 04-05-2010.
(6) Martin Winter, Nachrichten vom Hühnerhaufen, Süddeutsche Zeitung, 07-05-2010.
(7) Günther Nonnenmacher, Ein Debakel, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16-06-2010.
(8) Claus Hulverscheidt, Michael Kläsgen, In der Nähe so fern, Süddeutsche Zeitung, 15-06-2010.
(9) Cerstin Gammelin, Der Club der 16, Süddeutsche Zeitung, 18-06-2010. (10) Sascha Lehnartz, Immer diese Bedarfsfälle…, Die Welt, 16-06-2010.
(11) Claire Demesmay, Frankreich - Deutschland: 0:2, Süddeutsche Zeitung, 17-06-2010.
(12) Albrecht Meier, Merkel hat alle Fäden in der Hand, Der Tagesspiegel, 18-06-2010.
(13) Alexander Hagelüken, Ohne Euro-Pakt ist der Euro nackt, Süddeutsche Zeitung, 09-06-2010.
(14) Nikolaus Piper, Klotzen, nicht kleckern, Süddeutsche Zeitung, 23-06-2010.
(15) Stefan Kornelius, Schlechte Europäer, Süddeutsche Zeitung, 25-06-2010.
(16) Michael Stürmer, Was wird aus dem Euro?, Die Welt, 25-05-2010 e Herbert Kremp, Marsch in die Transferunion, Die Welt, 19-05-2010.
(17) Michael Stürmer, Die deutsche Frage ist wieder da, Die Welt, 05-05-2010.
(18) Markus Sievers, Merkels Schummelei, Frankfurter Rundschau, 03-05-2010.
(19) Matthias Krupa, Wund, aber stark, Die Zeit, 06-05-2010.
(20) Moritz Döbler, Pathos für Europa, Der Tagesspiegel, 06-05-2010; Stefan-Andreas Casdorff, Die "Herrschaft des Volkes" ist in Gefahr, Der Tagesspiegel, 16-05-2010.
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