Analisi
Francia Maggio-Giugno 2010

 
di Michele Marchi
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L’ASSE PARIGI-BERLINO: PUNTO DI FORZA O INCOGNITA NELLA FASE DI CRISI?

Il panorama politico-economico ed intellettuale francese è attraversato da un dibattito ricco ed articolato sull’attuale crisi economica e sulle ricadute che essa sta avendo sugli equilibri interni all’Unione europea e che quasi certamente avrà sulle sue dinamiche di evoluzione futura. Il numero elevatissimo di contributi e il loro carattere spesso originale non impediscono comunque di articolare un’analisi che cerchi di ricondurre il dibattito ad una sua unitarietà di fondo. In questo sforzo di sintesi si possono individuare due grandi questioni. Da un lato l’attuale congiuntura è descritta ed interpretata come il vero e proprio “effetto disvelamento” di tutte le mancanze e gli errori che hanno contraddistinto le ultime fasi del percorso di integrazione europea, da Maastricht in avanti. Corollario di questa lettura è la convinzione di trovarsi ad un vero e proprio punto di non ritorno nel quale le decisioni prese segneranno la sopravvivenza o meno del processo di integrazione a sessanta anni dal simbolico atto fondativo della Dichiarazione Schuman. Dall’altro lato il panorama europeo, già attraversato dalla crisi, sembra ulteriormente scosso dalle oramai costanti (perlomeno nell’ultimo anno) incomprensioni franco-tedesche. Senza però attribuire eccessiva importanza alla dimensione personale dei rapporti tra l’Eliseo e la Cancelleria tedesca, l’attenzione si è soffermata sui “fondamentali” dell’asse franco-tedesco. Ebbene il cosiddetto motore dell’Europa sembra girare a vuoto e anche su questo fronte l’impressione comune, perlomeno della stampa di opinione transalpina più qualificata, è quella che alcuni nodi siano giunti al pettine (1). Anche in questo caso la crisi economica pare “stracciare il velo” delle apparenze e affondare il dito nella piaga di un’alleanza “per necessità”, sempre meno scontata dal crollo del Muro in avanti. Pur non mettendone in discussione la necessità o comunque la permanenza, il dibattito si è focalizzato sulle attuali contraddizioni interne alla “coppia”, che proprio sulla risposta “europea” da fornire alla crisi si sono mostrate in tutta la loro evidenza. Vista l’urgenza del momento permane l’indispensabilità dell’asse franco-tedesco. Ma il suo sgretolarsi di fronte a contraddizioni interne finisce per originare una miscela pericolosa per il futuro del processo integrativo. Insomma la diagnosi è preoccupante, ma i farmaci fino ad oggi utilizzati per la cura non permettono di dormire sonni tranquilli.

1. Uno scatto d’orgoglio per uscire dall’impasse e per correggere i vizi d’origine
La maggior parte degli analisti e degli opinionisti ha insistito sul tornante storico costituito dall’attuale crisi. Secondo questa visione “larga” e “globale” quello greco è solo un episodio, un evento scatenante e rivelatore. Il segnale di un’impasse che si comprende solo riannodando i fili del percorso di integrazione europea. Nella sua prima fase, quella “eroica” e dominata dall’ansia di “redenzione” dopo le due guerre mondiali, il processo di integrazione ha utilizzato l’economia come strumento in grado di generare solidarietà. È stata nella sua seconda fase, quella avviata con il crollo del Muro (ma in realtà elaborata già negli anni Settanta-Ottanta del Novecento, quando il mondo bipolare mostrava i primi segnali di cedimento), che la costruzione europea ha fatto dell’economico il suo asse portante, con il mercato unico e la sua creazione più spettacolare, l’euro (2). Dopo una breve parentesi di euro-entusiasmo il debole dinamismo economico e la lentezza sulla via della cooperazione politica hanno finito per arrestare la seconda fase dell’evoluzione comunitaria. E’ uno dei principali protagonisti di questo secondo atto del percorso di integrazione, Jacques Delors, ad ammettere quello che definisce il “vizio d’origine” dell’Ue: la convinzione cioè di riuscire a gestire una moneta comune solo attraverso strumenti di bilancio (peraltro blandi) e di non completare la creazione di un’unione anche economica e finanziaria (3). Insomma quell’euro creato per porre fine a politiche di cambio disordinate, generatrici di instabilità nelle relazioni intra-europee, è stato certamente un successo. Ma accanto a questo elemento virtuoso, il dispiegarsi di politiche economiche divergenti ha sottoposto il sistema a tensioni sempre più complicate da sostenere senza strumenti istituzionali in grado di dotarlo di una sua coerenza interna ed esterna (4). Oggi si è giunti al punto di non ritorno. Se con il fallimento del referendum francese del 29 maggio 2005 l’Europa aveva mostrato a tutto il mondo di essere malata, la crisi esplosa nel 2008 e aggravatasi a livello europeo tra il 2009 e il 2010, rischia di assestarle il colpo di grazia. Secondo lo storico e opinionista di punta de “Le Nouvel Observateur” Jacques Julliard l’ipocrisia è finita. Il “vascello fantasma europeo”, cioè un’economia lasciata a se stessa, senza istituzioni, ha mostrato tutta la sua debolezza ed incoerenza (5). Questa Europa con le spalle al muro (6), questa Europa che, come amava ricordare Delors, è come una bicicletta e se non avanza è destinata a cadere, ha provato comunque a dare un colpo d’ala. I suoi principali leader (nazionali, piuttosto che comunitari) (7) hanno lanciato il grande piano di salvataggio della Grecia, accompagnato dal via libera alla Bce affinché possa acquistare titoli del debito pubblico dei Paesi europei in difficoltà. Con le decisioni assunte il 7 e il 9 maggio 2010 l’Unione europea ha certamente dispiegato una “mobilitazione” senza precedenti. C’è chi ha parlato di “trattamento choc” (8) e chi di “sorpresa divina” (9). La risposta, forse tardiva, al caos greco rimane comunque un “grande test” per l’organizzazione comunitaria (10). Come hanno ricordato autorevoli personalità politiche (tra gli altri gli ex Primi ministri francese e spagnolo Balladur e Aznar) l’affondamento dell’euro significherebbe, sia da un punto di vista simbolico sia da quello concreto, l’atto di conclusione del processo integrativo (11). Non appena smaltita l’euforia per la risposta finalmente giunta alla situazione di crisi e non appena avviata un’analisi più approfondita delle decisioni assunte a Bruxelles, lo scetticismo e il dubbio hanno nuovamente fatto capolino. Da un lato non è passato inosservato il carattere molto vago della proposta lanciata dal presidente francese Sarkozy a proposito di un controllo preventivo di ogni singolo bilancio nazionale da parte degli altri Paesi membri, in sostanza l’idea che il famoso “governo economico” possa partire da un reciproco controllo dei conti pubblici. Ad essere messa in discussione non è stata solo la proposta in sé, quanto la sua effettiva realizzabilità (controllo a 27 o a 16? voto all’unanimità o a maggioranza qualificata?), per non parlare delle implicazioni a livello di deficit democratico: come è possibile spogliare i parlamenti nazionali delle loro prerogative di sovranità in materia di bilancio (12)? Dall’altro però lo sforzo tardivo per rispondere alla crisi economico-finanziaria ha nuovamente proposto all’ordine del giorno il complicato funzionamento dell’asse franco-tedesco. E su questo punto si è concentrato un dibattito che merita una trattazione accurata e specifica.

2. Francia e Germania: “sorelle” di ragione, ma non di cuore (13)
Se nel recente passato il ministro dell’Economia francese Christine Lagarde non aveva esitato a criticare il “tanto osannato modello tedesco”, fondato su competitività e risparmio, che favorisce le esportazioni a scapito della domanda interna e così facendo indirettamente (ma nemmeno troppo) penalizza i vicini europei, questa volta anche Berlino non si è spinta a prese di posizione piuttosto inequivocabili. In particolare sono stati tre i segnali di fastidio lanciati da Berlino all’alleato francese. A una settimana dall’ennesimo tentativo di Sarkozy di delineare il suo progetto di “governo economico” dell’Europa (questa volta avanzando la proposta di un forum dei Capi di Stato e di governo della zona euro, dotato anche di un suo segretariato permanente), Merkel ha risposto con due segnali inequivocabili. Ha lanciato un piano di tagli all’insegna del risparmio più ortodosso (80 miliardi di euro in quattro anni, senza aumento delle imposte), accentuando in maniera implicita, ma chiara, che saranno austerità e rigore le parole d’ordine dei prossimi anni nel Vecchio Continente. Ha poi evidenziato la sua presa di distanza da Parigi rinviando l’atteso vertice con l’inquilino dell’Eliseo di una settimana (14). Accanto a questi due “sgarbi calcolati” si devono poi ricordare gli attacchi oramai quotidiani che il presidente della Banca centrale tedesca invia al collega Trichet, in particolare deplorando la scelta di Francoforte a proposito della possibilità di acquistare titoli del debito pubblico di Paesi dell’area euro in difficoltà (15). Peraltro dietro la cortesia formale, anche la conferenza stampa al termine del vertice di Berlino tra Merkel e Sarkozy (finalmente svoltosi il 14 giugno) ha confermato la fermezza del cancelliere tedesco. Il coordinamento delle politiche economiche se si farà, dovrà essere a 27 e non limitato ai 16 Paesi dell’euro. Esclusa la creazione di nuove istituzioni ad hoc per affrontare la crisi e soprattutto ancora una volta enfasi accentuata sulla necessità di rigore e stabilità (16). In realtà al di là delle incomprensioni più o meno dettate dalla complicata congiuntura politico-economica che i due Paesi stanno attraversando, l’attuale fase di oggettiva difficoltà nel relazionarsi tra le due sponde del Reno ha una sua dimensione strutturale e una congiunturale. Rispetto alla prima il discorso è di lungo periodo e bisognerebbe risalire all’evoluzione della Germania unita post-bellica, alla sua crisi di identità, alla sua difficoltà nel superare la sua sindrome da “gigante economico e nano politico” (17), ma anche indagare il profondo malessere francese, in particolare dopo lo spostamento del baricentro geopolitico dell’Europa verso est. Rispetto al dato congiunturale la situazione, pur molto complicata, è però più facilmente fotografabile. “Governo economico” dell’Europa (nell’accezione francese) e “concertazione tra le politiche economiche” (alla tedesca) non significano la stessa cosa. In realtà l’Eliseo pensa ad un nocciolo duro composto dai soli Paesi dell’area euro, controllato da Parigi, e ai quali poter imporre, sempre partendo da una logica intergovernativa, la propria concezione di politica economica fatta di moderata attenzione ai conti pubblici ma contemporaneo stimolo alla crescita. Berlino al contrario predica rigore e necessità di uniformarsi al suo modello, quello vincente, il “nord virtuoso”, da contrapporre al “sud lassista” (18). È fuori dubbio che Parigi mal sopporta questo atteggiamento da “primo della classe” di Berlino. La stampa transalpina lo ha più volte sottolineato con commenti al vetriolo a proposito delle “false virtù” del sistema tedesco, un’austerità e un rigore che non solo rischierebbero di avere effetti particolarmente deleteri sull’intero Vecchio Continente, ma anche un sistema che può permettersi salari al minimo e livello dei prezzi al limite della deflazione perché il resto dell’Europa garantisce i grandi successi dell’export teutonico (19). Insomma una Germania e il suo cancelliere che sembrano dimenticare quanto una posizione di leadership economica e politica debba essere accompagnata anche ai doveri della comune appartenenza ad un’organizzazione collettiva. Oltralpe si accetta che Berlino non abbaia ancora superato il trauma dell’iper-inflazione della Repubblica di Weimar (triste preludio alla presa di potere del nazismo), ma difficilmente Parigi potrà accettare che Berlino imponga stagnazione e disoccupazione al resto dell’Ue (20). Nel tentativo di abbassare una temperatura davvero elevata, sono scesi in campo autorevoli “pompieri”. L’ex presidente Valery Giscard d’Estaing ha ricordato il carattere decisivo dell’accordo franco-tedesco per il futuro dell’integrazione (21) e ha addirittura rispolverato la “coppia” degli anni Settanta con l’ex cancelliere Helmut Schmidt, in un editoriale sul settimanale “Le Point” a difesa dell’euro assediato (22). Acqua sul fuoco è stata anche gettata dall’ex Ministro degli Affari europei Jean-Pierre Jouyet (23) e dal collaboratore di Mitterrand, nonché ministro degli esteri di Jospin, Hubert Védrine (24). Quest’ultimo, così come Jacques Delors, non si è limitato a fare il “messaggero di pace” tra Parigi e Berlino. Védrine ha ricordato a Merkel quanto sia necessario uscire dall’idea che la Germania possa esportare il suo modello fatto di stabilità e produttività al resto dell’Europa. Delors ha polemicamente ricordato che l’attuale pessima situazione è in larga parte imputabile alla lentezza dell’intervento europeo, più volte frenato proprio dalla “ragazza dell’Est”. Ora, conclude Delors, è tempo che tornino in campo gli “architetti” dell’integrazione e con loro il metodo comunitario, oscurato nell’ultima fase da quello intergovernativo (25). Peccato che proprio il metodo intergovernativo sia oggi uno dei pochi punti di intesa tra l’inquilino dell’Eliseo e la Bundeskanzlerin.

(1) J.-P. Séréni, La fin de l’euro à l’allemande, «La Revue», juin 2010, pp. 72-74.
(2) T. Chopin-J.-F. Jamet, Il faut surmonter la crise de sens qui frappe l’Union, Le Monde, 29-05-10.
(3) J. Delors, On paie le vice de construction, Le Nouvel Observateur, 13-05-10.
(4) J. Peyrelevade, Le drame européen, Le Figaro, 06-06-10.
(5) J. Julliard, Sauver l’Europe à deux, le Nouvel Observateur, 06-05-10.
(6) C. Imbert, L’Europe au pied du mur, Le Point, 06-05-10
(7) J.-D. Giuliani, On attend toujours le président de l’Europe, Ouest-France, 28-06-10.
(8) Un traitement de choc qui ne guérit pas tout, Le Monde, 11-05-10.
(9) A.-G. Slama, La “divine surprise” de Bruxelles, Le Figaro, 12-05-10.
(10) G. de Capèle, Europe: le grand test, Le Figaro, 10-05-10.
(11) Balladur: sans l’euro l’Europe sortirait de l’Histoire, Le Figaro, 19-05-10; P. Rousselin (intervista a J.M. Aznar), “Une faillite de l’Espagne, la fin de l’euro”, Le Figaro, 03-06-10
(12) A. Duhamel, L’euro et le déficit d’Europe, Libération, 20-05-10; Y de Kerdrel, L’Europe est bien trop précieuse pour la laisser aux “eurobéats”, Le Figaro, 24-05-10.
(13) M. Van Renterghem, France et Allemagne, sœurs de raison, Le Monde, 17-06-10.
(14) L. Marchand, Incompréhensions franco-allemandes, Ouest-France, 09-06-10.
(15) J. Quatremer, Jean-Claude Trichet, teutons flinguer, Libération, 21-06-10.
(16) www.elysee.fr
(17) A. Adler, Les clés de la crise sont à Berlin, Le Figaro, 19-06-10.
(18) M. Van Renterghem, France et Allemagne, sœurs de raison, Le Monde, 17-06-10
(19) P. Rousselin, Rigueur allemande, Le Figaro, 08-06-10; Y. de Kerdrel, Angela Merkel über alles, Le Figaro, 15-06-10; Les fausses vertus de l’exemplarité allemande, Le Monde, 15-06-10.
(20) A. Grjebine, En condamnant l’Europe à l’austérité, l’Allemagne se fragilise elle-même, Le Monde, 17-06-10.
(21) A. Faujas-M. de Vergès (intervista a V. Giscard d’Estaing), “Si l’on veut avancer en Europe, il faut retrouver l’intimité franco-allemande”, Le Monde, 02-06-10.
(22) L’appel de Giscard et Schmidt pour sauver l’euro, Le Point, 03-06-10. (23) J.-P. Jouyet, L’Union européenne est à la croisée des chemins, Libération, 19-06-10.
(24) H. Védrine, France-Allemagne, le malaise, Le Monde, 29-06-10.
(25) P. Rousselin (intervista a J. Delors), “L’Europe attend les architectes”, Le Figaro, 16-06-10