Analisi
Italia Maggio-Giugno 2010
di Riccardo BrizziItalia Maggio-Giugno 2010
Versione in PDF (36 KB)
Il G20 DI TORONTO E LA LATITANZA DELL’UNIONE
Nel corso dell’ultimo bimestre la stampa italiana ha concesso ampio spazio a questioni europee e lo ha fatto riuscendo a evitare uno dei suoi cronici difetti: l’autoreferenzialità. Abituati a interpretare e distorcere la dimensione comunitaria attraverso i limiti della cornice nazionale, i principali quotidiani italiani sembrano negli ultimi tempi avere aumentato il tasso del proprio «euro-interesse». Questo rilancio di attenzione mediatica, peraltro, non deve essere inteso come un segnale di ripresa politica dell’Unione europea che – tradendo le attese di chi aveva guardato con speranza all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona – durante gli ultimi mesi è parsa disunita e fragile di fronte alle molteplici minacce alle quali è stata confrontata. La crisi economico-finanziaria nata Oltreoceano è sbarcata in Europa frenandone la crescita e aprendo vere e proprie falle in alcuni tra i suoi paesi più fragili; e la sponda mediterranea dell’Ue – a partire dalla bancarotta greca e dal pericoloso vacillare della Spagna – è parsa la più esposta alla crisi, anche il versante orientale non sembra al sicuro, con l’Ungheria sull’orlo del collasso (1). L’euro, sino ad oggi considerato la più avanzata e solida realizzazione del progetto europeo, ha mostrato una insospettabile debolezza, riconducibile non tanto alla fragilità dei fondamentali economici quanto piuttosto all’inconsistenza dei fondamentali politici e all’assenza di un governo economico della zona euro. Nel contempo anche la dimensione internazionale è risultata inequivocabilmente deficitaria. Se a dicembre il fiasco di Copenaghen era stato giustificato con l’assenza di una cornice istituzionale adeguata, l’entrata in vigore di Lisbona non ha impresso alcuna svolta: Obama continua a snobbare l’Ue e ad annullare gli incontri sul Vecchio Continente; Israele non considera più Bruxelles un partner affidabile per il negoziato di pace; la Russia ha riavviato i contatti con Washington e predilige i contatti bilaterali, prendendo atto dell’inconsistenza politica dell’Ue; persino la Turchia, che a lungo ha insistito per entrare in Europa, dimostra di essere intenzionata a ritagliarsi un ruolo autonomo nello scenario mediorientale (2). L’unica notizia positiva, nelle ultime settimane, è stata l’approvazione da parte della missione congiunta di Ue, Bce e Fmi del durissimo programma di risanamento approvato dal governo greco guidato dal socialista Papandreou (3). Troppo poco per nascondere la crisi di credibilità del progetto europeo, che è emersa alla luce del sole in maniera evidente in occasione del G20 di Toronto. Un appuntamento particolarmente atteso per almeno due ragioni. La prima, di ordine tecnico, era relativa alla progressiva perdita di rappresentatività dei G8 che – come hanno rilevato autorevoli osservatori – escludeva dalle grandi decisioni sul futuro del mondo alcuni innegabili protagonisti della politica e dell’economia mondiale (4). La sostituzione del G8 con il più nutrito G20 prometteva di ovviare al declino di rappresentatività del principale summit internazionale. Già nel 2008, l’avvio del G20 aveva indicato la direzione di rotta per uscire dalla crisi, ridando slancio con stimoli fiscali e monetari al sistema economico mondiale. A due anni di distanza anche l’armonia tra i Venti Grandi della terra è sembrata un lontano ricordo. Il bilancio del vertice di Toronto è piuttosto modesto e può segnare all’attivo soltanto dichiarazioni di intenti piuttosto vaghe: aggiustamenti di bilancio già annunciati, generici appelli al rilancio della competitività e della crescita nei paesi in surplus, nessun impegno sui cambi e la manifesta incapacità di realizzare una riforma condivisa del sistema finanziario internazionale. La maggior parte degli organi di stampa italiani ha spiegato il mezzo fiasco sottolineando come i principali attori internazionali oggi abbiano priorità diverse, rendendo impossibile la possibilità di un compromesso: gli Stati Uniti puntano a garantire la crescita, mentre l’Europa – complice il rigore imposto dal governo tedesco – insiste sulla stabilità fiscale (5). Il secondo auspicio della vigilia, di ordine politico, era che l’Europa potesse finalmente recitare un ruolo-guida in occasione del vertice di Toronto. Ma anche questa ambizione è risultata vana. Non appena si sono avviati i lavori, l’Ue è stata immediatamente messa da parte dall’attivismo statunitense. In primo luogo il governo americano si è presentato all’appuntamento con il testo della riforma finanziaria Usa appena approvata dal Congresso, che impone seri vincoli di trasparenza all’attività delle banche e consente agli Stati Uniti di ergersi a capofila nella lunga corsa alla ridefinizione del sistema finanziario globale. In secondo luogo il rallentamento della crescita del Pil statunitense nel primo trimestre del 2010 (+2,7% a fronte di una stima del 3,2%) ha rafforzato le tesi americane volte a porre l’accento sul consolidamento della crescita rispetto al rigore finanziario rivendicato dai paesi dell’eurozona, a partire dalla Germania (sostenuta peraltro da colossi come Cina e Giappone, caratterizzati da importanti surplus della bilancia commerciale) (6). Veri e propri protagonisti del vertice, gli Stati Uniti hanno agito con grande dinamismo, domandando a Europa e Cina di rilanciare la domanda interna e di rinunciare al protezionismo. Se la Cina, cui Obama aveva espressamente chiesto una maggiore flessibilità nel cambio dello yuan, si è dichiarata sostanzialmente disponibile a venire incontro alle esigenze del principale partner internazionale (pur riservandosi grande margine discrezionale sui tempi e sui modi di un’eventuale rivalutazione), la Germania si è dimostrata irremovibile. Angela Merkel – che dopo la batosta alle regionali in Nord Reno–Westfalia si è convinta della popolarità per l’opinione pubblica tedesca di una politica di rigore – ha ribadito senza tentennamenti come l’austerità rappresenti oggi la ricetta migliore per preparare la ripresa. I giudizi dei principali commentatori italiani sono stati piuttosto severi verso la cancelliera tedesca, accusata di egoismo da prima della classe: invece di aiutare i partner europei, obbligati a difficili tagli di bilancio, con una politica fiscale espansiva in grado di stimolare l’economia dell’eurozona, la Merkel ha optato per una riduzione del deficit tedesco e, contemporaneamente, ha deciso di accelerare il passo investendo in competitività e produttività, con investimenti che i suoi partner non possono assolutamente permettersi (7). Al di là del volontarismo americano e del protagonismo tedesco, l’impressione è che l’Ue non possa recriminare granché considerato il comportamento dimostrato dai suoi membri a Toronto. Non solo i Ventisette si sono dimostrati incapaci di elaborare un percorso comune di uscita dalla crisi ma hanno palesato una notevole cacofonia. Il neo-premier britannico, David Cameron, al suo debutto internazionale, si è dimostrato in sintonia con Angela Merkel, schierandosi in favore di un risanamento degli squilibri accumulati nel corso degli ultimi anni nei conti pubblici. Molto meno convinti di questa strategia di austerity sono parsi gli spagnoli, presidenti di turno dell’Ue. Dal canto suo, invece, la Francia di Sarkozy ha invitato l’Europa a fare da battistrada nella tassazione delle transazioni finanziarie, individuate come fonte innovativa di risanamento dei conti. Pensare di recuperare la fiducia perduta, convincendo gli speculatori della solidità di un’eurozona affidata a un concerto di opzioni nazionali divergenti, pare un’impresa piuttosto ardua (8). In particolare a preoccupare è lo stato delle relazioni tra Francia e Germania. A palesare un rapporto in crisi è soprattutto l’enfasi con cui il capo dello Stato francese, Sarkozy, è solito evocare la necessità di un «governo economico» per l’eurozona, ipotesi da sempre avversata dalla cancelliera tedesca (9). La stampa italiana ha dato ampio spazio al fatto che l’ultimo terreno di scontro tra Parigi e Berlino potrebbe essere la corsa alla successione di Jean-Claude Trichet, il cui mandato al vertice della Bce scade a fine ottobre 2011. Secondo i bene informati (l’indiscrezione è filtrata dal quotidiano economico tedesco «Handelsblatt») Sarkozy sarebbe intenzionato a sostenere la candidatura del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, principale sfidante del grande favorito, Axel Weber (che ha dovuto invece incassare anche la bocciatura di Paul Krugman, che ha sottolineato i rischi che la nomina di un “falco” come Weber comporterebbe per l’economia europea), in cambio del sostegno italiano alla nomina del suo stretto collaboratore e consulente economico, Xavier Muscat, nel board della Banca centrale europea (10). L’appoggio francese alla candidatura di Draghi, per quanto apprezzato da parte italiana, rappresenta la testimonianza più evidente di un’Europa priva di coesione e volontarismo, incapace di operare una scelta tra gli inconciliabili imperativi dell’austerità e della crescita. L’inconsistenza di cui ha dato prova l’Ue nel corso delle ultime settimane è tanto più preoccupante per il fatto che smentisce le previsioni dei tanti che avevano annunciato come il nuovo assetto sancito dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona avrebbe conferito una leadership e un nuovo dinamismo alle istituzioni comunitarie. Sino ad oggi si può dire che l’attesa svolta non si è avuta, mentre sono emersi semmai crescenti problemi di coordinamento tra i vari livelli istituzionali dell’Ue. Particolarmente ambiguo sembra ormai essere il ruolo della presidenza di turno dell’Ue. Nel semestre appena concluso il premier spagnolo Zapatero ha tentato di approfittare della fase di transizione per ritagliarsi un ruolo da protagonista sulla scena europea, ma il suo tentativo non è stato coronato da successo: la critica situazione economica spagnola, all’indomani del collasso greco, ha minato irrimediabilmente la credibilità e il margine di azione europeo del governo Zapatero. Ora lo scomodo testimone della presidenza a rotazione è stato preso da un altro paese tutt’altro che immune da sommovimenti interni: il Belgio. Il primo ministro uscente, Yves Leterme, alla vigilia del passaggio di consegne tra Madrid e Bruxelles ha annunciato che il proprio paese avrebbe mantenuto un profilo «modesto», limitandosi nei prossimi sei mesi a consacrare la leadership del nuovo binomio istituito dal trattato di Lisbona. La promessa del governo belga è cioè quella di lasciare campo libero al presidente stabile del Consiglio europeo e all’Alto rappresentante per gli Affari esteri. Se i dossier in agenda sono numerosi – a partire dalla riforma del sistema bancario e finanziario, la creazione del servizio diplomatico europeo e il rafforzamento del governo economico europeo – resta da chiedersi se avere affidato questi incarichi a due figure opache come l’ex premier belga Herman Van Rompuy e la britannica Catherine Ashton sia stata una scelta lungimirante o non abbia invece contribuito al letargo in cui è sprofondato il progetto europeo (11).(1) A. Tarquini, Budapest si prepara ai sacrifici, La Repubblica, 06-06-2010.
(2) A. Bonanni, Piccole patrie d’Europa, La Repubblica, 14-06-2010.
(3) A. Tarquini, Bce e Fmi promuovono le riforme greche, La Repubblica, 18-06-2010.
(4) R. Prodi, Se ognuno dei cuochi bada alla sua pentola, Il Messaggero, 27-06-2010.
(5) C. Bastasin, Al G-20 Angela fa muro e Pechino fa la volpe, Il Sole 24 ore, 29-06-2010.
(6) A. Cerretelli, Europa spiazzata dagli Usa, Il Sole 24 Ore, 26-06-2010; M. Zatterin, Debito, i paletti dell’Europa, La Stampa, 30-06-2010.
(7) L. Zingales, Berlino prima della classe e nessuno può copiare, Il Sole 24 Ore, 10-06-2010; F. Rampini, La falsa vittoria di Angela Merkel, La Repubblica, 28-06-2010.
(8) A. Cerretelli, I leader cercano il concerto su scelte ancora nazionali, Il Sole 24 Ore, 29-06-2010.
(9) E. Brivio, Germania testuggine solitaria del rigore, Il Sole 24 Ore, 25-06-2010.
(10) M. De Feo, Bce, Sarkozy tratta per il dopo Trichet, Il Corriere della Sera, 24-06-2010.
(11) G.Amato, Cara Europa, svegliati dal letargo, Il Sole 24 Ore, 27-06-2010.
Ricerca analisi per nazione
Ricerca un'analisi relativa ad una nazione specifica, selezionando i seguenti parametri.




